Nelle civiltà del passato come nella gloriosa Grecia classica o di Roma antica si ritrovano spesso in nuce le origini di usi e costumi di molti comportamenti quotidiani della società moderna. La mitologia docet con le sue infinite storie al centro delle quali spessissimo c’erano l’amore, il sesso e relativi figli divini e semi divini che affollano i testi degli scrittori e dei poeti greci e latini, giunti con intatto fascino sino a noi.

Fra i tanti concetti passati dalla mitologia si può senz’altro addurre anche il “fenomeno” del poliamore, neologismo coniato nella lingua italiana solo due anni fa e che riguarda il comportamento affettivo, sentimentale e sessuale di coloro che decidono di vivere due o più relazioni intime contemporaneamente. Ciò potrebbe far gridare allo scandalo ma in realtà andrebbe preso con le “pinze” perché non è tutto così semplice e banale come può apparire con una visione superficiale. Infatti affinché si possa parlare di poliamore si devono intendere le relazioni in oggetto come consensuali da parte di tutti i partecipanti, in una visione di massima onestà, consapevolezza e conoscenza; altrimenti si parla di semplici tradimenti.

Come quelli che ben conosceva la “povera” Hera, moglie del divino Zeus, quando scopriva tutti gli amori e i figli illegittimi che suo marito spargeva in terra e sull’Olimpo. Ma non solo, tutte le divinità greche avevano il loro ben da fare in amore, spesso si trattava proprio di una sorta di concetto antesignano di poliamore, in un mondo politeista in cui la morale cattolica era ben lontana anche solo dall’essere concepita.

Affresco da Pompei raffigurante il matrimonio di Zeus e Hera, conservato al Museo Archeologico di Napoli. Fonte: Pinterest.com

Il concetto di libertà sessuale ha da sempre affascinato soprattutto l’ambito artistico dove i miti, rappresentati attraverso nudità e pose dalla fortissima carica erotica, sono sempre stati protagonisti, rappresentando e sublimando la bellezza del corpo umano.

Esempi di mosaici, affreschi, dipinti e sculture che ritraggono le divinità impegnate nei loro affari amorosi sono sterminati a incominciare proprio dai reperti archeologici: ne sono splendido esempio l’arte vascolare e le opere d’arte provenienti da Ercolano e Pompei, tanto per citarne alcuni fra i più famosi. Nel corso dei secoli, artisti di tutto il mondo si sono lasciati sedurre dai miti e li hanno rappresentati. Fra i più acclarati ritroviamo senz’altro le storie degli amori di Zeus e la conseguente gelosia di sua moglie Hera che si scagliava con ira vendicativa nei confronti delle amanti di suo marito e della loro prole.

Zeus, padre di tutte le divinità, aveva secondo gli antichi l’innamoramento facile e, spesso, per poter soddisfare queste voglie impellenti, adottava le trasformazioni e gli stratagemmi più fantasiosi pur di ottenere ciò che desiderava sfuggendo all’ira di sua moglie. Fra le trasformazioni più clamorose del divino Zeus o delle proprie amanti ve ne sono alcune davvero particolari, narrate tra l’altro da Esiodo nella sua “Teogonia”, da Plutarco nelle “Vite Parallele”, da Ovidio ne “Le Metamorfosi”e dallo stesso Omero nell’ “Iliade”. Plutarco a proposito di Alessandro Magno ci informa su Olimpiade, madre del grande condottiero e di come costei, secondo suo figlio, lo avesse generato non con suo marito Filippo II di Macedonia, ma con lo stesso Zeus, il quale aveva assunto la forma di un serpente per possederla e contemporaneamente quella di aquila fiammeggiante per distrarre Filippo. L’immagine è descritta in modo particolarmente ardito con il dipinto di Giulio Romano per la stanza di Psiche di Palazzo Te a Mantova.

