di Eleonora Aureli

Anche quest’anno la Città Eterna si tinge di viola: dal 26 al 31 ottobre torna a Roma la quinta edizione della Rome Art Week, la settimana dedicata all’arte contemporanea. Quattro i percorsi espositivi della mostra “Ai confini del mondo” organizzata da Restelliartco per la RAW. Il pubblico avrà la possibilità di “esplorare” il mondo a 360˚, attraverso tutte le sue dinamiche e contraddizioni.

La mission della Rome Art Week

L’obiettivo del progetto è quello di sviluppare e sostenere la conoscenza e la diffusione dell’arte contemporanea. La manifestazione, promossa e organizzata da KOU, Associazione culturale per la promozione delle arti visive, si pone come un sofisticato network per l’arte contemporanea che vuole costruire una rete tra gli artisti, le strutture espositive, i critici, i curatori, tutti gli operatori del settore arte e il pubblico.

RAW

RAW, 2020
Credits: @RAW Facebook

Una realtà consolidata che è cresciuta durante gli anni. La Rome Art Week è un circuito virtuoso e democratico dove tutti possono partecipare, dando largo spazio ai giovani, con lo scopo di sviluppare e sostenere la conoscenza e la diffusione dell’arte contemporanea. Saranno tantissimi gli eventi fruibili durante la settimana della manifestazione e, di tutti, si possono avere maggiori informazioni sul sito, strumento essenziale per il pubblico per restare continuamente aggiornati sul lavoro delle strutture.

Un’edizione al passo con i tempi

Il sito avrà un ruolo decisivo, soprattutto quest’anno, perché, in linea con le normative anti-Covid, darà la possibilità ai visitatori di partecipare online ad ogni evento della settimana: senza l’utilizzo di alcun software esterno, il pubblico potrà entrare in videoconferenza all’interno delle strutture e partecipare virtualmente all’evento semplicemente connettendosi.

Grazie alla RAW il pubblico potrà partecipare, dalla mattina fino alla tarda serata, ad un ricco calendario di mostre, eventi, esposizioni collettive, open studio, progetti curatoriali, talk con artisti, visite guidate, progetti espositivi ideati ad hoc da curatori, artisti, collettivi e operatori del settore.

Per l’edizione 2020 hanno già aderito oltre 130 gallerie e istituzioni, 280 artisti e 45 curatori per un totale di oltre 130 eventi proposti nella Capitale. Per guidare il pubblico nella moltitudine di eventi, noti critici, curatori e operatori del settore forniranno il loro punto di vista sui partecipanti e sugli eventi delineando percorsi omogenei ed evidenziando le eccellenze della manifestazione. 

Ai confini del mondo

È strutturata in quattro diversi ed originalissimi percorsi visivi la mostra ideata da Raffaella Rossi e Filippo Restelli della Galleria Restelliartco per la RAW 2020. Un’esposizione che attraversa il pianeta, spalanca le braccia per unire virtualmente differenti popoli e tradizioni, o improvvisamente si chiude per raccontare e urlare il fallimento.

“Silence” di Irem Incedayi

Nel primo percorso espositivo gli artisti Irem Incedayi, Gabriele Donnini, Fabio Ferrone Viola, “Stasi”, riuniti nel collettivo “Working Heads”, partono da un teschio in quanto essenza e dimora dell’anima e dell’essere umano, privo di sovrastrutture e influenze esterne, per esprimere il proprio personale concetto di mondo e di limite.

“Silence” Irem Incedayi
Credits: @RAW

Comprende tutte le rotte conosciute o scoperte dai viaggiatori, magiche destinazioni dalle suggestive atmosfere da “Mille e una Notte”, il mondo in “Silence” di Irem Incedayi, raffinata artista di origine turche che da sempre fonde nella sua arte la cultura e la tradizione dell’Oriente, con le sue Moschee e i palazzi illuminati dalla luce dorata, e quella di Occidente, con l’elegante classicismo di Roma o i richiami alla mitologia greca.

Il messaggio dell’artista è già presente nel titolo dell’opera: un appello alla pace affinché nel silenzio si possano udire le parole dei più deboli ed i sussurri di chi non ha più voce.

“Ego te absolvo” di Gabriele Donnini

“Ego te absolvo”, Gabriele Donnini

“Ego te absolvo”, Gabriele Donnini
Credits: @RAW

Un mondo che si fa piccolo quanto i confini della cella di un carcere quello di “Ego te absolvo” di Gabriele Donnini.  Ancora il teschio, fulcro dell’opera, è rinchiuso all’interno delle sbarre ed ha incise sulla sua superficie le parole, i disegni e i simboli che i detenuti hanno tracciato negli anni sulle pareti. Frasi che raccontano il dolore, ma anche l’orgoglio, la dignità, la paura, l’odio, il coraggio. Il carcere come un microcosmo, un “fuori mondo”, che è lì ed esiste, un non-luogo dove ogni essere umano è unico. Per raccontare questa unicità, la superficie del teschio è coperta da venature in oro, nessuna causale. Queste si ispirano alla pratica giapponese del Kintsugi, l’arte delle preziose cicatrici che insegna ad accettare il danno, a non nascondere le ferite e le fratture, a renderle preziose.

