Modello di architettura imprevedibile fino al suo apparire: la costruzione assunse un carattere scenico in dialogo incessante con il contesto; la forma dimise il ruolo d’imponenza sullo spazio divenendo essenza dinamica dello stesso, in una logica di compenetrazione, di inclusione, di persuasione. 

È il Barocco. È la Roma barocca di Pietro da Cortona, Gian Lorenzo Bernini e soprattutto Francesco Borromini, forse la figura più eminente quando è il compasso ad essere protagonista. 

Le tracce indelebili lasciate dai tre maestri assunsero l’aspetto di ispirazione impetuosa nel XVII e nel XVIII secolo (almeno fino alla metà di questo) e dilagarono non solo in Italia ma in altre aree d’Europa, fino al declino durante la lunga stagione illuminista e poi romantica. Infine, quella lezione di stile riemerse, seppure lentamente, nel secondo dopoguerra del XX secolo. 

Ma le radici rimangono saldamente lì, nella “città eterna”. Che si lascia ammirare dagli occhi trasognati di chi sappia vederne quest’altra versione. 

Le radici: già, quello che non si vede ma che sussiste. 

Santa Maria della Pace. Ph. Gaspa, via Flikr

Come la “Villa del Pigneto – andata distrutta, oggi solo intuibile se non fosse per i disegni – con le sue scalinate, la facciata inscritta in un’ampia, monumentale nicchia con le ali dell’edificio disposte a semicerchio. Contesto e ricerca scenografica già appaiono espressive di una volontà innovatrice, quella di Pietro da Cortona, che fa da soglia al nuovo stile. Tradizione rinascimentale filtrata attraverso la lezione del “manierismo” di matrice fiorentina (Buontalenti). Ma il suo modo di concepire l’evento architettonico non è scevro dalla rivisitazione dello stile templare romano-ellenistico ammirato nel modello del tempio della Fortuna Primigenia a Palestrina. Con la Chiesa di San Luca e quella di Santa Maria della Pace, egli compie il balzo verso le desiderate esigenze spaziali della sua epoca, favorendo la continuità inaudita tra esterno ed interno, facendo dell’architettura un afflato teatrale, un tentativo di superamento delle pareti, quasi a creare delle identità singolari, una materia vivente. In Santa Maria della Pace, ancora, il maestro aretino fa sfoggio di capacità creativa in un riuscito tentativo di adeguare la forma esterna alle condizioni urbane: così viene in rilievo la relazione funzionale che il Barocco interpreta combinandola, in un finissimo equilibrio, con quella simbolica dell’atto architettonico. 

È la condizione che lo rende uno stile della contemporaneità. 

Poi, Bernini e Borromini: figure in competizione dialogante tanto simile al Barocco che essi contribuiscono in modo determinante ad affermare. 

Fontana dei Fiumi. Ph. Tango7174

Con il richiamo a Bernini il primo pensiero è alle monumentali fontane sparse per Roma. Definirle un’espressione d’arte plastica è persino riduttivo. Sono un grande apparato scenografico che gioca con l’arte ma anche con gli elementi antropici e naturalistici: la città e l’acqua. Con il pretesto di essere fontane, sono opere architettoniche che colmano lo spazio urbano rendendolo diversamente fruibile, attribuendogli quel carattere accogliente che già funzionalmente possedevano. 

La “Barcaccia” a Piazza di Spagna, la Fontana dei Fiumi a Piazza Navona, la Fontana del Tritone e quella delle Api in Piazza Barberini, solo per citare alcune tra le più conosciute, si stagliano come segno architettonico urbano ormai imprescindibile. Nella scia di quell’esempio prenderà forma la realizzazione della Fontana di Treviper il rifacimento della quale era stato chiamato proprio il Bernini – ma nel tardo periodo Barocco – XVIII secolo – ad opera di Salvi e poi di Pannini. 

Di Bernini architetto rimangono, fortunatamente, opere altrettanto mirabili, capaci di grande impatto scenico, perché in lui la vocazione per l’arte totale – teatro, scultura, architettura – rimase intensa e di formidabile forza evocativa. 

