Era il 7 giugno scorso. A Bristol, durante la protesta per “Black Lives Matter“, i manifestanti trascinavano la statua di Edward Colston fino all’argine del fiume Avon per poi buttarla giù nelle sue acque. Quello stesso giorno durante le proteste londinesi, sotto una delle più famose statue di Winston Churchill, in Parliament Square, viene scritto “was a racist“. Era un razzista. Qualche giorno dopo a Boston l’obbiettivo è stato Cristoforo Colombo, “scopritore” dell’America. Le statue dell’esploratore italiane sono cadute – in toto o in parte (la testa) – a Richmond, in Virginia, a Miami e infine a Minneapolis. Lì dove le proteste per la morte di George Floyd, ucciso da un agente di polizia durante l’arresto, hanno avuto inizio il 25 maggio scorso.

Floyd era stato segnalato al 911 da un negoziante, per via di una banconota con la quale aveva acquistato le sigarette che il gestore credeva fosse falsa. All’arrivo degli agenti si era rifiutato di salire sulla volante, avvertendo di essere claustrofobico. Uno di loro, Derek Chauvin lo aveva quindi buttato a terra con le manette, bloccandolo con il proprio ginocchio sul collo. Floyd è morto alle 20.20, mentre implorava dicendo di non riuscire a respirare. Così quella che era nata come una protesta per avere giustizia si è trasformata nel grido di rabbia e dolore della comunità nera. E ha rivoltato il mondo, città per città, persino oltre i pericoli del Covid-19, unendo milioni di individui sotto l’insegna dell’anti-razzismo e dell’anti-fascismo.

COLSTON, COLOMBO E CHURCHILL

È proprio questo che hanno in comune tutte le statue (cadute o minacciate di) di cui si è parlato all’inizio. Edward Colston, per esempio, era uno schiavista. Nato intorno alla metà del Seicento, era parte di quella Royal African Company che si occupava del commercio di schiavi africani e del loro spostamento verso le piantagioni nelle colonie americane. Con i proventi di questa attività aveva provveduto a dare a Bristol chiese, teatri, spazi pubblici. Dal 1985, data in cui la statua è stata istallata, sono state 11 mila le petizioni per farla rimuovere. Undicimila.

Cristoforo Colombo, noi italiani, lo conosciamo come il più grande esploratore di tutti i tempi. Equipaggiato con tre caravelle e indomito coraggio, scoprì le Americhe per conto dei reali spagnoli. Allargò il mondo allora conosciuto. Questa, ovviamente, è solo una parte delle storia. La parte più comoda, per così dire. Perché Colombo era stato, prima di tutto, un colonizzatore. Arrivato a San Salvador e poi attraverso Cuba e Hispaniola, rispose alla generosità delle popolazioni di nativi con torture, rapimenti e saccheggi. Alcuni gruppi di indigeni furono letteralmente sterminati dall’intervento europeo (vedi i Taìno). Persino Isabella e Ferdinando furono costretti a rimuovere Colombo dal suo ruolo quando i suoi comportamenti sanguinari ebbero la meglio sulla sua psiche. Anche in questo caso, sono anni che la visione ripulita e occidentale dell’esploratore viene contestata. Durante il Columbus Day e nei libri di scuola, si chiede che la storia venga raccontata “per intero”.

Winston Churchill, addirittura, era già un personaggio controverso nella sua di epoca. Era razzista e lo era senza appello. Considerava gli indiani “le persone più simili alle bestie nel mondo, insieme ai tedeschi”. Proclamava di odiare gli orientali. Dei neri diceva di “non essere affatto convinto che fossero capaci ed efficienti quanto i bianchi“. Di queste affermazioni non aveva vergogna, non le mormorava nel segreto della sua abitazione, ma in pubblica piazza. Nonostante il suo primo nemico fosse chi della razza aveva fatto motivo di genocidio, non sembrava che Churchill considerasse quello il suo difetto peggiore, per così dire. Ma Churchill ha vinto la guerra, ha sconfitto il male. E ogni altro peccato sembra essere stato perdonato alla figura del vincitore.

