Parlare della famiglia Florio non è affatto semplice, viste le numerose attività che hanno contraddistinto questa dinastia. Tanti infatti sono gli interessi che hanno visto partecipe una delle famiglie più vivaci e di spicco del palermitano: arte, spezie, farmaci, automobili e bitter.

I Florio hanno origini calabresi, per l’esattezza provengono da Bagnara Calabra. È nel 1799 che arriva il capostipite della famiglia, Paolo Florio, ed è in Vucciria, in via dei Materassai, che apre il suo negozio di spezie e farmaci che diventerà celebre per la vendita di un farmaco, il “cortice” dal quale si estraeva il “chimino” per la cura contro la malaria.

Albero genealogico famiglia Florio. Foto di Chiara Andolina

È da qui che nasce il simbolo a perenne memoria della famiglia Florio, che contraddistingueva i loro prodotti: il leo bibens, il leone che beve. Secondo gli studiosi si tratta di un leone affetto da malaria che, bevendo da un ruscello situato vicino agli alberi di china, riusciva ad ingerire l’estratto del chimino e a guarire dalla malattia.

Il primo vero genio della famiglia è però il figlio di Paolo, Vincenzo I Florio, colui che volle fortemente la Palazzina Quattro Pizzi. I Florio, pur essendo grandissimi armatori, tanto da avere il predominio sulle flotte navali, avevano tanti interessi, fra cui le tonnare, tra le quali Tonnara Florio di Palermo, dove è sita questa palazzina.

Tra il 1830 e il 1834, Vincenzo I acquistò metà della palazzina dal Duca Valguarnera all’Arenella, e l’altra metà gli venne concessa in affitto. Proprio nel 1834 venne convocato l’architetto Carlo Giacherì e gli venne commissionata la realizzazione di questa palazzina in stile neogotico, prettamente anglosassone. La scelta era dovuta ai grandi viaggi  di Vincenzo I Florio compiuti all’estero per ragioni di affari, che l’hanno portato ad abbracciare questo stile architettonico. La palazzina divenne un vero e proprio luogo di rappresentanza della famiglia Florio, ancora prima del villino Florio all’Olivuzza che nascerà in seguito, con il matrimonio di Vincenzo I Florio.

Palazzina quattro pizzi. Foto di Chiara Andolina

Due sono i registri di finestre presenti all’iterno della struttura: bifore al pian terreno, monofore al primo piano. Mentre sulla sommità è presente una merlatura che raccoglie le quattro guglie, ossia quattro torrette angolari cuspidate, da cui il nome “quattro pizzi”. Una di questa è oggi una luminaria, realizzata lo scorso luglio 2018 da Domenico Pellegrino, celebre artista delle luminarie. Si tratta di un’opera che colma una lacuna, ossia la caduta di una guglia causata dal terremoto del 1968 e mai ripristinata fino all’estate scorsa.

Proseguendo nell’iter storico di questa palazzina, è importante rilevare come essa abbia ospitato gli Zar, Nicola I e Alexandra  Fedorovna nel 1845. Talmente tanto piacque loro il complesso che acquistarono i progetti dall’architetto Carlo Giacherì e lo realizzarono identico a San Pietroburgo, con il nome di “Villa Rinella”. Purtroppo quest’ultima è stata vittima di distruzione durante la Rivoluzione d’ottobre e ad è oggi conosciuta solo grazie a delle fotografie.

Uno degli oggetti più eccezionali presenti all’interno della Palazzina Quattro pizzi è sicuramente il baule personale di Vincenzo I Florio, originale di Luis Vuitton del 1867, esemplare talmente tanto antico da non essere neanche registrato presso l’omonimo marchio.

Baule Luis Vuitton di Vincenzo Florio, 1867. Foto di Chiara Andolina

Per quanto riguarda la decorazione della volta, essa è successiva alla costruzione e risale infatti ai primi del ‘900. Tra i racemi vi sono animali di diversa specie raffigurati in coppia, attribuite a Salvatore Gregorietti, celebre pittore e decoratore palermitano, vero e proprio maestro della Belle Époque; mentre le losanghe con i rombi rappresentano le storie dei paladini di Francia e sono opera di un maestro di carretti siciliani, Emilio Murdolo, uno dei tanti maestri di Renato Guttuso.

Decorazione della volta. Foto di Chiara Andolina

Nel periodo della seconda guerra mondiale, nazisti prima e gli americani poi, occuparono la palazzina e la trasformarono in un fortino di guerra, grazie alla posizione strategica del complesso.

Questa fu l’ultima dimora dei Florio, di Vincenzo III in particolare, padre fondatore della targa Florio, del quale è bene citare le immense doti, d’autodidatta, artistiche. Ebbe modo di frequentare l’atelier di Pippo Rizzo, massimo futurista palermitano e molto di questo stile e della sua passione verso le caricature lo ritroviamo espresso nelle sue opere. Esempio ne è la celeberrima “Donna Franca“,  che prende come punto di riferimento il famosissimo dipinto del Boldini. La caricatura ritrae la La Femme et le Pantin,  la donna con i burattini: esplicita il suo charme come donna e curatrice delle relazioni pubbliche dell’intero impero Florio.

Riproduzione caricatura “Donna Franca”, di Vincenzo Florio. Foto di Chiara Andolina

L’originale, è stato per lungo tempo a Villa Igea, poiché ad Ignazio, marito di Franca, non piacque, – ed è per questo che non ha mai voluto acquistarla – poiché lo riteneva troppo succinto. Venne dunque chiesto a Boldini di modificarlo, con l’attuale dipinto, datato 1924. Nel 2017 l’originale è andato all’asta, ed è stato acquistato da dei famosi marchesi milanesi, i Berlingeri, collezionisti d’arte contemporanea.

Sempre di Vincenzo Florio, alla Palazzina Quattro pizzi, vi è il suo personale tavolo da biliardo, diventato un tavolo espositivo pieno dei suoi bozzetti, realizzato in occasione dell’evento di Dolce&Gabbana, del 2017, di cui il palazzo costituì una delle vetrine privilegiate per l’occasione. Non vi è un fil rouge che riesce a collegare tutte le sue produzioni, ispirate a diverse correnti artistiche, che aveva avuto modo di studiare e approfondire durante i suoi numerosi viaggi in lungo e in largo per l’Europa.

Bottiglia di Bitter. Foto di Chiara Andolina

Vincenzo Florio, negli ultimi vent’anni della sua vita trascorsi all’arenella, comincia inoltre a produrre e imbottigliare diverse bevande, tra cui il Bitter, ricetta che regalerà ad uno dei suoi amici e piloti del circuito Targa Florio, Campari.

È davvero impossibile raccontare tutti i dettagli e gli aneddoti di questo vero e proprio museo dedicato alla famiglia Florio, tra dipinti, stampe ed oggetti evocativi di una famiglia che ha inciso notevolmente sulla storia di Palermo e non solo. Una cosa è certa: da questo luogo è possibile apprendere la trasversalità di interessi che ha contraddistinto questa nobile famiglia.