Percorro le sale di Palazzo Braschi, animato dalla curiosità d’incrociare frammenti di una sensibilità artistica tra le più mirabili e mi trovo ad apprezzare un’esposizione curata fin nei dettagli. Si nota nell’immediatezza l’attenzione dedicata alle sezioni, la loro coerente sequenzialità narrativa, arricchita da didascalie ponderate nella misura e nella collocazione oltre che nei contenuti. Fino alle opere, le vere protagoniste che svelano un Canova innamorato di una Roma generosa custode di vestigia senza tempo.

Antonio Canova, Genio della morte. Credits: Museo di Roma

E qui che si scorge l’animo dell’artista capace di riscoprire l’antico come se si trattasse di un avvenimento del tutto nuovo, una luce rimasta celata, un flebile segno che la sua sensibilità coglie come dono originale.

Questa fiamma antica è quanto di delicato e vitale suscita la visione delle opere plastiche di Antonio Canova, la cui commovente semplicità leggiadra è invece il manifesto potente di quella temperie neoclassica sempre frettolosamente archiviata come reazione tardiva al barocco estenuato. Un errore duplice: perché maschera il barocco di fattezze improprie e riduce ad assumere il neoclassicismo solo come modello d’intellettualismo, di corrente concettuale, senza vederne lo slancio di vitale possessione artistica.

La mostra di Palazzo Braschi sembra cogliere questa lacuna colmandola nella descrizione del processo d’innamoramento artistico che vede in Canova l’interprete più profondo, ultimo erede di una storia millenaria che ancora seppe ispirare un afflato: quello che la modernità attendeva di vedere compiersi come gesto necessario prima d’incamminarsi nella rivoluzione romantica e radicale della seconda metà dell’Ottocento. Una svolta che mutò per sempre il destino dell’Occidente. E della sua arte.

Appena si coglie quest’anelito, il percorso espositivo si fa ancora più interessante, più vivo, emozionante: diventa lo spaccato di un’epoca, la sua più intensa trasposizione, il racconto di un lascito soave, un fiume placido che non riesce, tuttavia, a celare, nella trasparenza delle sue acque, l’inquietudine di quella fase storica irripetibile, l’esordio, ancora inconsapevole degli effetti, di quel “secolo lungo” che dalla rivoluzione francese si prolungherà fino alla Grande Guerra.

Antonio Canova, Amorino alato, 1794-97, marmo, The State Hermitage Museum, San Pietroburgo. Credits: Museo di Roma. Foto di Alexander Koksharov

Se è vero che nel mondo dell’arte la sensibilità è in massimo grado un annuncio del futuro, allora Canova incarna certamente l’artista del suo tempo che ebbe nell’atto creativo la pregnanza del presagio e dell’ammonimento.

Il mondo nuovo non poteva prescindere dall’antico che era lì, silenzioso e incombente. Venato da un’impronta di paganesimo che nemmeno Canova ebbe la forza di celare, annuncia un’età che s’avvia a perdere ogni connotato apparente dell’antica pietas cristiana mentre ne conserverà, sotto altre vesti misconosciute, l’identità di fondo: quella della tecnica scientificascientiam facere – la visione progressiva che promette la salvezza nel futuro, il modello di visione cristiana del tempo che soppiantò la coscienza del limite propria del mondo greco. Come sostiene da tempo Umberto Galimberti, così come per il cristiano il passato è peccato, il presente è redenzione e il futuro è salvezza, allo stesso modo la tecnica scientifica, figlia della cultura cristiana, considera il passato ignoranza, il presente ricerca, il futuro conoscenza assoluta, la verità che salva da ogni male l’umanità.

Questa “weltanschauung” è l’annuncio immanente alle opere neoclassiche del Canova, il fulcro nascosto che compare all’improvviso sulla scena prima che il sipario si apra e il caos della modernità assuma il colore della notte, la lunga notte dalla quale l’Occidente ancora non è riemerso.

Quella di Canova è forse l’ultima luce, quella tenue, quella che si lascia scorgere nella sua “Danzatrice mani sui fianchi” – 1806-1812, conservata all’Hermitage di San Pietroburgo – o nella “Maddalena penitente” – del 1796, conservata ai Musei di Strada Nuova a Genova – che fa fatica ad apparire figura della cristianità mentre si afferma nella rappresentazione di ideale sconfitta, disperata e innocente. Ed è ancora luce, illusoria ma esaltante, quella che promana da uno dei busti di Napoleone dotati di singolare memoria di sguardo augusteo.

Il rischio, attraversando le gesta artistiche di Canova è quello del sogno, quello di perdersi in un atto effimero perché senza tempo e senza uno spazio reale. Ma è un rischio altrettanto effimero quando appare sufficiente evocare la storia per capire il significato di quell’arte. Che resta sublime alla luce nascosta del suo segreto.

Immagine in evidenza: Antonio Canova, Endimione dormente, 1819, gesso, Possagno, Gypsotheca e Museo Antonio Canova (2019). Archivio fotografico interno, foto di Lino Zanesco
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