L’iconografia mariana segue una lunghissima tradizione che risale alle prime raffigurazioni all’interno delle chiese cristiane. Nel corso dei secoli l’immagine della Madonna è cambiata adattandosi anche al bisogno dei fedeli di ogni epoca. Dall’essere sempre rappresentata in funzione della figura più importante di Gesù, infatti, Maria acquista sempre più importanza, fino al formarsi di veri e propri culti mariani, divenendo una delle icone sacre più rappresentate. Durante il Medioevo viene creato così un vero e proprio protocollo per rappresentare la Vergine, in alcuni dei momenti cruciali raccontati nei vangeli, come per esempio nell’Annunciazione: l’azione si deve svolgere in casa facendo intravedere il letto per sottolineare la sua verginità, l’angelo viene raffigurato in ginocchio recante un giglio, simbolo di purezza, i vestiti della Madonna palesano un significato diverso in base al colore.

Tipico esempio di Annunciazione medievale: “Annunciazione” di Giusto de’ Menabuoi (foto: wikipedia.org)

Ogni dettaglio nasconde un significato che per i credenti dell’epoca doveva essere alquanto palese: le immagini sacre avevano infatti una funzione estremamente didattica, per un popolo prevalentemente analfabeta.

Troviamo invece un cambiamento paradigmatico durante il Rinascimento, quando la fede non rappresenta più il fulcro della vita umana: si diffonde infatti sempre più nella società una visione antropocentrica del mondo, secondo cui la ragione è l’unico parametro.

I soggetti artistici, da questo momento in poi, non sono più monopolizzati da icone devozionali e sacre, ma troviamo una ripresa del mondo classico attraverso la rivisitazione dei miti greci e latini, tornati in auge grazie all’Umanesimo. La rappresentazione sacra rimane comunque estremamente viva, soprattutto perché gran parte delle commissioni erano richieste da chiese e monasteri. Vediamo però come la figura della Madonna cambia nell’immaginario comune, aiutandoci con l’interpretazione artistica di uno dei più grandi geni del ‘400 che più ha rappresentato la Vergine nelle proprie opere : Leonardo Da Vinci. Cominciamo dunque da uno dei dipinti che ha contribuito maggiormente a miticizzare la figura di Da Vinci: “L’Annunciazione”.

Leonardo da Vinci, Annunciazione, 1472 circa (foto: wikipedia.org)

Sebbene sia notevole l’influenza del maestro Verrocchio, notiamo come, già in uno dei suoi dipinti giovanili, Leonardo tenti di allontanarsi dalla tradizione. Prima di tutto, l’ambientazione viene spostata all’esterno, in un giardino, per permettere all’artista di esibire i propri studi di: botanica nella resa naturalistica delle piante, geometria e disegno, nella precisione della prospettiva, e ottica, attraverso la tecnica della prospettiva aerea che avvicina lo sfondo ad un archetipo del futuro sfumato. Anche l’arcangelo Gabriele, sebbene sia raffigurato in una posa canonica, presenta un elemento che all’epoca ha destato sicuramente stupore: le ali, che per la prima volta vengono dipinte a partire da un attento studio anatomico sugli uccelli. In quest’opera l’Annunciata è facilmente assimilabile ad una figura divina, ultraterrena, grazie anche all’aureola dorata. Lo stesso volto della Madonna sembra ritornare in un’altro dipinto giovanile: la “Madonna del Garofano”. In quest’opera Leonardo si allontana sempre dalla tradizione italica, questa volta però, per avvicinarsi  a quella fiamminga. Troviamo infatti diversi riferimenti diretti all’arte olandese: l’attenzione al dettaglio nello sfondo, la complessa illuminazione della stanza, i volti imperturbabili, il voluminoso drappeggio e la raffinata acconciatura, tutto per dimostrare quando Da Vinci fosse un uomo colto, capace di realizzare capolavori anche lontani dal gusto corrente dell’epoca. Un’opera che invece si allontana molto dai canoni tradizionale è forse “La Madonna del gatto”: giunto a noi solo come bozzetto. Allacciandosi infatti all’antica iconografia mariana, sviluppatasi soprattutto in Macedonia, della “Madonna del gioco” Leonardo rappresenta madre e figlio in un attimo di estrema tenerezza, evadendo il clima austero molto più ricorrente.

“Madonna del Gatto” di Leonardo Da Vinci, 1478-1481 (foto: wikipedia.org)

Maria, che sembra riprendere le sembianze della Madonna de “L’Epifania”, pare aver perso l’aurea mistica fin ad allora attribuitale, divenendo una madre che condivide con il proprio figlio le gioie della quotidianità. Da qui in poi le Vergini di Da Vinci diventano sempre più umane in luoghi umili e quotidiani, come ne “La Vergine delle rocce” o “La madonna dei fusi”.

“Madonna dei Fusi” anche detta “Madonna Buccleuch” di Leonardo Da Vinci, 1501 circa (foto: wikipedia.org)

Però è con “La Madonna Litta” che il genio raggiunge la perfetta sintesi fra madre e divinità: una sacralità non più derivante dall’Assoluto ultraterreno, ma dall’incredibile mistero della maternità. Maria infatti, con un gesto di estrema intimità e tenerezza, stringe a sé Gesù per allattarlo. Quest’opera, che ha dimora all’Hermitage di San Pietroburgo, sarà in Italia al Museo Poldi Pezzoli fino al 10 febbraio.

“Madonna Litta” di Leonardo Da Vinci, 1490 circa (foto: wikipedia.org)

Si possono ammirare inoltre diverse opere dei Leonardeschi in un excursus sulla rappresentazione della Madonna, un percorso fortemente radicato nella tradizione del museo, che ospita decine di quadri dedicati alla Vergine, come: “La Madonna del libro” di Botticelli, “la Vergine leggente” di Antonello da Messina o “la Madonna della Misericordia” di Scotti. Il contributo della pittura di Leonardo ha sicuramente aiutato Caravaggio a realizzare uno dei dipinti più controversi della storia dell’arte: “La morte della Vergine”. Il quadro rappresenta infatti il culmine dell’umanizzazione della Madonna rinascimentale, insegnandoci come le opere d’arte portino intrinsecamente un significato sociale e un valore culturale imparagonabile alla loro valenza puramente estetica.

© riproduzione riservata