di Rossella D’Antonio e Chiara Teodonno

Sono passati nove anni da quella mattina del 2010, quando su tutti i social e le tv internazionali irrompeva la terribile breaking news informando e denunciando che a Pompei era collassata la Domus dei Gladiatori. La notizia causò lo sconcerto della comunità scientifica e culturale internazionale, ma anche l’indignazione generale da cui scaturirono furiose polemiche e mobilitazioni globali al fine di puntare i riflettori sullo stato di assoluta incuria e assenza di manutenzione in cui versava da anni il Parco Archeologico di Pompei, all’epoca posto sotto la tutela di un commissario per i ritardi nella nomina di un soprintendente.

Il terremoto mediatico che seguì impose misure drastiche permettendo la nascita del cosiddetto Grande Progetto Pompei: nel 2015 furono stanziati 105 milioni di euro, di cui tre quarti provenienti dall’Unione Europea, per interventi da concludersi in quattro anni. Questa misura straordinaria fu volta alla riduzione del rischio idrogeologico, con la messa in sicurezza delle insulae, il consolidamento e il restauro degli edifici e degli affreschi e la ripresa degli scavi con i lavori avviati nella Regio V. Accoglieva questo enorme e complesso obiettivo, il neo direttore del Parco Archeologico il Prof. Massimo Osanna, recentemente riconfermato per un secondo mandato.

La Domus dei Gladiatori, anche nota come Schola Armaturarum, era un luogo di rappresentanza, dove si programmavano attività militari e giochi per l’anfiteatro. Destinato a custodire armature e trofei militari, esso sorge lungo Via dell’Abbondanza, la strada principale della città sepolta, percorsa ogni giorno da centinaia di visitatori. All’interno della grande sala furono rinvenute durante gli scavi molte armature adagiate su scaffali di legno.

A nove anni dal tragico crollo, e dopo gli interventi di restauro e di messa in sicurezza, la Schola Armaturarum è stata finalmente riaperta a gennaio di quest’anno insieme ad altri trentasette edifici del Parco Archeologico: Pompei ancora una volta si scrolla la cenere di dosso e fa bella mostra di sé.

Grande scalpore hanno suscitato anche le scoperte che via via affiorano dalla Regio V, un’area fino a due anni fa ancora seppellita, grazie anche all’impiego di strumenti di nuova tecnologia messi al servizio dell’archeologia (dal drone al georadar) e il supporto di un team interdisciplinare formato oltre che da archeologi anche da vulcanologi, paleobotanici, antropologi e archeozoologi.

Negli ultimi mesi si sono susseguiti straordinari ritrovamenti come la preziosa iscrizione a carboncino che dà la conferma della data dell’eruzione posticipandola ad ottobre del 79 d.C. Lentamente riemergono intere insulae, vicoli, e dai cubicola affiorano raffinate decorazioni come gli affreschi con l’immagine del dio Priapo con un’iconografia del tutto simile all’analogo soggetto della casa dei Vettii, dipinti con i miti di Narciso, Leda e il cigno, interi ambienti come un larario con serpenti agatodemoni e giardini.

L’ultimo straordinario ritrovamento è avvenuto nel modesto sottoscala di quella che sembra una popina, un’osteria popolare, o un thermopolium, sempre nella Regio V e che riguarda l’affresco di due gladiatori ritratti nella fase decisiva e finale di un combattimento. Il ritrovamento stupisce oltre che per l’originalità anche per forma e dimensioni, un trapezio rettangolo di 1,90 m di larghezza e 1,10 di altezza.

Dalle pose è chiaro chi sia il vincitore e chi stia per soccombere: il mirmillone della categoria degli Scutati che impugna fiero il gladium – la corta spada romana – ed eleva alto lo scutum – il grande scudo rettangolare – ha appena avuto la meglio sul trace, gladiatore della categoria dei Parmularii che, piegato sulle ginocchia a capo chino, sanguina copiosamente dalle ferite inferte dall’avversario. Entrambi indossano gli elmi piumati con la celata sul viso e lo schiniere a proteggere le gambe. Nonostante la resa delle figure sia lontana dalla raffinatezza cui ci avevano abituati i precedenti rinvenimenti, il direttore Massimo Osanna spiega la grande importanza di questi gladiatori dal momento che “a Pompei e nel mondo romano un soggetto di gladiatori reso in questo modo non esiste” e pone l’accento sulla “rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella al polso e al petto del gladiatore soccombente, che lascia fuoriuscire il sangue e bagna i gambali. Non sappiamo quale fosse l’esito finale di questo combattimento. Si poteva morire o avere la grazia. In questo caso c’è un gesto singolare che il trace ferito fa con la mano, forse, per implorare salvezza: è il gesto di ad locutia, pollice in su, abitualmente fatto dall’imperatore o dal generale per concedere la grazia”.

Il Grande Progetto Pompei, avviato il 16 gennaio 2016, è alla fase finale e la gestione illuminata, in primis da parte del direttore Osanna, dei 105 milioni di fondi europei (75%) e statali (25%) ha permesso di riprendere in mano le redini del sito archeologico più famoso al mondo. I numeri testimoniano il ritorno in auge: con un aumento di oltre il 40% dei visitatori, si è passati dai 2.621.803 nel 2014 a superare nelle previsioni di fine anno, i quattro milioni.

In questa parabola ascendente che, a partire dal crollo del 2010 della Casa dei Gladiatori, si evolve fino al rinvenimento dell’affresco dei due fieri combattenti, Pompei si è mostrata più viva che mai ed è riuscita a sovvertire l’opinione diffusa da vergogna italiana a modello gestionale da studiare e replicare per altre importanti realtà italiane e internazionali.

Immagine di copertina affresco con gladiatori combattenti recentemente scoperto dai nuovi scavi della Regio V di Pompei. Fonte Corriere del Mezzogiorno
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