Giovanni Pisano (1248-1315), assieme all’altrettanto famoso padre, Nicola, può essere considerato tra i sommi artefici della scultura medievale italiana del XIII secolo. Secolo nel quale, in Italia, si affermano istituzioni comunali ormai mature e tuttavia vibranti nelle loro dinamiche politiche, centri floridissimi di un’economia nuovache rispecchia la rivoluzione commerciale avviatasi con poderosa progressione fin dal X e poi XI secolo. Città ricche e forti che hanno bisogno di dare voce a se stesse attraverso opere monumentali di grande magnificenza, ex voto alla loro potenza.

In questo clima sociale, Giovanni, dopo aver a lungo coadiuvato il padre nella bottega di famiglia (nella quale s’istruì anche Arnolfo di Cambio) fino alla morte di questi avvenuta nel 1284, avviò iniziative di notevole rilevanza prima a Siena e poi, nel 1297 a Pistoia dove venne chiamato a realizzare il pulpito della Chiesa dedicata aSant’Andrea. L’opera venne completata nel 1301 e ricalca, nei temi e nella struttura architettonica, i precedenti della bottega espressi nel Battistero di Pisa e in seguito nel Duomo di Siena, ma con esiti stilistici differenti.

Un dettaglio de “La Strage degli Innocenti” che orna il pulpito di Pistoia ad opera di Giovanni Pisano

Intanto nell’iconografia: mentre nel Battistero di Pisa non è presente la formella con il tema della “Strage degli Innocenti”, una lastra con quest’episodio appare in epoca più tarda nel pulpito ottagonale di Siena, nel quale significativamente operano con maggiore libertà sia lo stesso Giovanni che Arnolfo. Da quell’esperienza avrà certamente tratto intuizioni artistiche quando si accinge a realizzare le sei lastre (ritorno al modello di Pisa) del pulpito in questione: un manufatto a pianta esagonale, sostenuto da archi gotici trilobati che poggiano su sei colonne perimetrali in marmo rosso (due delle quali con leone stiloforo ed un’altra che presenta un telamone ricurvo su se stesso) oltre ad un pilastro centrale sostenuto da un’aquila ad ali spiegate, un leone ed un grifo. Sull’estradosso degli archi trilobati e al di sopra dei capitelli delle colonne l’artista pone figure di profeti e sibille.

È plausibile che il livello di base presenti figure simboliche delle verità di fede. Ad esempio, il telamone ricurvo dovrebbe rappresentare l’uomo oppresso dal peso del peccato per non aver accolto i principi di fede; oppure la leonessa che allatta due cuccioli dovrebbe invece rappresentare il Cristo che pone sotto la sua tutela i fedeli. Il secondo livello dell’opera presenta figure del Vecchio Testamento, mentre il livello delle lastre del pulpito contiene un ciclo narrativo che richiama il Nuovo Testamento, coronato da opere plastiche raffiguranti santi (Sant’Andrea e Santo Stefano), un cristomistico, gli apostoli e la folla angelica.

Il pulpito ottagonale del Duomo di Pistoia

Le lastre, infine, oltre alla citata Strage degli Innocenti, offrono tratti narrativi dei temi“classici” della dottrina: l’Annunciazione, la Natività e l’Annuncio ai Pastori; poi l’epifania, l’avvertimento dell’angelo ai Magi di non tornare da Erode ed il sogno di Giuseppe; la Crocefissione; il Giudizio Universale.

In tutte le raffigurazioni plastiche delle lastre del parapetto emerge la particolare connotazione patetica con la quale Giovanni Pisano racconta le scene della vita e dellapassione di Gesù, le vicende bibliche e la profezia del giudizio finale. È una caratteristica che anima l’insieme dell’opera e le figurazioni che la costituiscono. E questo rappresenta l’altro elemento, quello più significativo, dell’innovazione iconologica oltre che stilistica introdotta dall’opera di Giovanni Pisano rispetto al modo artistico del padre Nicola. In particolare, la lastra che narra la Strage degli Innocenti viene inserita nel ciclo della vita di Gesù per rivelare la violenza umana più efferata, la nequizia che sospinge verso il male e la connessa ambiguità dell’essere macchiato dal peccato non redento.

La lastra segue, nella struttura del racconto, un andamento diagonale che ha due vertici alti nella figura di Erode intronato che comanda la strage, mandante crudele e partecipe animato della tragedia, ed in quella del soldato che solleva senza pietà il povero corpo di un piccino, ignara vittima di un gesto orribilmente sadico. All’opposto di questi, in basso, si trovano la scena di una madre che tenta di proteggere il proprio bambino dall’assalto implacabile di un soldato pronto a colpire, mentre nel vertice basso ulteriore è colta la pena insostenibile di un’altra madre ormai sconvolta e prostrata dal dolore nella fissità del corpo senza vita del proprio tenero innocente.

Una scena infernale verso la quale, significativamente, la figura spiccata al centro ed in alto di una donna non osa più guardare coprendosi il volto. Una scena animata da un movimento che gronda dolore e violenza inaudite. Questo è il dolore che salva le anime dei credenti. Questa è la violenza che le condanna all’eterna pena dell’inferno.

È attraverso l’introiezione di questa affermazione che occorre leggere la narrazione finale del Giudizio Universale, escludendo che possa suscitare pietà nello spettatore di fronte alle pratiche infernali: egli deve invece ricordare che il giudizio finale ha reale fondatezza nella punizione eterna e cruenta degli empi, dei malvagi, dei violenti che alimentarono la loro bestialità. In questo senso può essere compresa l’introduzione del nuovo tema rispetto al pulpito del Battistero di Pisa. Tema che si ritrova invece a Siena con lo stesso Nicola Pisano: lì, tuttavia, è la pianta ottagonale che si presta ad un nuovo spazio (lo stesso Giudizio Universale viene ripartito in due lastre), mentre nel caso in esame la scelta lascia adito all’ipotesi che il risultato sia frutto di una consapevolezza ben più solida.

Lo conferma indirettamente la scena della crocefissione realizzata da Giovanni Pisano sempre a Pistoia. Ne emerge una scena dotata di vibrante, intensissimo realismo, nella quale la figura della Vergine Maria in deliquio sotto la croce è l’immagine che rimane indelebile nel ricordo di qualunque spettatore capace di intelligenza sensibile.

La Crocifissione ad opera di Giovanni Pisano

Nell’insieme, lo stile conduce inevitabilmente verso il ricordo di espressioni plastiche ellenistiche: il riferimento non autorizza a formulare ipotesi di una qualunque valenza storico-artistica. Ma rimane la suggestione. Che trova conferma nella comparazione con alcune immagini suscitate dalla memoria e che divengono vivide osservando il monumento funebre di Margherita di Brabante, finito di scolpire da un vecchio Giovanni Pisano nel 1314. Si tratta della visione di un’anima che ascende al cielo imprimendo alla propria materia visibile, prima della trasfigurazione imminente, una torsione vitale frammista di ascetismo e di invocazione pietosa.

Il talento dell’artista è essenzialmente in questa capacità di condurre ad una visione coinvolgente e persino disperata dell’atto narrativo. Giovanni Pisano è in grado di trasformare la materia in sentimento, quindi di superare la materia stessa costituendo di essa il puro strumento di uno stile. Stile capace di assorbire con sapiente tecnica i limiti prospettici del piano bidimensionale grazie alle possibilità dell’altorilievo che mancano invece al pittore. Al quale non rimarrà che la tarda ri-scoperta della prospettiva, più di un secolo dopo, per sopperirvi.

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