di Carmen Sorrentino

È difficile tracciare la storia del termine “pittorialismo” per scoprire chi per primo lo ha utilizzato e in quale specifico contesto. Attraverso questa parola si fa riferimento a quei fotografi che si allontanano dalla tecnica, dalla meccanicità per arrivare a un risultato dato dalla creatività dell’artista. Questa scelta nasce dalla volontà sviluppatasi già nel Settecento di essere artisti e non più artigiani, così da creare una netta separazione tra l’arte e l’artigianato.

Henry Peach Robinson, “Fading Away”, 1858

I pittorialisti cercavano di arrivare a questo obiettivo con una serie di tecniche particolari, in alcuni casi allo scopo di rendere le immagini più simili a disegni, in altri per creare effetti che eliminassero il realismo in eccesso.

I primi pittorialisti preferivano il processo della calotipia, nel quale la superficie irregolare del supporto cartaceo rendeva confusi i dettagli. Nella storia della fotografia ci sono stati molti tentativi di superare i limiti imposti dal mezzo tecnico e dalla sua oggettività per cercare di raccontare ed esprimere i moti dell’animo del fotografo, per trasmettere, piuttosto che l’immagine di un soggetto reale, l’immagine mentale che il fotografo aveva in sé visualizzato. E non mancarono di certo le polemiche, come quella tra i Dagherrotipisti e i Calotipisti: i primi prediligevano la nitidezza e la definizione proprie del dagherrotipo, con le conseguenti limitazioni dovute agli obiettivi dell’epoca; i secondi, invece, preferivano la delicata evanescenza della stampa al sale.

Oscar Gustav Rejlander, The two ways of life, 1857

I primi esperimenti di questo movimento furono fatti in Francia, ma ben presto il Pittorialismo si diffuse in tutta Europa e nacquero molti ateliers, che servivano per lo più a dimostrare la vanità dei ricchi borghesi disposti a pagare grosse somme per un semplice dagherrotipo. Così, mediocri ritrattisti abbandonarono pittura e pennelli e si trasformarono in fotografi, anche perché il tempo richiesto per realizzare una fotografia era minore rispetto a quello necessario per la creazione di un dipinto. Di conseguenza aumentava il numero dei clienti e con esso pure il profitto. Intanto molti fotografi cercarono di dare alla fotografia la ricercata dignità artistica che sembrava esserle negata a causa del suo automatismo meccanico.

Gustave Le Gray, The great wave, 1957

Alcuni tra i pittorialisti seguirono la parabola dei preraffaelliti, dando vita alla fotografia preraffaellita. La confraternita, creata nel 1848 da sei giovani pittori, difendeva un’arte libera dall’accademismo meccanico ottocentesco attraverso una pittura densa di colore e di suggestive contaminazioni letterarie. Essi sostenevano il diritto di scegliere i soggetti delle loro opere e di essere liberi di dipingere come preferivano, senza seguire le regole della pittura classica. Le tematiche privilegiate erano sociali e religiose, con un ritorno al Medioevo e alla natura, con rappresentazioni accurate, quasi fotografiche, della realtà mediante dense pennellate fatte di lucente colore.

Julia Margaret Cameron, So like a shatter’d column lay the king, 1875 (c) Victoria and Albert Museum, London

La corrente pittorialista si esaurì durante gli anni Venti, ma ha avuto il merito di essere stata il movimento che ha dato vita alla fotografia moderna. Tramite la visione pittorialista, infatti, la macchina fotografica è stata considerata come un mezzo per fare arte, riuscendo così a far conquistare alla fotografia la dignità artistica.

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