È necessario capire prima di tutto cosa si vuole intendere con “parte ribelle” della Street Art: secondo Mercurio il movimento è costituito fondamentalmente da due anime, quella più prettamente artistica e quella protestataria. Poichè sembra quasi impossibile stabilire una data di nascita precisa e soprattutto univoca per questo movimento così vasto ed eterogeneo, prendiamo in esame i primi graffiti realizzati sui vagoni della metropolitana di New York negli anni ’70: infatti solamente da questo momento in poi la nuova tendenza assume le caratterische di un vero e proprio fenomeno collettivo, rispetto ai casi isolati precedenti, e si va a formare strettamente come sottocultura dell’hip hop.

Esempi di Writing

È evidente come in questo momento sia la parte contestataria a prevalere su quella artistica, sebbene non venga mai tralasciato il lato estetico dell’opera. Non sono però parole o concetti a dar vita a questa protesta, bensì i gesti veri e propri: è proprio l’atto illegale dell’appropriarsi di un bene pubblico, considerato vandalico, a rappresentare la loro ribellione contro lo status system. Il Writing però rappresenta un’esperienza diversa rispetto alla Street Art, che è più strettamente legata alla raffigurazione artistica, già anticipata da artisti come Keith Haring e Basquiat.

Un murale di Keith Haring

Risalgono infatti sempre agli anni ’80 i primi esempi di vera e propria Street Art: la città assume in questo momento la funzione di museo a cielo aperto, in cui ognuno deve sentirsi libero di esprimere la propria arte nel modo che più preferisce.  È un fenomeno che si sviluppa contemporaneamente in diverse parti del mondo, con caratteristiche uniche legate al proprio luogo di nascita: è proprio in questo momento che sui muri delle città prendono forma le idee dei neonati street artist, che aggiungono concetti, perlopiù anticonformisti, alle loro opere dando vita a una nuova protesta. Dobbiamo quindi domandarci quale dei due aspetti di protesta è venuto a mancare nella Street Art odierna: secondo Gianni Mercurio, sebbene rimanga di per sé illegale, l’atto ormai viene comunemente accettato dalla società e talvolta anche largamente apprezzato. Negli ultimi tempi infatti è diventata una pratica estremamente comune quella di dare nuova vita a edifici, o anche interi quartieri, degradati grazie alla Street Art. In questo modo però si incorre nel pericolo di attribuire a questo movimento una funzione prettamente utilitarista con lo scopo di riqualificare i centri degradati, e non più come arricchimento del panorama urbano.

Esempio di Street Art riqualificativa

Inoltre, come accade per tutti i più grandi movimenti, l’enorme successo mediatico ha portato a una saturazione della scena artistica in cui è estremamente difficile distinguere le opere originali da quelle mediocri, abbassando il livello generale della qualità. Anche per questo motivo oggigiorno è più difficile trovare artisti che hanno veramente qualcosa da dire ad eccezione, continua Mercurio, di alcuni geni intramontabili, primo fra tutti proprio Banksy. Non si contraddice infatti il curatore di “The Art of Banksy. A Visual Protest.”, che sottolinea anche nel titolo della mostra il forte messaggio contestatario presente in ogni opera dell’artista, che è famoso in tutto il mondo per la sua incredibile capacità di affrontare temi estremamente spinosi con uno stile personale e pungente, al contrario di molti che vengono più spesso censurati perché presentano la loro critica in modo polemico. Ad oggi, l’artista ha raggiunto un successo ineguagliabile, che sovrasta qualsiasi artista dell’arte contemporanea troppo lontana e poco apprezzata dal grande pubblico, mentre per le grandi masse rappresenta il portavoce “ufficiale” della Street Art. Anche per questo motivo il Mudec ha scelto di dedicare a lui la prima monografia su uno street artist che abbia mai ospitato. Tuttavia rappresenta un controsenso realizzare una mostra su un artista di un movimento che da sempre guarda con malfidenza alle varie strutture del mondo dell’arte: infatti, così come per la maggior parte delle mostre a lui dedicate, Banksy non ha mai autorizzato il museo milanese ad esporre le proprie opere. Ed è proprio di questo tema, della legalità e dell’illegalità nell’arte, che tratta l’opera di un altro celebre street artist, stavolta italiano, Tvboy.

L’opera realizzata sul muro di cinta del Mudec ricreata su tavola da Tvboy. Ph. Cristina Ruberto

Il 4 aprile, infatti, abbiamo assistito alla performance di uno dei più conosciuti street artist italiani che forse, fra tutti, più si ispira al genio di Bristol. Tvboy ha così ricreato su una tavola di compensato un murale all’interno del cortile del Mudec, a cui ha successivamente donato 10 sue tavole da poter mettere all’asta per beneficenza. I fondi raccolti andranno infatti a finanziare un progetto di costruzione di un muro di cinta, proprio in via Tortona, avviato dall’Assessorato alla Cultura del comunque di Milano, dal Mudec, da Aviva Assicurazioni e dal Municipio 6. Così ha spiegato l’artista: “Penso che l’arte debba aiutare a generare altra arte. Mi ha attirato l’idea della beneficenza”. Una delle proposte infatti è quella di decorare l’intera strada con i celebri disegni di Corto Maltese, affidando a Valentina, una delle celebri protagoniste delle sue opere, il compito di rappresentare la città di Milano a cui è sempre stata legata.

Ma non è forse questo l’esempio più concreto di come la Street Art abbia veramente perso la sua anima ribelle? L’opera infatti non presenta né le caratteristiche né il vero significato che avrebbe acquistato se dipinta su muro: diventa così una falsa copia di ciò che la Street Art si prefigge di rappresentare, finendo così per diventare un bene di consumo come tanti altri.