La figura della femme fatale nasce a cavallo fra il XVIII e XIX secolo, in un periodo di importanti cambiamenti per il ruolo della donna nella società dell’epoca. Appare per la prima volta nelle opere decadenti di fine Ottocento, che si ispirano a un topos ben più antico: dalla Medea di Euripide alla Lesbia di Catullo, passando dalla Giuditta biblica fino ad arrivare alla Black Woman shakespeariana. Dalla letteratura decadentista in poi però, va delineandosi un personaggio a tutto tondo, che acquisisce sempre più rilevanza all’interno della storia. L’eroe principale, infatti, non è  più capace di confrontarsi con un mondo che lo annichilisce, viene sostituito così da una figura femminile forte e senza scrupoli.

Tale modello non si limita però all’ambito letterario e influenza diversi campi artistici, dalla moda al cinema, fino ad arrivare anche all’immaginario collettivo. Tuttavia, il mito della femme fatale non è mai stato trattato in modo così ricco ed eterogeneo quanto nelle arti figurative. Oggi infatti indaghiamo la dicotomia che ha animato maggiormente i soggetti dell’Art Nouveau e dell’Art Decò: la donna seducente e animalesca contrapposta alla donna splendente e fiera di sè, primo simbolo di emancipazione femmile.

Inizialmente infatti la figura della femme fatale viene rappresentata come una donna maliziosa, lussuriosa e perversa, che usa indiscriminatamente gli uomini per conseguire i propri scopi. Uno degli aspetti centrali è sicuramente l’alone di mistero e pericolo che nasconde. E, per la sua natura selvaggia e indomabile, viene spesso assimilata ad animali legati alla sfera dell’occulto, come pantere e civette. Il pittore simbolista Franz Von Stuck è forse l’artista che più ha fatto della femme fatale la sua musa principale. Le opere rappresentano infatti donne avvolte dall’oscurità, con corpi seducenti e inquietanti allo stesso tempo, intente a tormentare e seviziare uomini terrorizzati.

“Vampiro” di Edvard Munch, 1893

Il tema della donna-carnefice ricorre anche in diverse opere di Edvard Munch, legate a un campo semantico più vicino al noire: la serie delle donne vampiro. La figura femminile diventa così un mostro affascinante che si nutre dell’energia delle sue prede maschili. La tavolozza, estremamente importante nella poetica dell’artista, vede simbolicamente il forte contrasto tra bianchi cerei, bruni tetri e rossi abbacinanti, metafora del sangue e, allo stesso tempo, della passione avvolti dall’oscurità.

Kees van Dongen, 1906, Femme au grand chapeau (fonte: Galerie Daniel Malingue)

I colori diventano uno dei più forti mezzi espressivi anche per un altro pittore espressionista, che ha partecipato alla Secessione di Monaco: Kees Van Dongen. Le sue donne sfacciatamente provocanti, che mostrano seni e sguardi languidi, hanno carnagioni dalle sfumature verdi, rosse, gialle e capelli viola, blu e rosa, per sottolineare l’intensità dei loro caratteri.

Passiamo però a un altro protagonista delle Secessioni di inizio secolo, che ha fatto della donna il simbolo indiscusso di tutta la sua produzione: Gustav Klimt. L’artista viennese consacra la sua arte alla bellezza femminile e alla sua sensualità. Klimt infatti non riprende soltanto il tema della donna vendicativa e animalesca, come nella “Giuditta II” o nelle “Bisce d’acqua I”, ma si ispira anche a un’altra dimensione della femme fatale. L’inquietudine infatti scompare lentamente dalle sue opere per lasciare il posto a una luce quasi sacrale, simbolo dell’energia di una donna cosciente delle proprie capacità. Le muse seducenti di Klimt tentano così l’osservatore con uno sguardo di sfida, che non vuole celare nell’oscurità, ma anzi rivelare la propria forza. Una delle caratteristiche principali di questo nuovo modello è proprio la bellezza di una donna consapevole della propria sensualità, non più soggiogata al desiderio maschile.

Sempre nell’Art Nouveau, troviamo le donne di Alfons Mucha: idealizzate ninfe dei boschi che godono delle gioie della vita. Alcuni dei suoi lavori più celebri sono le illustrazioni delle cartine Job, dove una donna, dalle forme sinuose e seducenti, fuma una sigaretta, tipico vizio maschile. Uno stile simile viene proposto anche da Georges de Feure, pittore e designer francese, famoso per le raffinate dai vestiti spumeggianti.

 

In Italia invece, è Giovanni Boldini che dona ai ritratti femminili nuova vita e dignità.

Il mito della femme fatale però non ha caratterizzato solo un breve periodo di rinascita per la figura femminile nel vecchio continente: in America Tamara de Lempicka ne fa un vero e proprio status symbol fino agli anni 60. Le sue donne sono libere, sicure, determinate ed estremamente affiscanti. Vengono rappresentate come figure indipendenti, capaci di badare a loro stesse, come nell’autoritratto in cui Tamara si dipinge alla guida di una macchina di lusso.

“Giovane ragazza in verde” di Tamara de Lempicka

Il mito della femme fatale rimane tutt’ora vivo nell’immaginario comune, costituendo una dei modelli femminili più conosciuti nel mondo delle arti. Rivelando non solo la sua ben nota natura mortifera e cupa, rappresenta anche uno dei primi passi  verso l’emancipazione della donna nel mondo occidentale.

© riproduzione riservata