Piazza San Pietro. Ph. Nickel Chromo

La cappella “Fonseca” è il richiamo ad uno degli esempi più rappresentativi di questa visione. Ma non sono esenti dall’aspirazione berniniana anche le opere per la Basilica di S. Pietro: il “Baldacchino” – cui collaborò anche Borromini – e soprattutto Piazza San Pietro, nella quale il gusto per il colpo di teatro, per lo scorcio che diventa improvvisamente uno scenario immaginifico, è sapientemente curato fino all’attimo irripetibile dell’apparizione da una delle viuzze della sventrata “Spina di Borgo”. 

Tanto quanto lo sia l’improvviso apparire, “voltato l’angolo”, di palazzo Montecitorio, un progetto nel quale Bernini rammenta anche la sua vocazione all’illusionismo naturalistico, così come era avvenuto per le sue fontane, così come avverrà per il protiro con l’intradosso a forma di conchiglia della chiesa di Sant’Andrea al Quirinale

Tuttavia, il dialogo cui facevo cenno, tra Bernini e Borromini, trova il suo acme nelle opere di culto, sotto l’egida ondivaga dei Papi e della corte vaticana che tanta influenza ebbero nella buona e nella cattiva sorte dei due maestri. 

Sant’Ivo alla Sapienza. Ph. Paris Orlando

È il caso della Cappella del SS. Sacramento in San Pietro da porre a confronto con l’opera eccelsa di Borromini, la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza: in entrambe il rapporto tra concavo e convesso, di “adrianea” memoria, è colto come misura dello spazio intorno all’organismo vivente che è l’opera architettonica. Era avvenuto così già con una delle prime opere di Borromini, la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, esempio della sua ricerca intensa sulla relazione tra concavo e convesso, quasi come motivo realizzato e non più solo idealizzato di un nuovo paradigma formale, di un nuovo ordine architettonico. 

Ma in Borromini si avverte la potente capacità di farsi sommo erede del passato, senza lasciarsene isolare: la struttura mistilinea che l’architetto milanese conferisce alla cupola di Sant’Ivo, vista dall’interno, è quella polilobata tipica dello stile gotico, ma “trattata” alla stregua di intuizione per divenire forma convincente fino all’originalità.

Sant’Ivo alla Sapienza. Ph. Architas

In lui, la classicità ed ogni altra esperienza architettonica precedente, sembra fosse vista con la più ampia libertà interpretativa, assorbita e riproposta in nuove associazioni stilistiche della forma: connessione rigorosa ad una ricerca profonda delle potenzialità geometriche. 

Può dunque essere vero che in Sant’Ivo alla Sapienza Borromini “rilegga” fino in fondo la curva e con essa riesca a plasmare lo spazio come lo scultore potrebbe fare con la cera. Ma è davvero importante capire quanto l’apparire di un gioco di forme rifletta, in realtà, una sapiente ricerca geometrica che nulla lascia al caso. Nemmeno le feconde lezioni del passato. 

Come avviene nel rifacimento per l’interno della basilica di San Giovanni in Laterano nel quale egli realizza una conversione dello spazio sempre all’insegna della curva, ma con tale eleganza che il rispetto della componente classica appare, velatamente, di un rigore quasi rinascimentale. 

Del resto, il dialogo con Bernini, a volte sincronico ed altre volte diacronico, si svolge anche su questo versante: con la chiesa di Sant’Andrea delle Fratte per Borromini e quella dell’Assunta ad Ariccia per Bernini, nelle quali alla logica delle curvature contrapposte si affianca quella di un recupero di temi classicisti tipici del ‘500. 

Ecco chi furono gli artefici di una Roma che ispirò per se stessa un rinnovamento profondo, una novità la cui portata è stata a lungo declinata entro il segno dell’arte come meraviglia, senza riconoscerle quel rigore di metodo e di erudizione feconda che seppero affiancare alla tecnica il sentimento, alla visione la funzione, alla solidità la fluidità, alla massa la luce, alla retta la curva. 

Fino a trasformare l’armonia statica in una scena imprevista. 

E ancora sorprendente.

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