Il libro “Capolavori rubati” nasce da un progetto sviluppato da Luca Nannipieri, noto critico d’arte, parallelamente al programma televisivo che conduce sulla Rai. L’autore affronta il tema dei furti di opere d’arte in modo del tutto innovativo, senza tediare il pubblico con la narrazione di slegati fatti di cronaca. Si uniscono così diversi piani di lettura per ogni caso riportato nel libro: in primis il racconto del furto in sé, attestato anche da diverse documentazioni giornalistiche e materiali giudiziari. Troviamo poi un inquadramento storico e un breve commento dell’opera in questione, caratteristici di un libro di storia dell’arte, uniti a un’attenta analisi dei sistemi di sicurezza delle strutture museali derubate. Si conclude infine con una riflessione, a carattere quasi filosofico, sui motivi che possono aver scatenato il dramma, esplorando la complessità dell’avidità umana. L’obiettivo principale del libro non è infatti riportare le vicende in modo schematico, bensì chiedersi come il furto di alcuni “semplici oggetti” possa scatenare l’indignazione e mobilitare interi paesi, se non tutto il mondo.

Gustav Klimt, “Ritratto di Signora”, scomparsa il 1997 dalla galleria Ricci Oddi di Piacenza

Questo grande interrogativo porta a riflettere su quale sia il vero valore dell’arte per noi e per la nostra vita. L’uomo infatti non è realmente consapevole del potere simbolico che egli stesso conferisce ai beni artistici e, di conseguenza, dell’importanza che possono assumere nell’immaginario collettivo. Nel libro viene così presa ad esempio la principale moschea di Gerusalemme, luogo di culto per tre distinte religioni, che assume tre diversi significati allo stesso tempo. Siamo quindi noi a donare forza vivificatrice all’arte, che, propria di un’anima, diventa una vivente portatrice di valori, di memorie, di sapere e di sentimenti. Citiamo così la celebre frase di Achille Bonito Oliva, critico d’arte e saggista italiano:“Un quadro non si ruba, si rapisce”.

Benvenuto Cellini, “Saliera di Francesco I di Francia”, trafugata nel 2003 dal Kunsthistorisches Museum di Vienna e poi ritrovata nel 2006

Trafugando una qualsiasi opera, si vuole infatti privare l’intera umanità di un tassello fondamentale che ha portato la nostra cultura ad essere quello che è oggi. La scomparsa di un bene storico-culturale comporta la perdita definitiva di una parte della storia dell’umanità. Come sappiamo, però, la cura del patrimonio artistico-culturale è un’usanza acquisita solo di recente: per millenni sciacallaggi, razzie e devastazioni erano considerate normali nei diversi scontri fra culture. Non siamo nemmeno in grado di immaginare quanto del nostro patrimonio sia andato perduto per sempre; tutt’ora, nonostante ciò, ogni anno vengono smerciate opere rubate per un valore superiore a 9 miliardi di dollari americani, un commercio criminale inferiore solo a quello di armi e droga. Non è facile immaginare che così tanti manufatti vengano sottratti e poi rivenduti con una tale facilità. Sembra impossibile che il più celebre quadro al mondo, “La Gioconda”, sia stato rubato da un imbianchino che lo ha arrotolato e nascosto sotto la giacca alla fine del proprio turno di lavoro, eppure, leggendo questo libro, si scopre come la maggior parte dei furti sia avvenuta in condizioni paradossali.

Leonardo Da Vinci, “La Gioconda”, rubata nel 1911 dal Louvre di Parigi e ritrovata nel 1913

Grandissima attenzione, infatti, viene data all’analisi dei sistemi di sicurezza che avrebbero dovuto proteggere le opere scomparse e ai motivi per cui non l’hanno fatto. Sebbene infatti diversi furti risalgano a più di cinquant’anni fa, quando dispositivi di sicurezza avanzati come i nostri ancora non esistevano, molti sono dovuti a lacune nei sistemi di allarme, all’incompetenza del personale o alla mancanza totale di sistemi di sorveglianza. Uno dei casi più eclatanti è quello della “Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi” di Caravaggio, una volta conservato nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo: i ladri, durante la notte, divelgono una porta già di per sé difettosa; entrano, tagliano la tela di più di due metri e mezzo di lunghezza e scappano via totalmente indisturbati in motorino. Il furto viene inoltre denunciato con diversi giorni di ritardo, fattore che impedisce alle autorità di rintracciarlo nell’immediato, condannando per sempre il dipinto all’oblio.

Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, “Natività coi Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi”, rubata nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo

Ciò che spaventa di più è la facilità con cui sia stato possibile realizzare il furto, un compito che chiunque sarebbe riuscito a portare a termine. Ma nel libro ne sono citati molti altri: dalla criminalità organizzata al privato collezionista, dai musei ufficiali che comprano direttamente dal mercato nero ai furti con riscatto. La visione complessiva offerta da questo volume ci apre gli occhi su una verità di cui pochi sono a conoscenza: il furto e lo smercio di opere  d’arte è molto più comune di quanto si possa immaginare e avviene sotto i nostri stessi occhi. Come spiega Carlo Hruby, amministratore di un’azienda leader nel settore della sicurezza elettronica, in un paese come l’Italia il vero problema per la salvaguardia del proprio patrimonio è la mancanza della cultura. Non siamo quindi abituati a prenderci cura di ciò che abbiamo perché non siamo in grado di comprenderne il vero valore. Ovviamente però c’è rimedio a questo problema: noi per primi abbiamo il dovere di conoscere e tutelare il nostro patrimonio, per lasciarlo alle future generazioni così come l’abbiamo ricevuto da quelle precedenti. Questo libro, quindi, può e deve essere un passo verso una più ampia sensibilizzazione, che deve iniziare nelle scuole e, ancor prima, nelle famiglie di tutti.

Photo credits: courtesy of Skira Editore

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