Moltissimi mestieri sono stati e sono ancora appannaggio maschile, e la pittura non si sottrae a questa logica. La storia dell’arte non è costellata di altisonanti nomi di artiste donne. Ma in ogni campo c’è qualche donna che riesce a sovvertire quella logica ed eternare il proprio nome diventando fonte di ispirazione. Anche nell’arte abbiamo la nostra eroina: Artemisia Gentileschi. Figlia d’arte nata a Roma alla fine del Cinquecento, diventò da giovanissima più brava e famosa di suo padre Orazio, una figura controversa nella vita della giovane pittrice orfana di madre. A soli quindici anni fu mandata a bottega dal pittore Agostino Tassi, amico del padre e famoso maestro di prospettiva, ma dopo pochi mesi, nel maggio del 1611 la giovane ragazza venne stuprata brutalmente. È davvero impressionante come ciò che viene descritto dalle parole della stessa Artemisia negli atti del processo che ne conseguì dopo la denuncia della pittrice, sia così attuale e simile a processi per stupro odierni. Parliamo di ben quattrocento anni fa, eppure la macchina del fango messa in piedi da omertà, false testimonianze, accuse di menzogna e torture psicologiche sono scandalosamente non lontane dalla nostra realtà. Artemisia protestò, non cedette alla tortura fisica per strappare una falsa confessione, tutta la città mise in piedi un processo nel processo.

Artemisia Gentileschi, “Autoritratto come allegoria della pittura”, 1638. Kensington Palace, Londra. Fonte: wikipedia.org

La denuncia che era avvenuta quasi dopo un anno, alimentò dicerie contro la famiglia Gentileschi, tanto che in più occasioni il processo si trasformò in uno strumento di diffamazione di Artemisia che, vista con sospetto per aver taciuto per tanto tempo, era ritenuta consenziente dall’opinione pubblica. Lo stesso ruolo del padre di Artemisia  non è chiaro, pare che anche dopo il processo non interruppe i rapporti con Agostino Tassi, anche se l’uomo venne poi giudicato colpevole ed esiliato. Questo fu un dolore insopportabile per Artemisia, tradita anche da suo padre il quale organizzò un matrimonio riparatore con un pittore di Firenze. L’artista lasciò così Roma anche per non sopportare più ogni maldicenza. Viaggiò oltre che a Firenze, anche a Napoli e a Londra, portando con sé l’incredibile dote d’artista moderna, intrisa degli insegnamenti caravaggeschi, dalla tavolozza drammatica fatta di luci ed ombre merisiane.

Protagoniste dei suoi dipinti spesso sono donne, forti e fiere nelle loro azioni, basti pensare alla sua Giuditta e Oloferne, dipinta in più versioni, alla Maria Maddalena, e soprattutto a eroine bibliche come Susanna.

Emblematico è infatti la prima versione del dipinto “Susanna e i vecchioni” che espone un episodio tratto dall’Antico Testamento, un dipinto firmato dalla pittrice, ma probabilmente retrodatato al 1610, conservato presso la Collezione Graf von Schönborn a  Pommersfelden in Baviera.  La pittrice negli anni successivi poi produrrà altri dipinti con la stessa tematica, ma il primo è quello più significativo.  I critici ritengono che si stato dipinto successivamente alla violenza, perché il tema rappresentato è così vicino alla violenza carnale subita da trapelare nel volto di Susanna, come una trasposizione pittorica del dolore e del disgusto dell’autrice dell’opera.

Nel Libro del Profeta Daniele si narra la storia di Susanna una casta donna maritata spiata, a sua insaputa, mentre  fa il bagno nel giardini privati della sua casa da due anziani uomini, amici di suo marito. I due uomini minacciano di infangare il suo nome e accusarla di adulterio se lei non avesse ceduto alle loro richieste sessuali. Ma la donna non accetta il ricatto, così gli anziani diranno a suo marito che avevano scoperto Susanna con un giovane amante. Susanna subisce così un’accusa ingiusta e infamante.