L’AFFAIRE MONTANELLI

Da quando la Gran Bretagna ha iniziato la sua personale battaglia contro le statue da abbattere (c’è persino una mappa in cui segnalarle), anche in altri Paesi si è acceso il dibattito “iconoclasta”. In Italia, al centro dei riflettori è finito Indro Montanelli. Ieri la sua statua, voluta dal sindaco Albertini nel 2006, è stata bersagliata con vernice rossa nei giardini omonimi a Milano. Sul piedistallo è comparsa la scritta “Razzista stupratore“. Già lo scorso anno un corteo femminista, in occasione della manifestazione “Non una di meno“, la colpì con della vernice rosa in segno di protesta. Ora sono i Sentinelli di Milano a chiederne al sindaco Beppe Sala la rimozione (che finora ha detto no).

Assurto a simbolo del buon giornalismo italiano e protagonista del Novecento, Indro Montanelli è stato molte cose. Fascista, per esempio, tra gli attivi sostenitori e partecipanti alla politica coloniale di Mussolini. Scelta che rinnegò in seguito, per prendere le parti opposte e fare della libertà di scelta il motivo della sua grandezza. Quando aveva 26 anni partecipò alla campagna d’Etiopia e qui si rese protagonista di un episodio di pedofilia. Seguendo la tradizione del “madamato”, comprò e prese in sposa una bambina di 12 anni. Che fu sua concubina e “moglie di guerra” per tutta la permanenza in Africa. Si chiamava Fatìma, ma lui la chiamava “Destà”, diminutivo di “podestà” in quanto era a tutti gli effetti una sua proprietà.

A differenza delle simpatie fasciste, di questo crimine non si pentì mai. Rivendicando, invece, fino all’ultimo di aver rispettato una tradizione. Facendo un ritratto della bimba di cui aveva approfittato quasi malinconico, quasi dolce. Romanticizzando l’idea che il primo figlio che lei ebbe dal militare eritreo che sposò in seguito, venne chiamato Indro.

RIVOLUZIONE O REVISIONISMO?

Il dibattito intanto si apre in due pensieri ben distinti. Una spinta rivoluzionaria che chiede una rivalutazione a posteriori di meriti e demeriti storici di simili figure. Ne domanda il ritiro dell’assoluzione senza questioni e l’eliminazione di monumenti celebrativi come le statue. Con lo scopo di liberare il mondo del futuro da una prospettiva di lettura del passato privilegiata e bianca, come tutti i suoi protagonisti. Un’altra più conservativa, che maledice il revisionismo del “politically correct”, accusandolo di voler cancellare le nostre radici. Corredato di inviti derisori ad abbattere il Colosseo in quanto nel 100 d.C. venne usato per le battaglie tra schiavi e bestie feroci.

Molta parte dell’area culturale italiana si è trovata da questa seconda parte. Beppe Severgnini sul Corriere ha difeso il suo “maestro” di penna con parole appassionate. Definendo “assurdo, offensivo e controproducente” rimuoverne la statua. Il giornalista ha definito “fanatismo” questo approccio alle figure del passato, ribadendo che non è con un solo episodio (lo stupro di una bambina) che si cancellano le grandezze dell’uomo Montanelli. Anche Luca Telese su Tpi ne prende le parti, “e da femminista” aggiunge. Invitando chi lo giudica a “inquadrare” i problemi. Facendo un lungo elenco di atti socialmente accettati nell’Italia in cui Montanelli è stato giovane, considerati altrettanto assurdi oggi.

MEMORIA COLLETTIVA E SENSO COMUNE

Per contro, su Menelique si parla di memoria collettiva. Non solo Montanelli, ma tutti i personaggi già nominati, si legge, hanno contribuito ad alterare la memoria collettiva e la percezione delle colpe dei popoli. Lui fece una ricostruzione del periodo fascista in cui l’Italia era vittima e vittima sola. In cui gli orrori delle leggi razziali e del colonialismo venivano “edulcorati” perché gli italiani avevano bisogno di sentirsi sollevati. “Brava gente” in fondo, insomma. Un po’ come quello che i suoi difensori dicono dello stesso Montanelli.

