Sorride. Ma è un sorriso imposto! Con gli occhi parla, sgranandoli in un’estrema invocazione di aiuto, con un’espressione di smarrimento che sfocia in orrore incombente. La figura è come imprigionata in una condizione che non le appartiene, una dimensione nella quale l’esibizione del seno prosperoso, simbolo di vita e di prorompente erotismo, è volgarizzata dalle strette cinture che avvolgendolo ne brutalizzano la forma e, nello stesso tempo, rimarcano l’attributo del possesso ormai ceduto ad una forza oscura.

Willem De Kooning, Woman I, 1952, olio su tela, 147,3×192,7 cm, New York, Museum of Modern Art. Copyright: www.moma.org

È una donna dolente questa rappresentata da De Kooning – grande interprete dell’Espressionismo Astratto americano – trattenuta in uno stato di schiavitù da una forza mostruosa e tentacolare che la circonda e l’avvolge in una melassa vischiosa che ne ha deformato le fattezze, che ne ha consumato ogni parte ad eccezione dell’unico attributo fisico degno di essere esposto come in una vetrina. Nella visione esteriore ella potrà avere l’aspetto di una modella, di una donna attraente ed affascinante o di una donna in atteggiamento licenzioso, dissacrante e coinvolgente. Ma nell’essenza del suo essere, l’occhio rivelatore dell’artista ne disvela la triste condizione con un crescente senso di commovente pietà per un’anima desolata nell’abbandono, rassegnata ad un destino tragico, eppure ancora capace di un sussulto, di un anelito di vita interiore.

Sembra voler parlare con gli occhi: salvami, aiutami, liberami! Vive un incubo senza fine, incapace di disperarsi o di gridare come accade a chi è in preda alla magia onirica che scatena il subcosciente. Prigioniera del suo stesso corpo, oscilla tra la paura di chi teme di soccombere e la rassegnazione difronte all’inevitabile. Il corpo lentamente ed inesorabilmente cade nel disfacimento. I capelli, neri, ormai resistono a ciocche ai lati del cranio nudo, come strappati via; le braccia ossute sono ormai appendici stanche; una gamba, quella sinistra, s’intravede appena! È seduta: quindi in una condizione d’immobilità anche formale. La violenza che la circonda e la opprime è informe, senz’anima, alienata ed alienante, tende ad assorbire ogni forma di vita inglobandola in un “astratto furore” – per citare la profetica immagine evocata dal Vittorini di “Conversazione in Sicilia” – che travolge ed occupa la scena con saette di luce divoratrici del colore, divoratrici della vita ridotta al grigio contrastante pallore della figura.

Forse c’è anche la vecchiaia: l’immagine della caducità con il suo triste bagaglio di disfacimento, violenza, morte. La vecchiaia può ben rappresentare la creatura mostruosa che divora la vita!

Un braccio, quello sinistro, sembra scomparire tra le gambe divaricate: un gesto di solitario piacere e di brutale abiezione esibizionista che simboleggia la solitudine nella lenta agonia di un subito stato di cattività. E’ un gesto che integra l’iconografia e non modifica, semmai accentua, l’iconologia: l’esibizione sfrontata del corpo, della carnalità, dell’intimità violata, è un estremo gesto di protesta che suona come l’invocazione del bestemmiatore.

Questa ipotesi che emerge dalla visione del dipinto, peraltro, collima con la tendenza sarcastica e l’ossessione per il sesso di De Kooning nella sua irrisolta dicotomia tra astrazione e figurazione, anchese quest’ultima è ritenuta da Claudio Zambianchi, Arte contemporanea: dall’espressionismo astrattoalla pop art – la cifra autentica ed originale della sua espressione artistica. Se l’immagine è quella di una donna che mette in mostra la sua deformazione fisica come espressione della propria condizione mentale, non si può non interpretare questa trasformazione nella scia della brutale condizione cui è sottoposta la donna nel suo ruolo d’icona del materialismo e dell’impulso consumistico che nei primi anni cinquanta del XX secolo prende corpo con l’avvento della c.d. “età dell’oro” che segnerà l’impetuoso sviluppo del modello fordista, specie nella società americana.

Willem de Kooning, Women Singing II, 1966. olio su carta, 914 x 610 mm. Tate T01178. © 2017 The Willem de Kooning Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York

La storia del quadro (tratta sempre dal testo di Zambianchi) narra, infatti, di un “sorriso ritagliato dalla reclame di un rotocalco” intorno al quale De Kooning dipinge in “modo sempre più indiavolato”, trasfigurandolo in un’immagine “grottesca e parodistica”.

La curiosità per un accostamento comparativo, conduce verso la ricerca delle altre “women” dipinte dallo stesso autore. In queste, la componente grottesca è più evidente e la furia delle pennellate lascia tuttavia trasparire maggiori dettagli della figura che ne stemperano l’impatto emotivo rispetto alla“Woman I” in esame. Che è, fra tutte, quella dotata di un più accentuato lirismo, icona biomorfica di una creatura fragile, prigioniera di un mondo brutale e trasfigurata espressione mentale di una realtà che l’autore rigetta e contro la quale si scaglia volendone far cogliere il lato mostruoso, dicotomico all’apparente, vuota ed alienante messa in scena di stampo borghese e materialistico.

Le pennellate “furenti”, in un contesto che ha un suo evidente tratto narrativo di stampo espressionistico – peraltro non privo di un accenno di dimensione prospettica nella figura e nello sfondo – lasciano cogliere la forza del gesto creativo, tratto caratteristico dell’arte informale della quale NewYork fu il crogiuolo e nel quale De Kooning fu un indiscusso protagonista e sensibilissimo interprete. La sua poetica, il suo difficile, drammatico rapporto con l’afflato creativo, trova un significativo riscontro nella sua “Woman I” attraverso la quale sembra riecheggiare una sintomatica frase dell’autorepronunciata nel 1960 durante un’intervista radiofonica:

«Per me è sempre stato molto difficile decidere quando un quadro era terminato, lo riconosco. Ma ora va meglio. Smetto di lavorarci, semplicemente»

(Willem de Kooning, Appunti sull’arte, Abscondida 2003)

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