Giungendo a Reggio Calabria, città dell’estremo confine italico, si rimane attratti dall’incomparabile suggestione del Lungomare che fa da vetrina alle sponde siciliane. Tuttavia, basta volgersi dirimpetto per scorgere un monumentale edificio di marca architettonica fascista – progettato da Marcello Piacentini – che merita altrettanta attenzione: si tratta del Museo Archeologico Nazionale, custode di tesori che possono competere, almeno per qualità cronologiche, con la coppia celebre che ne occupa una sala apposita. La domanda, all’ingresso, suona consueta: “Vuole vedere subito i “bronzi”
oppure…“. Io ho scelto “oppure”.

Così, è iniziata la visita al museo seguendo il percorso abilmente disegnato dai curatori. Ed ho fatto bene. Le collezioni di reperti, persino preistorici e protostorici, sono senza alcun dubbio eccellenti. Lasciano incantati. Le sale, ampie, magnificamente illuminate, presentano una logistica di prim’ordine che valorizza la qualità delle diverse sezioni: un viaggio nel passato più profondo, che culmina nell’età magnogreca fino a prolungarsi nelle espressioni dell’arte romana e poi bizantina. Non è la “premessa” dei bronzi: sono questi ultimi ad esserne il corollario, indubbiamente il più rimarchevole. Infine, eccoli. Solitari ed elitari. Come se lo sapessero. La forma d’arte che rappresentano, bisogna ammetterlo, ci risulta lontana quanto estranea, basta rifletterci per un momento: è un altro mondo, una cultura che si saldava perfettamente con la visione del limite, con il ciclo della vita che necessariamente culmina nella morte, nell’annullamento, nella dissoluzione.

Questa consapevolezza tragica era, per paradosso, la più estrema espressione di vitalità, poiché lasciava che la giovinezza coincidesse con la fase di massima espansione della floridezza, di massima potenza del corpo, di massima visceralità dei sentimenti. Ed è in questo scenario che fa la comparsa la razionalità del pensiero filosofico, vissuta quale strumento necessario alla “polis”, alla comunità nel suo costituirsi e consolidarsi; ecco l’importanza del simposio nello spirito greco, come capacità di dominio su di sé; ecco il rapporto con la natura intesa alla stregua di uno sfondo immutabile “che nessun uomo e nessun dio fece” (Eraclito), come spesso ci ricorda Umberto Galimberti. Questo è il senso profondo dell’essere greci: l’acuta sensazione della potenza che si espande fino alla compiuta percezione del limite, il dionisiaco e l’apollineo inconciliabili eppure indispensabili alla vita come alla morte. Ed è di questa koinè che i misteriosi bronzi sono parte, illustri e beffardi ci raccontano il loro momento di massima espansione, l’attimo che è culmine, l’evento che cristallizza nell’immobilità il gesto finale prima del declino, l’esito tragico, la parabola del ciclo dei viventi. O meglio, dei mortali. Certo, i ricercatori dovranno impegnarsi ancora prima di dare un nome ai bronzi, prima di poter cancellare la prima vocale e la prima lettera dell’alfabeto che tutt’ora li identificano con fredda descrizione.

Non basta dire il “giovane” e il “vecchio”. Ma l’esperienza di vederli dal vivo è ricca di ben altri pensieri e di sentimenti capaci di accendere un improvviso tumulto: dei, eroi, figure idealizzate ovvero e più semplicemente due figure umane – dimenticando il veto che le vorrebbe figure mitiche a causa dell’altezza ritenuta superiore al vero – tratte in salvo dall’irrimediabile declino e consegnate al flusso del tempo, forse da duemilacinquecento anni. Uomini. Erano ebbri di vigore, calcavano la terra con fierezza, hanno conosciuto la passione tremenda e la dolcezza del riposo, il desiderio ardente e lo sguardo che contempla. Hanno vissuto. E sono morti. Ma hanno sperato nell’eternità delle forme e nella sapienza degli artisti. Non importa chi siano stati. Ciò che davvero ha importanza è che essi sono ancora. Madidi di sudore dopo la fatica della lotta, sentirono in quell’esplosione vitale la luce effimera di uno scopo negato. E di quella luce, monito e sfida alla natura implacabile, chiesero di lasciare il segno. Forse è questo l’unico mistero svelato dei bronzi di Riace.

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