Sono passati esattamente 130 anni dalla posa della prima pietra del Palazzo di Giustizia di Roma, avvenuta in forma solenne quel lontano pomeriggio del 14 marzo 1889 (in onore del re, che compiva gli anni quel giorno) e alla presenza dei sovrani Umberto e Margherita, del Ministro Guardasigilli Giuseppe Zanardelli e del sindaco Alessandro Guiccioli.

Il palazzo venne però inaugurato solamente ventidue anni dopo l’inizio dei lavori, l’11 gennaio 1911, alla presenza del re Vittorio Emanuele III.

Fonte: Wikipedia.org

Da quel giorno,  il cosiddetto “Palazzaccio” è stato oggetto di lunghe e dolorose vicessitudini che hanno portato alla formulazione da parte dei cittadini romani del soprannome con cui oggi è famoso.

Questo palazzo mastodontico, costruito su una delle sponde del fiume Tevere e oggi sede della Corte Suprema di Cassazione e del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma, sarà straordinariamente aperto e visitabile sabato 12 e domenica 13 ottobre, in occasione delle Giornate FAI d’Autunno.

Ripercorriamo la sua storia burrascosa e le trasformazioni di cui è stato oggetto nel corso del tempo.

Ph. Alessandro Mancini

LA STORIA

Realizzato tra il 1889 e il 1911 dall’architetto e ingegnere perugino Guglielmo Calderini (1837-1916), si tratta di una delle maggiori opere realizzate dopo la proclamazione di Roma come capitale del Regno d’Italia nonché del più grande sito istituzionale della città.

L’autore realizza un gigantesco rettangolo di 170 x 155 metri, posizionato su una delle due sponde del Tevere, il cui terreno di natura alluvionale richiese imponenti lavori per la costruzione di una grande platea di calcestruzzo a sostegno delle fondamenta e modifiche del progetto originario, portandolo a rinunciare alla costruzione di un terzo piano.
Nonostante tutte le difficoltà incontrate, si decise comunque di collocare l’edificio in quel punto per contrapporlo volutamente alla mole del vicino Castel Sant’Angelo, simbolo delle efferatezze giudiziarie del precedente Stato della Chiesa.

Ph. Alessandro Mancini

Durante i lavori di scavo per le fondazioni vennero inoltre alla luce diversi reperti archeologici, tra i quali alcuni sarcofagi con relativo corredo funerario. In uno di questi fu rinvenuta, accanto allo scheletro di una giovane donna, una bambola d’avorio di pregevole fattura e snodabile in alcune articolazioni, che è oggi esposta nel museo Centrale Montemartini di Roma.

Le sue grandi dimensioni incarnano alla perfezione il progetto del Ministro Guardasigilli Giuseppe Zanardelli di realizzare un “monumento di severa bellezza il quale, sulle tracce dei più imitabili modelli del cinquecento, accoppi la vetustà e l’eleganza all’impronta di quella maestà e di quella forza che sono gli essenziali attributi della legge e del diritto”: un vero e proprio “Tempio alla Giustizia”.

E così appare oggi davanti ai nostri occhi l’imponente palazzo: ispirato all’architettura tardorinascimentale e barocca secondo il gusto dello stile umbertino allora in voga, si presenta di grandi dimensioni ed è completamente rivestito di travertino.

È sormontato, nel lato rivolto verso il Tevere, da una grande Quadriga in bronzo, posta nel 1926, opera dello scultore palermitano Ettore Ximenes. Ai lati dell’ingresso sono poste le statue di 8 giureconsulti. In piedi vi sono Cicerone, Papiniano, Giovanni Battista De Luca e Giambattista Vico mentre seduti vi sono Gaio, Erennio Modestino, Lucio Licinio Crasso e Salvio Giuliano, questi ultimi realizzati dallo scultore Emilio Gallori. La parte superiore della facciata posteriore, prospiciente piazza Cavour, è arricchita da uno stemma in bronzo di Casa Savoia.

