L’artista e performer Marina Abramovic è stata aggredita a Firenze nella mattina di domenica 23 settembre 2018 da un uomo davanti a Palazzo Strozzi, dove da pochi giorni è stata inaugurata la sua mostra antologica “The Cleaner“, visitabile dal 21 settembre al 20 gennaio 2019.

La donna stava uscendo dal museo fiorentino dopo un firma copie del catalogo della retrospettiva, quando l’uomo le ha scaraventato addosso un ritratto incorniciato ma senza vetro della Abramovic, colpendola alla testa. Il quadro, che raffigura un ritratto della Abramovic, sembra fatto dallo stesso aggressore.
L’artista è rimasta illesa perché è stata colpita da un materiale leggero: la tela di carta, infatti, si è sfondata.

(Qui per vedere il video dell’aggressione).

L’aggressore di Marina Abramovic, fermato a Palazzo Strozzi (Foto credit: Gattasorniona /AdnKronos)

Subito fermato dai presenti, l’aggressore è stato consegnato alla polizia. Si tratta di un 51enne della Repubblica Ceca. Secondo primi accertamenti di polizia, l’uomo sarebbe lo stesso che l’11 gennaio 2018 imbrattò con vernice una statua di Urs Fischer in piazza della Signoria a Firenze: quella volta ai vigili urbani disse di essere lui il vero Fischer.

Quello che però ci ha colpito di di più di questa vicenda, oltre alla follia del gesto, è stato il discorso pronunciato poche ore dopo l’accaduto dall’artista serba. Marina ha infatti prima chiesto di parlare con l’uomo per chiedergli la motivazione che si nascondeva dietro quel gesto apparentemente senza senso e, dopo non aver ricevuto alcuna risposta, ha cercato di trovare una spiegazione a quella violenza gratuita, affermando di provare, più che rabbia o vendetta, compassione per l’aggressore.

Queste le parole tratte dal suo racconto:

Tra la folla c’era un uomo che portava con sé un dipinto raffigurante il mio volto in modo distorto. Si è avvicinato guardandomi negli occhi e gli ho sorriso pensando che fosse un regalo per me. In una frazione di secondo ho visto la sua espressione cambiare e diventare violenta, venendo verso di me molto velocemente e con forza. I pericoli arrivano sempre molto rapidamente, come la morte stessa. Tutto a un tratto mi ha colpita, non l’ho visto subito“.

Tutto ad un tratto – ha proseguito a raccontare l’artista – mi ha sbattuto in testa violentemente il quadro, intrappolandomi dentro la cornice. Tutto è successo molto rapidamente. Poi le guardie lo hanno isolato e fermato e il direttore mi ha portato nel retro del bar nel cortile di Palazzo Strozzi per tranquillizzarmi.
Ero sotto shock. La prima cosa che ho chiesto è stata: voglio parlare con lui, voglio sapere perché l’ha fatto. Perché questo odio contro di me? Tutti sono rimasti molto sorpresi che volessi parlare a questa persona. Ma io sono così. Non fuggo mai dai problemi. Li affronto. Quindi lo hanno portato da me e gli ho chiesto: ‘Perché l’hai fatto? Qual è il motivo? Perché questa violenza?’. Non gli avevo fatto niente. Non l’avevo mai incontrato prima. Lui ha detto: ‘L’ho dovuto fare per la mia arte’. Questa è stata la sua risposta“.

Presentazione della mostra su Marina Abramovic. Nella foto: Marina Abramovic – Photo LaPresse – Maurizio Degl’Innocenti

Il fatto – ha ricostruito ancora l’artista – è successo dopo l’ultimo appuntamento in programma nell’ambito della mostra di Palazzo Strozzi ed ero molto felice per come era andato. Sono uscita dalla sala dove abbiamo svolto il booksigning e c’erano tante persone ad aspettarmi per una foto o per un autografo. In particolare c’erano tanti giovani che mi stavano dimostrando tanto affetto, che ho sentito tanto qui a Firenze in questi giorni“.

Per me – ha concluso Marina – è difficile capire ed elaborare la violenza. È la prima volta che mi succede una cosa del genere. E ancora non riesco a capire.

Con la violenza sugli altri non si fa arte. Anche io sono stata una giovane artista non famosa ma non ho mai fatto del male a nessuno. Nel mio lavoro io metto in scena diverse situazioni e metto a rischio la mia vita. Ma questa è una mia decisione e stabilisco io le condizioni.

