di Ilaria Piampiani

In un’Inghilterra del XIX secolo, dove l’industrializzazione e le macchine hanno iniziato a farsi spazio nella produzione nazionale e la disumanizzazione del lavoro veniva raccontato dalle pagine di Charles Dickens, in un momento storico frizzante in cui l’alta borghesia lasciava le nebbie e i venti del nord per il sole e i profili architettonici italiani, si inserisce la personalità geniale e contorta del più grande critico d’arte dell’epoca vittoriana: John Ruskin.

Nato in una famiglia agiata, Ruskin ha vissuto un’infanzia caratterizzata da un’eccessiva apprensione genitoriale, di una madre paragonata dal biografo Quentin Bell a un “marsupiale” soffocante, fonte primaria di insensate occlusioni, dettate anche dai severi dogmi religiosi e moralistici. Un giovane studente di Oxford estremamente osservato e costretto sotto una spessa campana di cristallo, ma allo stesso tempo circondato da stimoli estetici straordinari, non solo in campo accademico, ma anche legati prettamente alla sua educazione artistica, avvalendosi dell’insegnamento dei grandi maestri dell’acquerello e del genere topografico, da Copley Fielding a Samuel Prout.

Autoritratto, 1861

Autoritratto, 1861

La tragedia privata di Ruskin, sensibile alla malinconia e vittima di un marcato dissidio tra i dettami familiari e il sensuale trasporto nei confronti dell’arte, lo hanno portato al logorante conflitto con una realtà crudele e feroce, in contrasto con l’idealizzazione che, da sempre, lo ha cullato e accompagnato negli anni. Egli ha accolto nella sua immaginazione un sogno utopico di un domani libero dalle ingiustizie moderne, un’illusione sociale e artistica definita da Marcel Proust più affine al romanzesco che allo sguardo analitico di uno studioso qualsiasi.
Il sottile discrimine tra disinganno e concreto si comprende, inoltre, anche grazie a un aneddoto intimo che riporta la sua infatuazione folgorante, all’età di quarant’anni, per la statua di Jacopo della Quercia rappresentante Ilaria del Carretto, i cui tratti lo facevano pensare alla sua ossessione per l’adolescente Rose La Touche.

Questa sua estrema sensibilità, non solo era fonte di ansie insopportabili, ma anche foriera di una percezione della bellezza, in ogni sua forma, intensa e privilegiata; il suo sguardo ne catturava la verità nella sua essenza, “sorgente stessa della poesia, dell’amore nelle sue infinite e sacrosante funzioni che si esplicano nell’abbraccio di ogni forma di intelligenza”. Un Ruskin giovane ha espresso entusiasmo verso l’opera di William Turner che ha definito “pittore di shakespeariana potenza”, l’unico in grado di raccontare il paesaggio nella sua sublime sincerità.

John Ruskin, Vista di Amalfi, 1844

Il viaggio nell’opera poliedrica del critico, è stato fondamentale nella sua formazione di uomo, artista e scrittore. Il suo “battesimo” in Italia risale all’ottobre del 1840, toccando le città toscane, fino ad arrivare a Roma e Paestum, per poi risalire e approdare alle pietre di Venezia. Nell’omonimo saggio, la città lagunare gli ricorda la poesia multicolore di un gotico medievale che disegna i palazzi, restituendoli a un futuro Rinascimento che lo corrotto con la rigidità di un manierismo. Ruskin ritrae a parole un passato idealizzato di architetture che hanno favorito una spiccata spontaneità estetica, e tristemente riportata all’ordine dalla razionalità e dalla pulizia cinquecentesche.

John Ruskin, Ponte dei Pugni, ©Ruskin Foundation Lancaster

Come afferma Attilio Brilli, in Pietre di Venezia l’autore intraprende una danza descrittiva che va dal particolare alla visione d’insieme, coinvolgendo il lettore e introducendolo alle calli, ai loro odori e colori, al vociare di campi e campielli, avendo quasi la percezione di camminare al suo fianco. “E ora venite con me perché vi ho trattenuto anche troppo lontano dalla vostra gondola; venite con me in un mattino autunnale fino a un basso pontile o a una banchina, giù in fondo al canale, dove i lunghi gradini discendono da entrambi i lati al livello dell’acqua […]”.

Le parole di Ruskin evocano l’incanto e l’apocalisse al medesimo tempo, parlando poi di una “degradazione irrimediabile” delle architetture, specchio morale di una nazione, violate dalla sostituzione in blocco delle sue strutture rispetto a una più saggia conservazione delle stesse, polemica amara che permea un’altra grande opera dell’autore, Le sette lampade dell’architettura.

In Pittori moderni c’è tutta la filosofia estetica del genio inglese che non si è mai fatto trascinare dalla comune concezione secondo cui un artista sia da disprezzare se differisce dal canone “ufficiale”. Ogni generazione dell’arte esprime la propria intima verità, magari imperfetta, necessariamente diversa, individualmente coraggiosa, poiché “l’artista vero risponde all’ispirazione che è superiore a qualsiasi legge”.

John Ruskin ci ha lasciato, non solo, una sua visione e sensibilità artistica attraverso le parole, ma anche ricordi ed emozioni raccolti nei suoi taccuini e acquerelli, meravigliosi nei loro particolari, maestosi nello sguardo d’insieme, una vera e propria poesia figurativa catturata con commozione.

Nelle sue debolezze e nella sua tragedia personale egli è stato in grado di trovare uno spiraglio per la meraviglia e l’illusione, dando loro spazio per contrastare quella velocità e quello spaesamento dell’uomo moderno, in una folla di visi scomposti.

© riproduzione riservata