«Fiori di terra e anche fiori di acqua, queste tenere ninfee che il Maestro ha dipinto in tele sublimi […] sono come un primo, delizioso abbozzo di vita»

Così lo scrittore francese Marcel Proust descriveva gli ultimi capolavori di Claude Monet, le NinfeeMonet (1840-1926) inizia a dipingere la serie delle Ninfee a partire dal suo trasferimento nella casa di Giverny, avvenuto nel 1883. Qui il pittore decise di realizzare un giardino caratterizzato da una ricca varietà floreale: la passione di Monet per il giardinaggio poteva finalmente esprimersi e, presto, incontrò anche il suo amore per la pittura.

La casa di Monet a Giverny (fonte: Flickr.com)

La serie, che comprende circa duecentocinquanta dipinti, indaga i diversi effetti della luce su un medesimo soggetto, a seconda delle condizioni atmosferiche e del momento della giornata in cui esso viene ritratto. Questo stesso tipo di analisi viene affrontato da Monet anche per la serie delle Cattedrali di Rouen e dei Covoni (di quest’ultima serie è stato venduto un dipinto lo scorso maggio per 110 milioni di dollari presso Sotheby’s a New York). L’indagine impressionista sulla luce diventa ancora più esasperata dall’elemento dell’acqua: l’artista, infatti, ha l’occasione di rendere gli effetti luminosi dovuti agli innumerevoli riflessi sulla superficie dello stagno. Davanti alle acque del laghetto che volle nel suo giardino, Monet passò giornate intere a dipingere, creando diversi dipinti che si differenziano per i colori dominanti del quadro: per questo i titoli delle opere sono spesso corredati dal colore (rosa, blu, nero) che le ninfee assumono in base alla luce.

Claude Monet, Ninfee, 1916 (fonte: Wikipedia)

Il giardino della casa di Giverny si ispira a tratti a quelli giapponesi: Monet aveva infatti un particolare interesse per la cultura e per l’arte nipponica, come testimoniato dalla stessa forma pittorica delle serie, ripresa molto probabilmente da quelle di Hokusai riguardo al Monte Fuji. Monet, infatti, fece installare sullo stagno delle ninfee un ponte di legno in stile giapponese, che compare anche in diverse sue opere. A differenza delle serie pittoriche giapponesi, però, Monet restringe il campo e si concentra in particolar modo sui primi piani dei fiori. La fatica dell’osservatore nel distinguere le ninfee dai riflessi dello stagno è il risultato del progressivo allontanamento di Monet da una concezione figurativa della pittura, avvenuto in contemporanea all’ascesa dell’astrattismo in Germania.

Claude Monet, Lo stagno delle ninfee, 1899 (Fonte: Wikimedia commons)

Una delle case in cui Monet ha vissuto durante la sua permanenza a Giverny (la Maison Bleue) è stata recentemente restaurata ed è oggi affittabile mediante il portale AirBnB. La casa in questione non è quella in cui il pittore avrebbe dipinto i suoi maggiori capolavori, però potrebbe essere suggestivo trascorrervi un fine settimana (al prezzo di circa 250 € a notte). Per gli appassionati, dormire dove ha dormito Monet potrebbe rappresentare un’occasione per entrare in contatto col pittore e vivere per qualche giorno un frammento della storia dell’arte.

Fotografia di Claude Monet (Fonte: Pixabay.com)

Monet, nell’ultima fase della sua lunga vita, ha scelto quindi di ritirarsi e di allontanarsi dalla città e dalla vita pubblica che prima aveva caratterizzato i suoi dipinti. Il continuo ripetere dello stesso soggetto si spiega per Monet in un legame che a poco a poco diventa sempre più intimo. La vecchiaia, per il primo e ultimo pittore impressionista, lascia la sua traccia anche nelle opere: la vista di Monet si affievolì sempre di più, e anche per questo le ninfee appaiono, negli ultimi dipinti, decisamente meno definite e confuse, proprio come le vedeva il pittore stesso. La malattia agli occhi, dovuta alla cataratta, modificò anche la sua percezione dei colori. 

Sicuramente, però, l’opera più impressionante della serie è rappresentata dalle dodici tele di grandi dimensioni che Monet, nel 1920, offrì allo stato francese. Oggi le tele fanno parte della collezione dell’Orangerie delle Tuileries a Parigi e, posizionate sulle pareti di due stanze ovali, accolgono in un estatico abbraccio il visitatore, completamente circondato da acqua e fiori. Tali dipinti furono per Monet fonte di grande sofferenza fisica: l’ossessione per le tele, dovuta al perfezionismo di Monet, fu la causa della sua insonnia e della sua fatica a completare il lavoro. Arrivò persino al punto di bruciare sei tele che non lo convincevano, definendo “torturante” l’attività pittorica.

Le Ninfee di Claude Monet sono l’ultimo baluardo dell’arte impressionista, nonché il simbolo di una speranza che dalla fine dell’Ottocento persevera anche nei primi anni del Novecento; tale speranza verrà, però, del tutto delusa dalle due guerre mondiali che sconvolsero ogni campo della vita quotidiana, arte compresa. Giverny, però, per Monet diventa anche un rifugio dalla guerra, un angolo di paradiso intoccabile e isolato, dove, in realtà, l’impressionismo non è mai morto.

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