Banksy, si sa, è una delle figure più misteriose del nostro tempo. Di lui sappiamo ben poco: che è originario di Bristol ed è uno dei maggiori esponenti della Street Art. Le sue opere ci stupiscono sempre perché sono contrassegnate da importanti messaggi satirici e anti-establishment. Forse sono proprio queste caratteristiche che ormai hanno legato la sua figura a una serie di eventi che hanno dell’ironico.

Infatti i suoi graffiti, che avevano l’intento di riportare l’arte nelle strade della città così da poter essere fruibili gratuitamente da tutti, sono stati acquistati da importanti case d’asta e vendute a prezzi stellari. Ci ricordiamo tutti quando una delle sue opere è stata venduta a Londra per oltre un milione di sterline in un’asta di Sotheby’s e, nel momento in cui l’affare si è chiuso, un meccanismo interno alla cornice ne ha tritato metà mentre nella sala è suonato un allarme tra lo sconcerto dei presenti.

Non è quindi un caso se da anni in tutto il mondo spopolano mostre interamente dedicate alle opere di Bansky che però non sono autorizzate dall’artista.

Sul suo sito ufficiale c’è una pagina interamente dedicata a queste esibizioni con riportato anche il prezzo che il visitatore deve pagare, con punte anche di oltre 30 euro. Tra queste spunta quella ancora visitabile a Ferrara, ospitata nel prestigioso Palazzo dei DiamantiUn artista chiamato Banksy.

Inaugurata il 30 maggio e curata da Stefano Antonelli, Gianluca Marziani e Acoris Andipa, raccoglie oltre 100 opere e oggetti originali: dipinti, serigrafie e stencil, oggetti installativi e memorabilia si mescolano in un percorso espositivo che dà conto dell’intera produzione dell’artista britannico.

Ma ha senso pagare qualcosa che si sarebbe potuta vedere gratuitamente nelle strade della nostra città? 

Ovviamente la mostra di Ferrara, consapevole di questi eventi, cerca quindi di evitare le solite critiche. Ci sono infatti dei dipinti che non erano destinati alle strade: delle edizioni stampate che Banksy pubblica tra il 2002 e il 2009 e che vende tramite la sua casa editrice Pictures on Walls. Si tratta di serigrafie che riproducono alcune tra le sue più famose immagini che sono diventate “affreschi popolari”. Il messaggio che però sembra trasparire è che si tratta di un’esposizione unica e che le possibilità che ci possa essere un’esibizione come questa sono molto ridotte.

Guardandolo dal punto di vista di Banksy, però, il messaggio che traspare è un altro: osservare queste opere il più possibile prima che l’establishment possa decidere di non renderle più pubbliche. Eloquente è questa semplice frase dell’artista che però esprime bene il senso di queste parole:

“When you go to an art gallery you are simply a tourist looking at the trophy cabinet of a few millionaires.”

“Quando vai in una galleria d’arte sei semplicemente un turista che osserva l’armadietto dei trofei di alcuni milionari.”

La questione quindi non è solo di consenso, ma anche dell’etica del movimento dell’arte di strada. La street art appartiene alla strada o può essere esposta nelle gallerie? Banksy ha spesso affermato che l’arte di strada dovrebbe essere esposta dove appartiene: sulla strada, dove le persone possono accedervi senza barriere.

Banksy - grannies

Grannies 2006, Collezione privata

L’Italia non è immune a queste critiche, nel 2016 lo street artist Blu ha rimosso alcuni suoi murales  dalle strade della città di Bologna perché sarebbero stati spostati e destinati a una mostra, ovviamente a pagamento, senza che l’artista ne avesse dato l’autorizzazione. Anche qui la motivazione è abbastanza laconica: non ci saranno finché i magnati mangeranno.

Banksy - Blu

Blu rimuove le sue opere da un muro di Bologna. Foto di Michele Lapini / EIKON STUDIO.

Banksy, l’uomo d’affari

C’è però anche da dire che Banksy è consapevole, da bravo uomo d’affari, che lo stimolo della fantasia delle persone è uno strumento molto forte. E incarna molto bene le controversie e i paradossi che tuttora contraddistinguono il movimento dell’arte di strada. Essa infatti sfugge dal termine di proprietà ed è proprio questa caratteristica che l’ha resa commercialmente appetibile. Per un artista di strada che si vuole guadagnare da vivere con l’arte varcare questa soglia comporta delle scelte difficili. Banksy critica la commercializzazione della street art ma sa anche riconoscere i limiti di tali critiche. Questo movimento si può permettere di respingere i collezionisti e i commercianti d’arte privati? Banksy suggerisce che potrebbe non esserci una via di fuga dall’inevitabile necessità di sostentamento commerciale. A testimoniare questa realtà c’è il classico negozio di articoli da regalo che ci aspetta alla fine della mostra.

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