Dopo tutto quello che è successo sono tornata in albergo. Ho fatto una doccia, mi sono cambiata la camicia e sono uscita di nuovo. In passato mi sarei arrabbiata per un fatto del genere, oggi invece provo compassione”.

Le parole di Marina Abramovic, svuotate da toni rabbiosi e violenti, a cui oggi siamo ormai sempre più abituati sia dalla scadente comunicazione politica sia dalla giungla senza regole dei social network, sembrano far trasparire la perfetta armonia e pace interiore che l’artista è riuscita a raggiungere dopo oltre cinquant’anni di carriera artistica, fra performance e prove con se stessa che le hanno permesso di spingersi, e quindi di imparare a conoscere, i limiti del proprio corpo e della propria mente.

Ulay e Marina Abramovic si rivedono la prima volta dopo tanti anni durante una performance dell’artista al MoMA di New York, 2010

Tante, infatti, sono le performance artistiche a cui l’artista serba ha dato vita in questi anni. Molte di queste hanno messo in pericolo la sua stessa vita, hanno costituito vere e proprie sfide con se stessa e, spesso, hanno causato orrore o disgusto nel pubblico, anche quello solitamente meno impressionabile.
Eppure, allo stesso tempo, non c’è opera o studio realizzato da Marina che non abbia rappresentato anche un’occasione per gli spettatori di riflettere. Su se stessi, sui pregiudizi e sulle convinzioni degli esseri umani, sull’empatia e sulla capacità di provare emozioni, anche se questo significa soffrire e autoinfliggersi dolore.

Esemplare, per citarne una su tutte, è stata la performance del 2010, svoltasi all’interno del MoMA di New York, The Artist is present, che per tre mesi ha visto la Abramovic restare seduta e immobile di fronte ad una sedia sulla quale, uno dopo l’altro, i visitatori dovevano fissare negli occhi l’artista serba. Durante l’ultimo mese c’è stato anche un vero e proprio colpo di scena: tra le tante persone che si sono sedute davanti a lei, un giorno d’aprile si è presentato anche Ulay, il suo compagno storico. La reazione dell’artista, nonostante la sorpresa, è stata comunque composta, ma alla fine della seduta, Marina ha rotto il protocollo e ha stretto le mani del suo ex amante per qualche secondo, mentre dai suoi occhi scendevano lacrime di commozione. Una performance, quindi, dove la vita privata dell’artista ha fatto irruzione nella finzione artistica, dando vita ad una scena colma di pathos emotivo.

Mai però, l’artista serba, ha utilizzato le sue performance per provocare dolore agli altri, a chi la osservava. E mai ha messo a rischio la sua vita, se non era lei stessa a stabilirlo. In questo senso fondamentale è, in tutta l’opera di Marina, la capacità di libero arbitrio dell’uomo. Soffrire, essere oggetto di privazioni, punirsi, sperimentare i propri limiti, sono tutte azioni che Marina, e, come lei, chiunque, può decidere di compiere su stesso o di far compiere dagli altri su di sé, ma ad una sola condizione: che tutte queste azioni siano inflitte con il consenso esplicito del soggetto in questione.

Per questo il gesto compiuto dallo squilibrato fuori da Palazzo Strozzi nei confronti dell’artista serba non può esser considerato in nessun modo una performance o un gesto artistico, proprio perché non sussiste quel tacito accordo di consenso fra artista e spettatore, fra soggettivo attivo e soggetto passivo. Quando l’arte valica questo sottile ma importantissimo limite fra performance, e quindi finzione, esperimento artistico, e vita vera, reale, ecco che quel gesto perde tutto il suo senso artistico per restare nient’altro che un episodio di violenza fine a se stesso.

Performance “Imponderabilia” – Galleria d”arte moderna, Bologna, 1977 ©www.marinaabramovic.com

Marina, da grande donna e artista qual è, conosce bene la differenza fra queste due realtà e mai ha permesso che si potessero confondere i due piani, tracciando sempre una linea di demarcazione netta fra vita autentica e performance artistiche. Magari usando spesso il suo corpo come oggetto della performance, e portandolo ai limiti dell’umana sopportazione, ma sempre nel pieno possesso dei suoi diritti e delle sue facoltà.

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