Capita sovente di dover fare i conti con le allegorie medievali.
Organizzate in uno scenario complesso, ricche di riferimenti culturali velati all’osservatore contemporaneo, rischiano di essere interpretate banalmente o con frigidi accenti accademici.

Eppure, osservando a lungo un affresco come come “l’Allegoria del Buon Governo” di Ambrogio Lorenzetti (1290-1348) si giunge a scoprire un mondo che possedeva una visione molto efficace della relazione tra i cittadini e il potere pubblico.

Nell’affresco – che risale agli anni 1338-1339, conservato nel Palazzo Pubblico di Siena, Sala della Pace – l’autore ha costruito una rappresentazione che muove entro un’unità etica matura, capace di superare il richiamo ad una fragile visione morale, per approdare ad un principio unitario, forte, realistico, ineccepibile: l’isonomia.

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Buon Governo, 1338-1339, affresco. Siena, Palazzo Pubblico, Sala della Pace

Ora, l’isonomia non è solo l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ma come non è raro nel discorso filosofico, è dalla medicina antica – precisamente da Alcmeone di Crotone vissuto nel VI secolo a.C. – che si deve trarre il termine più corretto: “completa armonia fra tutte le sostanze e gli umori che compongono il corpo umano, condizione che caratterizza lo stato di salute”.

Per metafora, anche la città è un corpo “sociale” che tende all’armonia delle sue componenti individuali, come condizione per ottenere lo stato di salute della città.

E come può costituirsi l’armonia se non attraverso la concordia, la “comunione di cuori” che sia frutto di un sentire la legge, il”nòmos”, alla stregua di strumento ineludibile alla realizzazione del bene comune, unico e profondo vantaggio in grado di estendersi indistintamente a tutti i cittadini?

Così, Lorenzetti si cimenta a descrivere la “Concordia” – in basso a sinistra – in forma allegorica: raccolte le corde (anche in questo caso il valore è metaforico) che originano dalla “Giustizia” effigiata al di sopra di lei, le usa per avvolgerle intorno ai cittadini. Questi ne consegnano l’altro capo alla figura in trono che rappresenta il “Buon Governo”, centro del potere e garante del legame ideale.

Ma non basta.

Occorre capire bene cosa significhi “isonomia” in età medievale, in scia con la tradizione aristotelica. A sua volta effetto della compiuta esperienza sul campo del filosofo di Stagira nella convulsa politica ateniese, fortemente influenzata dai conflitti sul diritto di cittadinanza e quindi di partecipazione alla cosa pubblica.

Ci aiuta, anche in questo caso, l’immagine della “Concordia”: questa trattiene un banchetto sul quale poggia una pialla, l’utensile che il falegname usa per rendere piana una superficie irregolare.

Dunque l’armonia, sembra suggerirci Ambrogio Lorenzetti, si basa sull’eguaglianza. Ma quale tipo di eguaglianza? In prima istanza sembrerebbe trattarsi d’investire sul conseguimento di un generalizzato livellamento. Ma a ben vedere, nulla di tutto questo: la parità è un riferimento che non tocca la sfera privata ma il rapporto con il sistema pubblico. E all’obiezione che nella Firenze in auge dal XIII secolo in poi venne introdotta la legislazione contro i cosiddetti “magnati”, si risponde che anche in quel caso il valore prevalente era la protezione dallo sconfinamento di tendenze arbitrarie in campo pubblico.

Dunque, se non è in discussione l’ineguaglianza di condizione, quale eguaglianza connota i cittadini? Quella che li conduce in rapporto alla sfera pubblica: poichè la concordia nasce nella relazione tra l’individuo e il bene pubblico, ciascuno è chiamato ad apportare il proprio migliore contributo all’interesse generale, secondo le proprie capacità e possibilità. E in questa scia consegnare, direi affidare, l’altro capo della corda che promana dalla “Giustizia” al “Buon Governo“.

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo sulla città, 1338 – 1339, Siena, Palazzo Pubblico, Torre dei Mangia. Fonte: Wikimedia Commons

Sono i cittadini a farlo, sono essi a mantenere in atto il legame costituente la comunità. E come mai potrebbero farlo se non riconoscessero a ciascuno ed ai gruppi sociali ruoli di piena libertà, vigilando ed impedendo tuttavia che possano sorgere forme di preponderanza, riflessi negativi di supremazia forieri di generare”anomia”, il vuoto della Legge, quindi la prevaricazione basata sull’interesse particolare, degenerazione sempre in agguato.

La lunga fase di formazione della civiltà comunale italiana tra XII e XIII secolo ci propone un esempio particolarmente pregno di significato nel rapporto tra “auctoritas” e “potestas”, tra riconoscimento di valore e potere materiale: l’interesse di tutti, la buona salute della città, si consegue entro i limiti di una partecipazione generosa e profonda, eppure equilibrata ed armoniosa. Questo è il significato iconologico dell’affresco di Lorenzetti.

Che non proclama l’assenza dei conflitti: li recepisce come precondizione e quindi li rende manifesti: esistono. Su questo presupposto nasce il “Buon Governo”. Ma è la pialla in mano alla”Concordia” lo strumento adatto a ricondurre ogni moto sociale entro i limiti di un “nòmos” riconosciuto promotore di benessere collettivo.

Non è quello di Lorenzetti un messaggio pittorico ingenuo, che rigetti la scaltrita conoscenza dell’umano: è utile qui rammentare che “l’Allegoria del Buon Governo” è inserita nel più ampio ciclo di affreschi su “Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo”. E’ invece una rappresentazione, non a caso artistica, molto cruda e asciutta ed efficace sui sistemi di governo ed i loro fondamenti.

Questo è il medioevo, età politica immersa in dispute furenti e nel medesimo tempo capace di potenti sintesi compositive, le stesse che diedero corso all’avvento della prospera civiltà comunale italiana fatta di complessi ordinamenti. Machiavelli avrebbe spiegato che è proprio attraverso il conflitto che nascono le libertà ed i processi di accrescimento civile. Attraverso il rigetto dei vecchi ordini e la costituzione dei nuovi si forma una coscienza delle strutture politiche che governano i meccanismi di scomposizione e ricomposizione sociale. Forse il segreto è tutto compreso in quel clima ribollente e nella ricerca continua di soluzioni ai conflitti.

Oppure il segreto è custodito proprio nelle immagini che ci ha lasciato Ambrogio Lorenzetti che, chissà, forse conosceva una frase attribuita a Publilio Siro, drammaturgo romano del I secolo a.C.:

“Ibi semper est victoria, ubi concordia est.”
(Vi è sempre vittoria dove vi è concordia)
© riproduzione riservata