Se c’è un movimento artistico che si distingue dagli altri per il suo eclettismo, quello è sicuramente il Barocco. Sviluppatosi tra XVII e XVIII secolo in Europa, il Barocco diede i natali ad alcune delle opere di maggior rilievo dell’intera storia dell’arte. In Italia la pittura e la scultura barocca sono in primis rappresentate rispettivamente da Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571 – 1610) e Gian Lorenzo Bernini (1598 -1680).

L’arte di Caravaggio è sicuramente tra le più apprezzate di tutti i tempi: suggestiva, affascinante e sorprendentemente realistica, la sua pittura diede inizio al Barocco, seppur in toni completamente opposti all’evoluzione che tale movimento avrà nei decenni successivi. Se il Barocco inoltrato è l’arte dello sfarzo della nobiltà, le tele di Caravaggio sono l’espressione della cruda realtà del popolo. Lo sfondo scuro e indefinito delle opere di Caravaggio permette alle figure di risaltare in tutto il loro splendore, facendo emergere dettagli che rendono indimenticabili questi dipinti.

Caravaggio, Cena in Emmaus, 1601-1602 (foto di Alberto Villa)

Bernini, invece, incarna il senso del pieno Barocco, quello della meraviglia, della manifestazione della grandezza del Papato. Bernini infatti è lo scultore e l’architetto dei papi, colui che ha consegnato al mondo il colonnato di Piazza San Pietro, la cattedra e il baldacchino all’interno della Basilica, il monumento funebre di Papa Urbano VIII Barberini, e molte altre opere commissionate dal pontefice. La scultura di Bernini è la trasposizione artistica della volontà papale di dimostrare il proprio potere, la propria ricchezza e la propria influenza.

Gian Lorenzo Bernini, Cattedra di San Pietro, 1666 (foto di Alberto Villa)

Il palcoscenico di questi due artisti così lontani fra di loro è lo stesso: Roma, una città che nel Seicento, come il Barocco, presenta due volti diametralmente opposti. Da una parte il popolo, gran parte del quale viveva nella povertà, nelle osterie malfamate, che Caravaggio stesso frequentava, e tra le braccia di una prostituzione dilagante. Dall’altra i sontuosi palazzi dei cardinali e delle famiglie nobili, i tesori della Chiesa e dell’aristocrazia che arricchì la città con monumenti, fontane e interventi urbanistici. Bernini fu lo scultore d’elezione del papa, e ci sono dei motivi ben precisi per cui una scelta così importante ricadde su di lui. Tra questi vi è sicuramente la sua abilità tecnica: Bernini, infatti, si trova senza alcun dubbio nell’Olimpo degli scultori. Il suo virtuosismo e la perfezione delle sue opere raggiungono quelli del grande Michelangelo, maestro della Pietà Vaticana. L’abilità di Bernini si manifesta, ad esempio, nella trasformazione di Dafne in albero (in Apollo e Dafne) oppure nelle mani di Plutone che affondano nelle carni di Proserpina (nel Ratto di Proserpina). Bernini riesce a modellare il marmo a suo piacimento, rendendo la materia e, in particolare, la pelle con un plasticismo stupefacente che provoca in qualunque spettatore la meraviglia tanto ricercata dal Barocco.

Di tutt’altro avviso è l’arte caravaggesca: in essa la meraviglia viene soppiantata dalla sensazione di orrore, la purezza del marmo dalla violenza del sangue. Come abbiamo visto, gli ambienti frequentati da Caravaggio erano del tutto diversi da quelli frequentati da Bernini, e questo ha inevitabilmente influenzato la sua pittura: i modelli dei sui dipinti sono i suoi amici di taverna, le persone del popolo e anche le prostitute. È il caso dell’opera La morte della Vergine: per la figura di Maria, Caravaggio si ispira al corpo di una prostituta annegata nel Tevere. Se tale scelta può risultare ardita persino al giorno d’oggi, possiamo solo immaginare lo scandalo che provocò nel XVII secolo. Caravaggio si incentra sulla figura umana e sulle sue passioni, anche quelle più forti e travolgenti. La vendetta, ad esempio, è la protagonista dell’opera Giuditta e Oloferne, in cui la donna ebrea decapita il condottiero assiro Oloferne che assediava la città di Betulia. Il dramma è dato dagli occhi vitrei di lui, dalla fronte corrugata di lei e dal sangue che sgorga dalla gola di Oloferne, nonché dal panno rosso che sovrasta la scena. Lo stesso soggetto, con un’evidente influenza caravaggesca, verrà raffigurato circa dieci anni dopo da Artemisia Gentileschi, carico però di un significato nuovo, quello di denuncia della violenza subita da parte di Agostino Tassi.

