«L’arte contemporanea partita da un cesso è arrivata a un altro cesso», con queste parole Francesco Bonami, in L’arte nel cesso, dichiara la fine di un’epoca artistica, quella contemporanea. Il primo gabinetto di cui parla è la famosissima opera di Marchel DuchampFontana: un orinatoio capovolto esposto su un piedistallo e firmato dall’autore nel 1917. Esattamente cento anni dopo Maurizio Cattelan, senza dubbio uno degli artisti contemporanei italiani più conosciuti al mondo, propone un cesso dorato che, con forte carica satirica, intitola America. Si tratta di un water dorato collocato in un dei bagni del museo Guggenheim di New York che può essere liberamente usato dai visitatori.

Il nesso con l’opera dell’artista dadaista è evidente: in entrambi i casi si tratta di un’opera “da bagno”. Ma la risignificazione attuata da Cattelan, ottenuta grazie alla restituzione  della sua funzione a quello che era semplicemente un ready-made e soprattutto togliendo il podio sul quale si collocava invece l’orinatoio capovolto di Duchamp, conferisce all’opera una lucida sintesi del termine di un’epoca. Se infatti sempre più, durante l’arte contemporanea, ci si stava spingendo verso il concettuale, tanto da arrivare alle famose opere invisibili di Gino De Dominicis ma anche alla denuncia di furto di un’opera invisibile attuata da Cattelan, con il cesso dorato invece si nota una nuova poetica: ridare l’arte al popolo. Non è assolutamente una dichiarazione di “arte marxista”, ma si tratta di un’arte che torna ad essere realista, nel senso di tornare a parlare all’uomo e dell’uomo. Rifunzionalizzare un ready-made significa togliere l’artisticità all’opera (l’arte infatti non ha funzione) e ciò può esser letto come la dichiarazione di conclusione di un periodo con un’opera che non è arte, è una non-arte.

Degli altri segni di abbandono della deriva concettualista dell’arte contemporanea si possono vedere in alcune opere di Chares Ray come il Boy with frog, realizzato per la cinquantatreesima biennale di Venezia, o come il The new beetle. Si vede un rinnovato interesse per il figuratismo e soprattutto si nota come il ritorno a questo non significhi l’utilizzo di materiali ormai superati, come il marmo o il bronzo, ma di materiali contemporanei, come l’acciaio dipinto di bianco. A proposito del bambino che gioca con il Maggiolino Bonami scrive:

«Il bambino di Ray non è semplice, ma è accessibile. Il gesto semplicissimo ma universale»

In Italia un atteggiamento di ritorno alla scultura figurativa si può sicuramente notare in Jago anche se viene meno il concetto di utilizzo di materiali contemporanei, l’artista infatti si ostina a utilizzare marmo e oro, che spesso, al posto di conferire monumentalità all’opera, sembrano solo banalizzarla. Ma troviamo in lui una certa affinità con le opere di Ray come nel caso di Donald-senza titolo e in Memoria di sè: il processo artistico si rifà al figuratismo passatista ma il soggetto rappresentato è moderno in virtù delle pose e degli oggetti che utilizza.

Maurizio Cattelan, Profilo Instagram. Credits ©mauriziocattelan

Se quindi da un lato è evidente un ritorno al figuratismo, dall’altro, grazie all’era post-industriale con la vittoria del settore terziario sugli altri, vi è la nascita di un vero e proprio fenomeno che potremmo definire come post-art: l’arte che viene postata sui social. La nascita di questa arte può forse esser decretata con la nascita stessa del social network di Instagram. Ma che è stata sancita in maniera “ufficiale” dallo stesso Cattelan quando ha deciso di aprire il suo profilo Instagram pubblicando ogni giorno un post che ogni ventiquattro ore veniva cancellato. Ma ancora più evidente è nei selfie ad arte di Clelia Patella: la stessa art-influencer, termine che probabilmente diventerà sempre più in voga, si fotografa davanti alle opere d’arte del museo con pose suggestionate dall’opera stessa. Patella crea della vera e propria arte servendosi di ciò che è già stato definito tale dalla critica, ovvero le opere esposte nei musei, e di un mezzo di comunicazione così diffuso come il selfie.  È quindi inevitabile il riferimento al recente saggio di Bonami Post, l’arte nella sua riproducibilità sociale, già il solo titolo ci fa capire come questa tendenza, presa in analisi persino da un critico di fama internazionale, sia così diffusa e inevitabilmente avrà degli sviluppi.

Clelia Patella, profilo instagram. Credits ©cleliart

La domanda che ci poniamo quindi è: l’arte postcontemporanea nata con il cesso dorato si configurerà come post-art, quindi arte accessibile a tutti in qualsiasi momento, o come un recupero del figuratismo, un’arte da andare a vedere ancora nei musei ma con un significato e dei materiali nuovi?

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