Il tempo dedicato al lavoro nei secoli passati occupava i due terzi della giornata, dettandone anche i ritmi. L’uomo lavorava dall’alba al tramonto. Sostanzialmente il lavoro scandiva il fluire delle stagioni. In ambito artistico molto spesso egli veniva rappresentato proprio intento in faccende domestiche e nei campi.

I MANOSCRITTI E GLI AFFRESCHI MEDIEVALI

Il lavoro era sudore della fronte, infatti il termine stesso viene dal latino: “labor”cioè “fatica”, ma era rappresentato in modo sereno, come parte integrante del ciclo della vita. Ne sono un esempio lampante le illustrazioni miniate dei manoscritti medievali, o le sculture e gli affreschi di edifici e cattedrali dal X al XV secolo dove l’uomo è rappresentato spesso come contadino, la donna immersa nei lavori domestici o di filatura. Per l’intera durata del Medioevo, fino alla Rivoluzione industriale, l’agricoltura rimase alla base di tutta l’economia europea. Fece gradualmente la sua comparsa l’artigianato, comunque legato alla produzione di oggetti di uso quotidiano.

IL REALISMO SEICENTESCO

A partire dal Seicento la rappresentazione del lavoro dell’uomo è ancora legata a questi temi. L’arte, però, risente molto della lezione della pittura realistica dei fiamminghi e di quella naturalistica di Caravaggio. Inizia ad essere evidenziata la fatica, i volti e i corpi sporchi e deformati dalla stanchezza. Sono palesi le condizioni di vita estremamente povere e di sussistenza. Ne danno un esempio i dipinti dei fratelli Le Nain in Francia e l’arte dell’olandese Pieter Van Laer detto “Il Bamboccio”, a cui fa capo la pittura di genere romana del XVII secolo fatta di paesaggi di campagna, contadini, e scene pastorali, che si diffuse poi in tutta Europa.

LA POVERTÀ E LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Nell’Ottocento che gli artisti dipingono i lavoratori con compassionevole realismo. Le loro opere sono volte a denunciare le condizioni di vita assolutamente inique, la povertà dei contadini, ma anche di operai e lavoratori urbani. La Rivoluzione industriale sconvolse l’economia dell’Europa, catapultando intere generazioni di gente vissuta sempre nelle campagne nei sobborghi delle città. Edgar Degas, ad esempio, con Le stiratrici nel 1884, ci presenta il mondo del proletariato urbano, raramente raffigurato nel mondo dell’arte.

Edgar Degas, Le stiratrici, 1884, Museo d’Orsay, Parigi. Fonte @Wikipedia.org

MILLET E COURBET

Jean-François Millet dà vita a una serie di dipinti del mondo contadino con una sorta di visione eroica del mondo rurale del XIX secolo.  Lo eleva a simbolo profondamente romantico e della forza del modo di vivere in povertà e dignità. Famosissimi le sue opere Le spigolatrici e L’Angelus, delle vere e proprie istantanee della campagna francese di metà Ottocento. Gustave Courbet, invece, vi imprime uno sguardo profondamente realista delle dure condizioni del lavoratore, come ne Gli spaccapietre. L’opera fu, purtroppo, distrutta a Dresda durante la Seconda Guerra Mondiale. I due operai rappresentati sono l’immagine più immediata di una categoria di “miserabili”, che finora non era mai stata rappresentata.

CAILLEBOTTE E VAN GOGH

Gustave Caillebotte, nel 1875, con il dipinto I piallatori di parquet accovacciati e sudati, a scartavetrare pavimenti a torso nudo mostrano nuovamente il mondo del proletariato. Vincent Van Gogh, invece, prima del suo soggiorno parigino, si concentra su una serie di dipinti dedicati al povero mondo contadino, come Le raccoglitrici di patate e I mangiatori di patate. Qui sono assenti i consueti colori brillanti e luminosi che denotano l’artista olandese, ma prevalgono i toni cupi, i colori ingrigiti descrivono la vita difficile e dolorosa dei contadini.

IL MONDO DEL LAVORO IN ITALIA

In Italia la pittura si ispira ai braccianti, come le opere di Angelo Morbelli. Egli ritrae le mondine delle risaie del nord come nel quadro Per 80 centesimi. Telemaco Signorini, invece, dipinge i contadini che trainano una chiatta in L’alzaia, mostrando tutto lo sforzo e il sacrificio di uomini e donne, che sprofondano con le gambe nel terreno e nell’acqua per lavorare i campi. Struggente La trilogia sociale del pittore Teofilo Patini, in stile estremamente verista e di una crudezza estrema, con i dipinti L’erede, Latte e vanga e Bestie da soma. Grande compassione e sgomento suscita la scultura in bronzo di Achille d’Orsi, Proximus tuus del 1880 raffigurante un contadino seduto, sfatto dalla stanchezza, abbandonato a sé stesso, quasi come se provasse dolore anche solo respirando.

Nel Nord Italia si sviluppa soprattutto l’industria tessile con largo impiego di manodopera femminile e minorile. Quest’ultima deputata, anche, all’estrazione di carbone e altri minerali al sud e nelle isole. Fenomeno ampiamente denunciato dagli artisti come Onofrio Tommaselli nel dipinto I carusi, in cui sono rappresentati alcuni bambini mentre estraggono zolfo dalle miniere siciliane, sopraffatti dal lavoro gravoso e dall’odore opprimente.

LE VITTIME DEL LAVORO

Nel maggio del 1882 veniva inaugurata dopo molti anni di lavoro la Galleria del San Gottardo. Vi avevano lavorato tanti operai italiani, molti erano morti per incidenti sul lavoro, quasi duecento, uccisi durante gli scoppi della dinamite per scavare i tunnel, schiacciati sotto le rocce che crollavano dalle pareti della montagna, travolti dai mezzi necessari per lo scavo o asfissiati dalle esalazioni tossiche. Lo sculture Vincenzo Vela, fortemente turbato da quanto accadeva, creò un bozzetto in gesso Le vittime del lavoro, tradotta in bronzo solo dopo la sua morte nel 1893. Un omaggio a tutti gli operai che avevano compiuto un’impresa così difficile e con un elevatissimo costo di vite umane.

“Ho sempre amato e ammirato i poveri oppressi, i martiri del lavoro, che rischiano la vita senza fare il chiasso dei così detti eroi della guerra e che pensano solo a vivere onestamente […] mi sono sentito in dovere di ricordare alle persone di cuore questi umili martiri che sono loro fratelli e lavorano per tutti fuorché per sé stessi”.

Vincenzo Vela

Vincenzo Vela, Le Vittime del lavoro, 1882. Fonte @Inail.it

IL QUARTO STATO

Il monumento ai caduti sul lavoro di Vela e, pochi anni dopo, nel 1901, il capolavoro del pittore piemontese Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, divengono simboli potenti del mondo del lavoro subordinato e delle battaglie dei lavoratori. Queste opere rappresentano la questione operaia maturata con la Prima e la Seconda Rivoluzione Industriale.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, 1901. Fonte @Wikipedia.org

Ognuna delle opere d’arte dedicate ai lavoratori nel corso dei secoli imprime nelle nostre menti i sacrifici e l’importanza del lavoro nella vita dell’uomo. Gli artisti hanno saputo rendere giustizia al mondo del lavoro. Intere generazioni di lavoratori si sono immolati per fare grandi città e nazioni, permettendo loro di evolversi e diventare potenti, rivoluzionando il mondo e dimostrando di essere una grande risorsa, a cui dovremmo per sempre dire “grazie”.

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