Lontano dall’impeto cruento delle opere di Caravaggio, Bernini dimostra di ricercare anche l’esperienza estatica, come rivela una delle sue opere più mirabili dal punto di vista tecnico ed emozionale: la Transverberazione di Santa Teresa d’Avila. Collocato nella cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria a Roma, questo gruppo scultoreo è composto dalla Santa e dal cherubino che si appresta a trafiggerla con una freccia dorata, simbolo dell’Amore di Dio. Le ampie e scomposte vesti di Santa Teresa formano un interessante contrasto con la pelle liscia del cherubino e col volto della Santa stessa, che affiora dal mare di abiti, in una meravigliosa e quasi erotica espressione di estasi. L’opera è illuminata dall’alto grazie a un foro realizzato da Bernini: la luce viene accompagnata da raggi dorati che simboleggiano la presenza di Dio. Anche in Caravaggio l’entità divina non si manifesta direttamente, ma ne viene rappresentata solamente la luce. Stiamo parlando della Conversione di San Paolo, dipinto conservato nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma. Paolo, sorpreso dall’improvvisa luce di Gesù sulla via di Damasco, cade da  cavallo. A braccia tese verso l’alto e chiudendo gli occhi per l’accecante luce dell’inaspettata teofania, Paolo viene rappresentato da Caravaggio nel momento in cui vede Cristo e decide di seguirlo. In un gioco di contrasti tra lo sfondo scuro e l’abbagliante luminosità che suggerisce la presenza di Gesù, Caravaggio lascia ancora una volta lo spazio maggiore all’elemento umano, con particolare attenzione al pathos di una scena come quella della conversione di Paolo, in cui il protagonista decide di cambiare totalmente vita.

Ultimo, ma non meno importante, è il tema del David. Entrambi gli artisti che prendiamo in considerazione si sono cimentati nell’espressione di uno degli episodi biblici più iconici e raffigurati: lo scontro tra il giovane Davide, futuro re di Israele, e il gigante Golia. Le due opere, però, rappresentano momenti diversi: il David di Bernini è intento a scagliare la pietra che ucciderà il gigante, accompagnando il gesto con un’espressione di sforzo e una tensione muscolare resa perfettamente dalla mano dello scultore; Caravaggio sceglie invece di rappresentare il momento successivo alla vittoria di Davide, raffigurato mentre tiene in mano la testa di Golia. Anche l’osservatore meno attento riuscirebbe però a notare che non c’è nulla di vittorioso in questa scena: dietro all’episodio raffigurato, vi è la figura tormentata di Caravaggio, le cui sembianze sono ritrovabili nel volto del gigante, ma anche in quelle del ragazzo. Il pittore, secondo una recente interpretazione di Sergio Rossi, avrebbe voluto raffigurare il giovane sé dopo aver decapitato il vecchio sé, ormai corrotto dal peccato e pronto a una nuova vita: la condanna a morte di Caravaggio, che l’aveva costretto a fuggire, era stata appena ritirata, e il pittore si accingeva a tornare a Roma, quando, colto da una febbre causata da un’infezione intestinale, morì a Porto Ercole, il 18 luglio 1610. Da un lato il David viene realizzato nel pieno del suo eroismo, e viene idealizzato, seppur presentando pienamente le caratteristiche umane, come un simbolo di virtù e dedizione nei confronti del suo popolo; dall’altro, esso diventa l’occasione per testimoniare una situazione autoreferenziale ricca di riflessione personale, ma anche di gusto macabro decisamente barocco.

Bernini e Caravaggio si rincorrono l’un l’altro all’interno di un movimento artistico che ha rivoluzionato la storia dell’arte e che per i secoli successivi è stato denigrato per il suo eccesso e il suo carattere illusorio e a tratti vano. Oggi, però, si sta vivendo un certo recupero dei temi e dei toni del Barocco, come sostiene l’artista e curatore belga Luc Tuymans. Il fascino del Barocco colpisce l’osservatore moderno perché allo stesso tempo può spaventare e meravigliare, sbalordire e catturare. Lo spettatore  può quindi essere atterrito come Paolo dalla luce divina e al contempo provare l’estasi di Santa Teresa, riflettere di fronte al doppio autoritratto di Caravaggio in Davide con la testa di Golia e tentare, invano, di fuggire dalla forte stretta dell’arte barocca, come Proserpina cerca di liberarsi dalla presa di Plutone.

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