L’iconografia della giovane donna non è equivocabile, è nuda, inerme eppure ferma nel suo rifiuto, volge le spalle disgustata, è l’emblema di un enorme no espresso dalla sua postura. Analogamente i due uomini rappresentati, secondo diversi critici, hanno le sembianze del padre Orazio e di Agostino Tassi. I volti degli uomini sono meschini e volgari, bramosi, lascivi,  provocano ribrezzo. Artemisia riesce nel suo intento, esprimere vividamente tutto il suo sdegno, il dolore e la determinazione nel non soccombere, come una vera femminista del XX secolo.

Artemisia Gentileschi, Susanna e i Vecchioni, 1610, Collezione Graf von Schönborn, Pommersfelden, Germania. Fonte: Wikipedia.org

Sorprendente è la reinterpretazione che una pittrice americana Kathleen Gilje fa del dipinto di Artemisia quattro secoli dopo, nel 1998. La pittrice di New York negli anni ’60 aveva perfezionato i suoi studi sul restauro in Italia, presso il laboratorio di restauro del Museo di Capodimonte a Napoli, museo nel quale sono custoditi alcuni dipinti di Artemisia. L’artista contemporanea dipinge spesso temi che affrontano questioni femministe e riporta alla ribalta il dipinto di Artemisia effettuando un’esatta copia del quadro “Susanna e i vecchioni”. Come è nel suo stile ne restituisce anche una rilettura della copia d’arte, dando una spregiudicata forza al messaggio della pittrice del Seicento, che giunge potente ed inequivocabile fino ad oggi con il suo “Susanna and the Elders, Restored” .

La copia del dipinto “nasconde” dietro un’altra versione del quadro, dipinto con biacca che riproduce il capolavoro di Artemisia, ma con “l’invenzione” di Kathleen di proporre finti ripensamenti d’artista visibili solo con una radiografia a raggi X che svela particolari ben doversi dalla tela seicentesca originale. Nella versione contemporanea ai raggi X,  Susanna sussulta, aggredita alle spalle, urla rabbiosa,  si ribella armata di coltello, pronta a difendersi dai due uomini vogliosi che l’afferrano per i capelli.

La mancanza di colore dell’immagine limita ogni piacere sensuale che lo spettatore può cercare di prendere dai colori e dalle forme del corpo nudo; invece essi sono  resi con un bianco spettrale. Perfino il cielo, un blu sereno nell’immagine esterna, diventa una massa minacciosa di nuvole scure nella sua pittura.

Kathleen Gilje, Susanna and the Elders Retored X Ray, 1998. Fonte: www.Kathleengilje.com

L’orrore dell’immagine sottostante si fa iconico sotto testo dell’opera. Nella pittura di fondo, lo spettatore vede la paura dell’aggressione sessuale, mentre nel lavoro esterno, lo spettatore vede il prodotto di questo terrore. Una voluttuosa Susanna si accovaccia, confinata in un angolo dallo sguardo imponente degli anziani che riempiono la parte superiore della cornice. L’immagine dell’assalto sessuale così vividamente rappresentata nella pittura di Gilje è tutt’altro che estranea a una donna nella società patriarcale oggi, perché è proprio questa paura che limita il modo in cui può vivere la sua vita. Possiamo dire quindi che dipinti come quelli di Artemisia e soprattutto di Kathleen Gilje sono necessari, sono forti denunce artistiche. Kathleen restituisce con la propria arte, voce ai pennelli e ai colori tormentati di una straordinaria artista, una donna forte, fuori dal comune che anticipa i tempi, scardina tutte le convenzioni del mondo post rinascimentale ed è capace ancora oggi di dare forza e inspirare le coraggiose donne di tutto il mondo.

 

Immagine di copertina Katheleen Gilje, “Susanna and the elders restored X ray”, 1998. Fonte: www.Katheleengilje.com
Secondary image Artemisia Gentileschi, “Autoritratto come Allegoria della pittura”, 1638. Kensington Palace, Londra. Fonte: wikipedia.org
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