All’interno la Sala della Corte di cassazione, conosciuta anche con il nome di Aula Magna o come il Calderini preferiva denominarla sulle proprie planimetrie, “Aula Massima”, è ornata da diversi affreschi, tra i quali spiccano quelli dedicati al ciclo su “La scuola del diritto di Roma”, iniziato dal senese Cesare Maccari e poi proseguito, fino al 1918, dal suo allievo Paride Pascucci.

Tra il 1926 e il 1943 l’edificio ospitò anche il Tribunale speciale fascista, che teneva le proprie sedute pubbliche nell’ampia Aula IV del pianterreno.

Ma la sua travagliata storia non finisce qui. Tanti sono i motivi all’origine del soprannome popolare di “Palazzaccio” con cui oggi è conosciuto da tutti i romani e non solo: oltre ai lunghissimi tempi di costruzioni e ai problemi di instabilità che abbiamo già citato, si aggiungono le decorazioni considerate “eccessive”, le dimensioni sproporzionate nonché gli aumenti di spesa, che passò dai previsti 8 milioni ad oltre 39 milioni, con in più la velata accusa allo stesso Primo Ministro Zanardelli di aver utilizzato marmi di provenienza dal suo collegio elettorale di Botticino, nel bresciano. A questi si aggiunse addirittura un’inchiesta parlamentare in cui si scoprì che diversi deputati erano coinvolti in arbitrati e decisioni favorevoli alle ditte in cambio di quelle che oggi potremmo chiamare “mazzette” (niente di molto diverso da quello che riportano le cronache romane dei nostri giorni).

Come se non bastasse, nel corso del tempo distacchi e cedimenti dovuti all’instabilità del terreno su cui sorge il palazzo, hanno portato al rischio, durante gli anni ’60, che l’edificio venisse completamente abbattuto per il suo lento sprofondamento; per fortuna, alla fine, si decide di lasciarlo intatto e di avviare impegnativi lavori di restauro iniziati nel 1970 e sufficienti a metterlo in sicurezza.

Anche per tutti questi motivi e per via delle dure critiche tecniche ed estetiche ricevute subito dopo l’inaugurazione (celebre quella di Lionello Venturi che lo definì “una massa di travertino in preda al tetano”), si diffuse la leggenda metropolitana secondo la quale l’architetto Calderini si sarebbe suicidato. Le cronache dell’epoca, però, non riportano da nessuna parte tale avvenimento.

Un edificio, quindi, dalla storia sfortunata e travagliata, che però racconta molto bene quel periodo storico del nostro Paese e le ingenti trasformazioni a cui è andato incontro nel corso del tempo. Trasformazioni anche radicali, che hanno mutato notevolmente il volto e la geografia urbana della capitale, di fronte alle quali però il Palazzaccio è rimasto sempre lì, immobile e austero, guardiano di antichi segreti e giudice imparziale della Roma monarchica, fascista e poi repubblicana.

INFORMAZIONI UTILI PER LA VISITA DURANTE LE GIORNATE FAI

Orario

Sabato: 10:00 – 18:00

Note: Ultimo ingresso ore 17.30. In caso di grande affluenza le code potrebbero venire sospese prima dell’orario di chiusura indicato. Il sabato è riservato agli iscritti FAI. Possibilità di iscriversi al FAI in loco.

Domenica: 10:00 – 18:00
Note: Ultimo ingresso ore 17.30. In caso di grande affluenza le code potrebbero venire sospese prima dell’orario di chiusura indicato. La domenica è aperta a tutti con accesso prioritario per iscritti FAI. Possibilità di iscriversi al FAI in loco.

Note per la visita

Il sabato è riservato agli iscritti FAI. La domenica è aperta a tutti con accesso prioritario per iscritti FAI. Possibilità di iscriversi al FAI in loco. Non è possibile accedere con zaini, caschi o borse di grandi dimensioni. Non sono disponibili né armadietti né guardaroba.

Per maggiori informazioni consultate il sito ufficiale del FAI.

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