Un paio di mesi fa è uscito su Netflix una stand-up comedy (definita così anche se di commedia ce n’è ben poca) chiamato Nanette. È un racconto molto personale del percorso di vita della commediante australiana Hannah Gadsby, che, tra i tantissimi argomenti importanti che affronta durante il suo show, come l’omofobia, la depressione e la violenza contro le donne, riflette anche sulla personalità degli artisti – lei laureata in storia dell’arte –  e come la contemporaneità, facendo uso dell’idealizzazione, crei intorno questi artisti un tipo di figura estremamente romantizzata che a volte in realtà non riflette assolutamente la loro vera indole.

Hannah Gadsby nel suo show “Nanette”
Fonte: wired.com

Così come succede con la storia del mondo, anche per la storia dell’arte, la lontananza temporale degli eventi aiuta la creazione di quest’aura sublime intorno gli artisti affinché poi si possa, parliamoci chiaro, vendere. Basta pensare alle Vite di Vasari o, per citare un esempio più recente, sull’estrema e forse esagerata romantizzazione della vita di Van Gogh.

Abbiamo un esempio che può risultare mainstream ma comunque molto valido nel film di Woody Allen, Midnight in Paris, dove i personaggi romantizzano i periodi storici e le manifestazioni artistiche anteriori a quelle del proprio tempo. Il presente non era mai soddisfacente ma il passato, quello sì, era degno della gloria e del loro apprezzamento. Il passato aveva creato opere e geni incredibili e questi venivano apprezzati. Il presente invece era sempre noioso.

Forse è quello che facciamo da sempre e continuiamo a farlo ancora oggi: idealizzare tutto ciò che è già passato, senza però ragionare fino in fondo sul fatto che anche loro erano esseri umani come noi e la vita era sempre vita, con tutti i suoi problemi e le sue gioie. L’idealizzazione spesso ci porta a credere in un passato glorioso e senza sbagli, un momento pieno di incanto senza i problemi contemporanei che tanto ci infastidiscono: la lontananza temporale ci fa – giustamente – ricreare nei nostri immaginari un scenario perfetto per romantizzare il passato, i suoi eventi e la vita che veniva vissuta.

Non è diverso, per l’appunto, da quello che succede con l’arte e gli artisti. Dopo che ci lasciano ed entrano a fare parte dalla storia, non ci vuole poi così tanto per arrivare alla loro esaltazione. Ma le epoche passate, spesso, non sono così belle come nel film di Woody Allen.

Scena tratta dal film “Midnight in Paris”, Woody Allen
Fonte: nytimes.com

Si può però separare l’arte dall’uomo, l’arte dall’artista, che, fondamentalmente, nella sua essenza rimane sempre uguale a noi, esseri umani? Si possono valutare le opere d’arte prodotte, tante volte considerate capolavori – addirittura opere del divino – senza però ragionare sulla personalità e il carattere di quelli che le hanno prodotte?

Si può apprezzare e godere l’esperienza artistica anche con la consapevolezza che chi te la sta offrendo non sia moralmente una brava persona? Che i suoi valori siano diversi dai tuoi? Queste sono le domande su cui spesso gli storici dell’arte si trovano a ragionare e che forse mettono in crisi tutte le nostre convinzioni artistiche, che molte volte, se non sempre, sono state idealizzate per conformarsi all’aura romantica che la società crea attorno al mondo dell’arte.

L’esempio più recente e forse più valido per dimostrare questa tesi è la figura di Picasso. Lui, acclamato per le sue opere, spesso definito il più grande artista del XX secolo, usava le donne come strumenti scartabili per il proprio lavoro. Sua nipote Marina, nel libro dedicato al nonno, racconta che per le sue opere “chiedeva sacrifici umani (…). Nessuno nella mia famiglia è riuscito a fuggire [dalla sua] stretta mortale… Aveva bisogno di sangue per firmare ciascuno dei suoi dipinti.”

Pablo Picasso davanti ad un suo dipinto
Fonte: the national.ae

Si è andata creando questa convinzione nel mondo artistico per cui il creatore debba per forza essere una mente perturbata, che viva dentro un’esistenza caotica e che molto spesso causi disordine alle vite degli altri; che il genio e la genialità si produce soltanto in mezzo al caos. Ma da dove è nata questa superstizione?

Il mercato forse può aiutarci a capire.

Le industrie culturali hanno un grandissimo interesse nel perpetuare i miti artistici perché un idolo rappresenta un valore inestimabile per il marketing. È piuttosto difficile vendere un prodotto culturale utilizzando soltanto i suoi propri meriti. Guardiamoci intorno: quasi tutta la pubblicità artistica si basa sui retroscena. Riguardanti il creatore, l’opera, qualsiasi cosa tranne l’unica cosa di cui si dovrebbe parlare, ovvero l’opera d’arte in sé e per sé. E tutto questo perché quello che vende oggi è il dramma. Hollywood insegna.

Non ci meravigliamo quindi quando scopriamo che la vita e l’opera di Van Gogh vengono studiate e sfruttate fino all’inverosimile, proprio perché questa fu piena di drammi. Senza nulla togliere al suo incredibile genio artistico, ma siamo sinceri: i girasoli sarebbero così tanto apprezzati oggigiorno se lui non avesse avuto la vita tormentata che tutti conosciamo?

Quattordici girasoli in un vaso,
Vincent van Gogh, 1888

Il caos non rappresenta per forza una grande arte. Piuttosto, vende l’artista come tale.

Tutto questo perché il mediocre non è stato mai oggetto di studio né di interesse culturale e l’Arte svolge ancora un ruolo così importante nelle nostre vite che, pur di credere nel suo potere, preferiamo mettere da parte la coerenza e la verità.