Pare che Chagall amasse passare il tempo seduto sui tetti da piccolo. Gli piaceva fantasticare con la mente mentre ammirava, in solitudine, la sua città dall’alto. Possiamo solo immaginare a cosa pensasse, ma è probabile che cercasse un modo per sconfiggere le leggi della fisica, per potersi librare in aria e volare via, lontano dalla realtà, dalle miserie e dall’odio.

Non si può dire, infatti, che Moishe Segal (più conosciuto come Marc Chagall) abbia avuto una vita facile. Nato il 7 luglio del 1887 nel villaggio di Vitebsk (nell’attuale Bielorussia), fin dalla tenera età si trova a dover compiere scelte difficili – come lasciare la propria patria – a causa delle sue origini ebraiche. Prima della Rivoluzione d’ottobre, infatti, la Russia era fortemente antisemita, e interi villaggi venivano costantemente presi d’assalto.

Marc Chagall, “Il circo blu”, (1950-52). Fonte: lemusedikika.blogspot.com

GLI STUDI E IL PERIODO PARIGINO

Molti sono i luoghi che accolgono il pittore, a cominciare dalla città di San Pietroburgo, dove l’artista si reca per frequentare l’Accademia di Belle Arti, diretta da Nikolaj Konstantinovic Roerich. In questo periodo Chagall non possiede molto denaro e, spesso, per dipingere si trova a dover utilizzare tovaglie, pezzi di camicie e lenzuola al posto delle tele.

Nel 1910, il pittore si trasferisce nella capitale francese, stabilendosi a La Ruche (“l’alveare”), un casamento popolare che all’epoca ospitava artisti come Delaunay, Léger e Kissling. È qui che entra nella comunità artistica di Montparnasse e stabilisce contatti con i massimi esponenti delle avanguardie del Novecento. Chagall ricorda:

Bastava che aprissi la finestra della mia camera e vi entravano l’aria blu, l’amore e i fiori

Marc Chagall, La casa blu, (1917)
Credits: @ www.barbarainwonderlart.com

Il fervente ambiente parigino avvicina Chagall alle correnti più in voga in quel periodo, come il cubismo, il fauvismo, il surrealismo e l’orfismo. Il pittore, però, non aderirà mai per completo a questi movimenti artistici, mantenendo uno stile unico. Le sue opere sono caratterizzate da elementi fiabeschi e surreali, a metà tra il sogno e la magia, e dall’uso di colori forti, che richiama lo stile dei fauves. Acrobati, musicisti, violini, rabbini e fiori fluttuano sulla tela come se fossero fantasmi di un nostalgico passato. Le proporzioni delle figure sono alterate, come quelle dei ricordi o dei sogni. Infine c’è l’amore, si tratta di un amore potente, genuino ed eterno, legato a una parentesi felice della vita dell’artista, quella del matrimonio con Bella Rosenfeld.   

IL GRANDE AMORE

Tornato a Vitebsk, infatti, nel 1915 Chagall sposa la ragazza dalla “pelle d’avorio e grandi occhi neri”. Il loro amore è semplice, passionale e tenero, come si deduce dai dipinti Il compleanno (1915) e La passeggiata (1917). Gli amanti ritratti in questi due lavori si sollevavano in aria spensierati, resi leggeri dalla purezza del loro sentimento e privi del peso della realtà. Nei quadri di Chagall non c’è spazio per le tragedie, per gli orrori dei pogrom e la violenza della persecuzione antisemita. L’arte è l’unico rifugio dell’artista, è la sua anima, l’unico luogo in cui sopravvivono i momenti di gioia vissuti.

“Mia soltanto è la patria della mia anima”. (Marc Chagall)

LA MORTE

Trasferitasi in Francia nel 1923, la coppia riesce a godersi qualche anno di felicità fino a quando, nel 1941, la minaccia nazista li costringe ad emigrare negli Stati Uniti.  Tre anni dopo, a causa di un’infezione virale, Bella muore a soli quarantanove anni. E’ un colpo duro per Marc, che cade in una profonda depressione e, per qualche mese, smette addirittura di dipingere. Tornato in Francia nel 1947, si stabilisce in Provenza, a Saint-Paul de Vence, dove trascorre il resto della vita fino alla morte, il 28 marzo del 1985.

I dipinti di Chagall sono un sogno eterno d’amore, una dimensione in cui convergono gli elementi della tradizione russa e quelli dei racconti popolari ebraici. Con stupore infantile, l’artista crea un mondo dove potersi rifugiare, privo di negatività e lontano dalle miserie e dalle sofferenze subite. Il suo sguardo – come da bambino – è, dunque, rivolto verso il cielo: un luogo di speranza in cui i personaggi sorvolano i tetti delle città e, irraggiungibili, si allontanano. 

“Scappiamo, sfuggiamo dagli affanni, dai pregiudizi, dalle fatiche che si nascondono tra un tetto e un altro, tra comignolo e finestre. Prendiamo il volo, io e te in questo cielo che ci ospiterà, noi sopra la città. Basta rimanere nel flusso sempre eterno e sempre lo stesso di convenzioni, di convinzioni, classiche interpretazioni della vita quotidiana, allontaniamoci, voliamo via da questa città se ci sta stretta, se è cambiata così tanto, tu fai un cenno, salutala, ti porto lontano, non pensare ad altro”. (Marc Chagall)

Marc Chagall, “Sopra la città”, (1918), Credits: @dueminutidiarte.com

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