Anche su L’Espresso, nel blog di Alessandro Gilioli si legge una riflessione interessante. Questa intitolata ai “peggiori di oggi”, in contrapposizione con quelli “di ieri”. Qui si parla della progressiva evoluzione del sentire comune, di quello che prima era accettato e ora risulta finalmente intollerabile. Si invita a non concentrarsi sugli errori di Montanelli e simili, che avevano una sentire comune diverso dal nostro. Per contro, a scagliarsi contro chi, vivendo al presente, si ostina a giustificarli senza appello. Dimostrando che certi crimini non sono poi così sbagliati per loro nemmeno adesso.

STATUA E PRIVILEGIO

Torniamo alle statue, anche se non si può fare a meno di far partire la riflessione da molto più lontano. Bisogna ricordare che le statue, quando non si trovano in un’esposizione o tra le pareti di un museo, ma al centro di una piazza non sono più una forma d’arte, ma una celebrazione. Del personaggio e delle imprese che rappresenta. Chi sceglie chi deve essere eretto su quei piedistalli? Non è certo una decisione a furor di popolo.

È l’autorità che sceglie i modelli per i propri cittadini, suggerendo anche loro la “parte” da prendere. Ma la distinzione non è sempre quella biblica tra bene e male. I privilegi della civiltà occidentale sono costruiti sulle morti e sulle sofferenze delle comunità soggiogate. Il colonialismo e il razzismo ne sono stati guida e principio ispiratore. Negarlo in favore del progresso è sì riscrivere la storia.

Se passando vicini a una statua e leggendo il nome sulla placca non vi siete mai sentiti turbati o calpestati, significa che siete nati nella parte privilegiata del mondo. Quella che crede di avere sempre ragione, che preferisce pensare che un poliziotto che uccide un uomo per il colore della sua pelle sia un caso isolato e non un problema radicato. Che pensa che negli stereotipi ci sia un fondo di verità. Quella che si fregia di combattere il razzismo sui social, ma che soffre a dover rinunciare all’idea di Colombo eroe nazionale.

STATUA E SIMBOLO

Le statue sono dei simboli. Simboli dei valori di una civiltà, di ciò che la suddetta civiltà celebra e reputa giusto. Non sono lì per memoria imperitura, interpretano una direzione. Il mondo da qui a 20 anni avrà ancora bisogno di Edward Colston? Un mondo che vuole celebrare le differenze, sradicare il razzismo da chi verrà dopo, riconsegnare una nuova uguaglianza; cosa può farsene della statua di bronzo di uno schiavista?

Diranno che la storia non si può cancellare, ma nessuno sta proponendo di eliminare le imprese di questi uomini dai libri opportuni. Si chiede semmai che le notizie su di loro siano complete, che i loro volti bronzei vengano sostituiti da nuovi esempi. Personaggi che raccontino il progresso, il cambiamento del “sentire comune”, come questi non sanno o non possono più fare. Ben venga dunque, dire addio a qualche statua di Colombo se questo darà valore ai popoli oppressi. Se la decisione mostrerà quello che non è più accettabile per gli anni a venire. Se il rispetto per i vivi domanda una rivalutazione dei morti, non è questa la strada più facile al progresso?

CONTESTUALIZZARE

La richiesta di contestualizzazione giri dunque anche al contrario. Se il 1400 è troppo lontano per essere condannato, il 2020 è oggi. Se la figura di Colombo resta nella storia come un suo tassello inamovibile, ben diverso è il destino delle statue che lo ritraggono. È diritto di una comunità non riconoscersi più nei valori incarnati da una costruzione che domina una piazza della propria città. Così come è diritto di chi ha lanciato vernice rossa su Indro Montanelli sentirsi offesi dalla celebrazione di un uomo che ha pubblicamente ammesso di non pentirsi dello stupro di una minore.

Sono i musei la casa del passato, le strade e le piazze sono il regno del futuro. Di personaggi che meritano un piedistallo da cui le loro idee rivoluzionarie possano risuonare meglio, il mondo è pieno. Chiamateci progressisti, ma tra la statua dedicata agli animali da laboratorio a Novosibirsk e quella di Colston a Bristol solo una ha perfettamente senso lì dov’è. E vi do un’indizio, ha la coda.

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