Altro mito suggestivo è quello di Latona: secondo Esiodo, la donna giacque con Zeus e rimase incinta dei due gemelli divini,  Apollo ed Artemide, che non potevano nascere a causa della maledizione lanciata da Hera che impediva a Latona di avere ospitalità per il parto in ogni luogo della terra. Allora Zeus trasformò Latona in lupa e facendola giungere sull’isola di Delo per  partorire i suoi figli in  gran segreto e dandole il potere di trasformare in rane coloro che impedivano il parto e l’accudimento dei gemelli. Altra ninfa vittima dell’amore di Zeus fu Io, il cui mito è citato da Eschilo nelle tragedie “Prometeo incatenato” e ne “Le supplici” e poi ripreso successivamente da Ovidio. Io fu posseduta dal dio con un particolare stratagemma: la terra fu avvolta da una coltre densa di nubi, il dio stesso con le sembianze di nuvola antropomorfa avvolse e si congiunse alla ninfa senza così esser visto da sua moglie Hera e generò il figlio Epafo. Una splendida rappresentazione pittorica è quella del Correggio conservata a Vienna.

 

Ovidio narra anche l’amore di Zeus per Europa, principessa di Tiro: in questo caso, il padre degli Olimpi si trasformò in un mansueto toro e rapì Europa portandola a Creta; trasformatosi poi in aquila giacque con la donna a cui sarà dedicata poi la costellazione del Toro. Altra conquista amorosa famosa è Leda, regina di Sparta, che venne sedotta da Zeus in forma di cigno, dalla cui unione si generò l’uovo da cui nacquero i Dioscuri. Una delle donne più famose conquistate da Zeus fu sicuramente Danae principessa di Argo, la cui iconografia artistica è davvero ricchissima. La pioggia dorata in cui si trasforma il dio per congiungersi e fecondare Danae è sensualmente rappresentata in moltissimi dipinti, da Tiziano a Klimt.

Ma Zeus non si ferma ai soli amori con le donne: il dio è innamorato della bellezza in generale e nell’Iliade, secondo Omero, il dio con sembianze d’aquila rapì il giovane e avvenente Ganimede, principe troiano, per portarlo sull’Olimpo e farne servo d’amore e coppiere degli dei.  Questo mito è preso a modello per il costume sociale della pederastia greca, visto il rapporto, di natura anche erotica, istituzionalmente riconosciuto e socialmente accettato tra un uomo adulto e un ragazzo, come rito di passaggio all’età adulta. Ovviamente ciò non è assolutamente concepibile nella società odierna, ma è necessario contestualizzare la vicenda nella specifica circostanza storico- sociale di un mondo che di fatto non esiste più.

L’amore e la pulsione erotica sono stati motori trainanti della mitologia greca e romana, ponendo una prepotente e preziosa domanda: ma se neanche Zeus, dio di tutti gli Dei, non poté sottrarsi a tale forza generatrice di vita e disavventure, come ci si può sottrarre da comuni mortali?

Ciò che continua a valere, ora come allora, è la necessità di essere liberi e di poter amare senza restrizioni morali e giudizi castranti: la filosofia del poliamore, i cui valori sono senz’altro corretti e onesti dal punto di vista etico-morale, più che porsi in contrasto alla scelta monogamica, appare come un’alternativa di valore a tradimenti continui compiuti all’insaputa del malcapitato partner. Chissà che se avessero potuto conoscerla anche gli antichi, Hera avrebbe forse sofferto molto meno e Zeus sarebbe stato molto più apprezzato dalle tante amanti e dalla sua stessa moglie. Tuttavia, possiamo godere dei tanti capolavori che sono stati ispirati dall’ars amatoria che i miti hanno ispirato. E, perlomeno, non è niente male come consolazione.

Immagine di copertina Giulio Romano, Olimpiade e Zeus, Palazzo te, Mantova. Fonte: Stilarte.it
Secondary image Annibale Carracci, Giove e Giunone, Galleria Farnese. Fonte: Wikipedia.org
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