Nasce a Limoges, capoluogo dell’entroterra francese, nel 1841, quarto di cinque figli, da un sarto e un’operaia tessile. Tre anni dopo la famiglia decide di trasferirsi a Parigi, a pochi passi dal Louvre, dove Auguste trascorre un’infanzia lieta e spensierata. Con l’inizio delle scuole elementari, affiorano i due grandi talenti del piccolo Renoir: il canto e il disegno. Il padre, consono all’opera manifatturiera, incoraggia il talento artistico del bambino, nella speranza che un giorno diventi un grande decoratore di porcellane. Con il tempo viene infatti assunto come apprendista in una manifattura di porcellane, dove inizia a guadagnare modestamente bene; purtroppo l’azienda da lì a poco dichiara bancarotta e Renoir è costretto ad aiutare la ditta di suo fratello incisore di tessuti.

“La Promenade”, 1870

Ammaliato dai dipinti del Louvre, però, decide di diventare pittore: nel 1862 investe i propri risparmi iscrivendosi alla Scuola di Belle Arti per poi entrare nello studio di Marc Gabriel Gleyre, rigido pittore accademico. Proprio qui delinea uno dei tratti distintivi di tutta la sua poetica, ovvero dipingere per diletto, secondo la sua famosa massima, in risposta ai rimproveri del proprio insegnante:

«Se non mi divertisse la prego di credere che non dipingerei affatto»

Fondamentali per la sua maturazione pittorica sono stati gli incontri con Manet, Sisley, Latour e Bazille, con cui condividerà per primo uno studio. Trascorre una vita serena, in piena libertà artistica, sebbene sia afflitto da una cronica mancanza di soldi. Viene inoltre chiamato al fronte durante la guerra franco-prussiana, insieme all’amico Bazille, che purtroppo non riuscurà a tornare. Attraversa un periodo buio che non lo ferma dal dipingere: questo periodo infatti rappresenta la sua completa svolta verso l’Impressionismo. Espone così anche lui nella prima mostra impressionista nel 1874, nello studio del fotografo Nadar, che fu un completo insuccesso.

Renoir però è uno dei pochi che si salvano dalla lapidante opinione della critica, cominciando ad attrarre intorno a sé una ristretta cerchia di collezionisti, che apprezzano particolarmente i suoi ritratti, aiutandolo ad affermarsi professionalmente nell’ambiente artistico più ricercato del tempo. Con la fine degli ’70 l’esperienza impressionista va esaurendosi, anche a causa dei dissapori che attanagliano i diversi pittori del gruppo; è in questo momento che Auguste affronta una crisi creativa che lo porta a viaggiare, prima ad Algeri, poi in Italia. Il viaggio in Italia, come ci racconta il pittore stesso, è stato fondamentale per la sua evoluzione artistica matura. Le città di Venezia, Firenze e Roma, tanto agognate da un giovane Auguste squattrinato, riconoscono adesso il genio del pittore, ormai annoverato fra gli artisti più illustri e poliedrici d’Europa.

Verso i 50 anni, però, Renoir viene colpito da una malattia che lo paralizzerà lentamente. Nonostante l’artrite deformante, Auguste continua a dipingere. La sua ispirazione creativa va tuttavia esaurendosi con gli anni, scomparendo drasticamente con la morte della moglie nel 1915. Nell’ultimo periodo ispira però diversi pittori delle nuove generazioni, come Henri Matisse, a perseguire la loro strada, senza alcun compromesso. Lo stile di Renoir infatti non si è mai inchinato al volere di nessuno, dai grandi maestri alla più aspra critica, volendo perseguire il proprio diletto. Per Auguste, l’approccio con l’arte deve essere assolutamente anti-intelletualistico, lasciando i sensi e le proprie emozioni guidare i pennelli sulla tela. Come lui stesso ci ricorda:

” le due qualità dell’arte? Dev’essere indescrivibile ed inimitabile… L’opera d’arte deve afferrarti, avvolgerti, trasportarti”

Per questo motivo la sua ispirazione artistica si trova in un punto di incontro fra molte esperienze eterogenee, che più seguivano il suo gusto: osserviamo le influenze di Rubens, Ingres, Raffaello, Courbet, Fragonard e molti altri, perseguendo una lunga tradizione del passato. Ma perché viene ricordato ancora oggi come il “pittore della gioia di vivere”? Ebbene, tutte le sue opere, dalla giovinezza alla più inoltrata maturità, riflettono gli aspetti più dolci e fiabeschi della vita, in bagni policromatici di luce che fanno risplendere il quadro di vita propria. Il colore è l’elemento fondamentale che fa vibrare di gioia e serenità le opere, simili a giardini idilliaci gremiti di figure eteree. I personaggi delle sue opere sprigionano una forza positiva che invita lo spettatore a condividere tale divertimento, come Renoir stesso racconta:

 «Mi piacciono quei quadri che mi fanno venir voglia di entrarci dentro per fare un giro»

“Dans le Jardin”, 1885

Come comprendiamo anche dai suoi scritti e dalle testimonianze di amici e famigliari, Auguste non solo perseguiva il divertimento e la gioia nella propria ispirazione artistica, bensì anche nella propria vita reale. Fin da bambino è stato animato da un genuino entusiasmo, guidato dalla meraviglia di fronte a ciò che il mondo può donare. Con le parole del figlio Jean Renoir:

“Quanto all’espressione del suo sguardo, immaginatevi un misto di ironia e di tenerezza, di canzonatura e di voluttà. Sembrava che i suoi occhi ridessero sempre, che scorgessero anzitutto il lato divertente delle cose; ma era un sorriso affettuoso, buono.”

Per questo motivo le sue opere intrise di gioia vengono ricordate tutt’ora, perché animate da una sincera forza vitale che tutt’oggi, a cent’anni dalla sua morte, non si esaurisce.

© riproduzione riservata