“Golden Age” di Fabio Ferrone Viola

"Golden Age" Fabio Ferrone Viola

“Golden Age” Fabio Ferrone Viola
Credits: @RAW

Un mondo in cui i limiti sono i difetti dell’uomo, che lo penalizzano, lo spingono a cercare scorciatoie, o rotte già battute anziché provare a sperimentare, ponendosi obiettivi lontani nel tempo ma più duraturi. È questo il concetto che anima il teschio di Fabio Ferrone Viola che nella sua opera “Golden Age” riconduce la nascita e la morte alla ciclicità del mito e all’eterno ritorno. In questa definizione circolare del tempo, ciò che è stato in passato necessariamente si ripeterà ancora ed una nuova Età dell’oro gli succederà.

“Justice” di Stasi

“Justice”, Stasi

“Justice”, Stasi
Credits: @RAW

In Justice – Tribute to George Floyd, “Stasi” fornisce la sua personale rappresentazione di un pianeta nel quale l’uomo è segregato all’interno di un muro, che è materializzazione dello spazio sicuro fatto di compromessi e di mediocrità, di vizi e di recinti intellettualistici; un mondo  in cui è il teschio a dominare, allegoria della morte ma anche della vita, e su di esso una corona di spine, simbolo del martirio e del sacrificio estremo dell’uomo, come nel caso di George Floyd.

“Photogeisha” di Umberto Stefanelli

Nel secondo percorso espositivo, i confini del mondo per Umberto Stefanelli sono quelli di una stanza di un love hotel di Minami ad Osaka. All’interno di questo si svolge il progetto fotografico “Photogeisha”, venti immagini per raccontare l’antichissima arte dello shibari. Si tratta di una vera e propria forma espressiva  in cui lo spettatore è partecipe della condivisione di una scultura vivente e di una pratica meditativa che, attraverso la flessibilità del corpo e della mente, diventa espressione di potere e di scambio.

Una commistione di corpo e spirito in cui la corda è mezzo e in cui più che la destinazione finale conta il percorso fatto insieme. Negli scatti compaiono figure avvinte ad una fune che si librano nel vuoto, attraverso movimenti perfettamente coordinati per rimanere in equilibrio. 

“Loners” di Marco Simoni

Nel terzo percorso visuale il mondo si apre su terre sconfinate in cui gli animali sono i protagonisti del progetto fotografico “Loners” di Marco Simoni.

Il titolo di ognuna delle foto che compongono la mostra  ne descrive una caratteristica o un particolare che li rende unici e perfetti , oppure ancora oggi vittime: “The Ivory Game” recita l’immagine dell’elefante posto di fronte al rinoceronte a denunciare la crudeltà del traffico animale, oggi per dimensioni e giro d’affari, la quarta forma di crimine più esteso al mondo; “13.000 grams” il titolo scelto per il rinoceronte, non solo il peso massimo del suo corno ma un numero che per i bracconieri equivale al denaro contante che se ne può ricavare.

Il ritorno alla Pop Art

Nel quarto percorso espositivo i galleristi Raffaella Rossi e Filippo Restelli presentano una selezione di opere di Maestri storici della Pop Art, della fotografia e del design: una vera e propria esplorazione a 360° nel contemporaneo.

Si inizia con Skull 157” di Andy Warhol, serigrafia del 1976 in cui l’artista toglie al teschio rappresentato ogni connotazione negativa, un’arte volutamente privata del suo contenuto drammatico per diventare ludica, gioco.

“Marylin Monroe”, Bert Stern

“Marylin Monroe”, Bert Stern
Credits: @RAW

Si prosegue con una serigrafia di Robert Indiana, e l’arazzo Love magnificamente accostato, nel percorso visivo, all’iconico  Divano Bocca di Gufram ispirato alla celeberrime labbra di Mae West. Ritroviamo poi i teschi di Obey-Giant/ Shepard Fairey, le top model Naomi Campbell e Kate Moss dello street artist K-Guy, e per la fotografia la Marilyn Monroe Crucifix III The last sitting, datata 1962 di Bert Stern, la splendida Ofelia di Matteo Basilè e la Faster Faster – I am almost there del dissacrante David LaChapelle, che ritrae una statuaria Pamela Anderson con indosso solo un paio di stivali che sfreccia inseguita dai fotografi a cavallo di una moto.

"Ophelia", Basilé

“Ophelia”, Basilé
Credits: @RAW

Una mostra, quella in programma alla Roma Art Week, che riesce davvero a toccare aspetti diversi del mondo, un mondo costituito da mille sfaccettature, ambiguità, contraddizioni e bellezze. L’impressione è che ci sia anche altro, qualcosa che sta al di là, a cui si può aspirare di arrivare solo attraverso un’attenta e consapevole riflessione.

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