Non ha nulla di romantico o nostalgico lo Sterminator Vesevo del 79 d.C, a differenza dell’immagine poetica di leopardiana memoria. Il Vesuvio è un terribile killer che nel I secolo d.C era considerato un gigante buono, con terre fertili e boschi in cui cacciare e ricavare legna. Non eruttava da circa ottocento anni e si era persa quindi la memoria della sua attività vulcanica. Città fiorenti erano sorte alle sue pendici, i cittadini ignari vivevano delle ricchezze di un luogo ameno ed ospitale. Questo per lo meno fino al 62 d.C quando un violento terremoto fece molti danni alle cittadine vesuviane come Pompei, Ercolano, Stabia, Oplontis e Boscoreale. Questo evento sismico, a cui ne seguirono altri, era interpretato come un segnale divino di collera, non certamente in modo scientifico.

Ricostruzione 3d dell’eruzione del 79 d.C. Credits: @Linternaute.com

Plinio il Giovane tramanda il racconto dell’eruzione

Plinio il vecchio comandante della base navale di Miseno, storico, naturalista e uomo dal sapere enciclopedico, era nella sua domus a Miseno quando il Vesuvio eruttò nel 79 d.C. Con lui c’era suo nipote, Plinio il Giovane ed è proprio grazie a quest’ultimo che abbiamo la testimonianza diretta di quel giorno infernale. Alcuni anni dopo l’evento catastrofico lo storico Tacito chiese a Plinio il Giovane di raccontargli cosa era accaduto. Il testo della lettera che Plinio scrisse a Tacito ci è sorprendentemente pervenuto. Sembra di ascoltare un cronista di cronaca nera, con toni drammatici Plinio il Giovane descrive gli eventi sorprendenti che si susseguirono in modo repentino e portarono alla morte anche di suo zio Plinio il vecchio. Questa cronaca ha permesso alla comunità scientifica di denominare “eruzione di tipo Pliniano”, le eruzioni vulcaniche con caratteristiche assimilabili a quella del 79 d.C.

La lettera di Plinio a Tacito

“Mio zio si trovava a Miseno dove comandava la flotta. Il 24 agosto, nel primo pomeriggio, mia madre attirò la sua attenzione su una nube di straordinaria forma e grandezza[…] Una nube si levava in alto, ed era di tale forma ed aspetto da non poter essere paragonata a nessun albero meglio che a un pino. […]Diede ordine di mettere in mare le quadriremi e vi salì egli stesso con l’intenzione di correre in aiuto di molti perché quell’amenissima costa era fittamente popolata. […]

Già la cenere cadeva sulle navi tanto più calda e fitta quanto più esse si avvicinavano; già cadevano anche pomici e pietre nere, arse e frantumate dal fuoco; […] drizza la prora verso la villa di Pomponiano a Stabiae!”. […] appena giunto, abbraccia l’amico tremante, lo conforta, lo incoraggia e, per calmare l’agitazione con l’esempio della propria tranquillità d’animo[…] Intanto su più parti del Vesuvio risplendevano larghe strisce di fuoco e alti incendi, il cui bagliore e la cui luce venivano aumentati dall’oscurità della notte. […]

Si misero dei cuscini sul capo e li legarono con fazzoletti: e questo servì loro per protezione contro le pietre che cadevano dall’alto. Mentre altrove faceva giorno, colà era notte, più oscura e più fitta di tutte le altre notti […] Si tirò su appoggiandosi a due schiavi, ma ricadde presto a terra, l’aria troppo impregnata di cenere deve avergli impedito il respiro ostruendogli la gola[…] il suo corpo fu trovato intatto, illeso, coperto dalle medesime vesti che aveva indosso al momento della partenza; l’aspetto era quello di un uomo addormentato, piuttosto che d’un morto”.

Pompei, affresco che raffigura il Vesuvio, rinvenuto nella Casa di Rustio Vero. Credits: @Storiaromanaebizantina.it

Pompei: una città in ristrutturazione che svela la nuova datazione dell’eruzione

Negli anni precedenti all’eruzione Pompei e le altre città ai piedi del vulcano avevano subito molti danni a causa dei continui terremoti. Molti edifici erano in ristrutturazione, diverse domus non erano infatti abitate. Ovunque vi erano lavori in corso, per riparare i danni dei recenti sismi. Erano tutti avvertimenti del risveglio del vulcano che di lì a poco avrebbe portato morte e distruzione per diversi chilometri seppellendo le città circostanti.

Proprio a Pompei circa due anni fa vi è stata la scoperta di un’iscrizione a carboncino che posticipa l’eruzione di due mesi, da agosto ad ottobre. Essa è stata rinvenuta in una casa in cui erano in corso lavori di ristrutturazione. Nell’atrio della “Casa con giardino”, durante i nuovi scavi della Regio V è stata ritrovata un’iscrizione datata al sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, corrispondente al 17 ottobre. Trattandosi di carboncino, fragile ed evanescente, che non avrebbe potuto resistere a lungo nel tempo, la data riportata riguarderebbe l’ottobre del 79 d.C., una settimana prima della grande catastrofe che sarebbe, secondo questa ipotesi, avvenuta il 24 ottobre. Questa scoperta avvalora la serie di testimonianze, letterarie e archeologiche, che in passato avevano già indotto gli studiosi ad ipotizzare l’eruzione in un periodo autunnale.

Pompei, Iscrizione a carboncino nella Casa con giardino della Regio V. Credits: @Amalfinotizie.it

Il dibattito sulla datazione della catastrofe

Le trascrizioni della famosa lettera di Plinio, di cui non si conserva l’originale, riportano il riferimento a mesi diversi (agosto, settembre, ottobre, novembre) una confusione che si generava inevitabilmente, di volta in volta, nell’atto della copiatura dei testi. Pertanto, la datazione del 24 Agosto, che ricorre in alcune edizioni, è tutt’altro che certa.

Durante gli scavi, inoltre sono stati rinvenuti numerosi reperti riconducibili al periodo autunnale: bracieri, frutta essiccata, tra cui noci, fichi, melagrane, castagne e resti di vinaccia, segno della recente vendemmia. Anche i resti dell’abbigliamento riscontrati su alcuni corpi delle vittime dell’eruzione hanno fatto pensare ad un periodo diverso dall’estate.

Non ultimo, una moneta in argento con l’effige di Tito ed un’iscrizione che lo celebra imperatore per la quindicesima volta, fornisce, sebbene in parte deteriorata, sulla base di un confronto con testimonianze letterarie, un orizzonte cronologico preciso, sicuramente posteriore al mese di agosto del 79 d.C.

Sterminator Vesevo: le città seppellite e le loro vittime ci parlano

Il Vesuvio lasciò dietro di sé un’ecatombe. Per secoli le vittime della sua furia non ebbero volti né storie da raccontare. Ciò accadeva fino ad inizio Settecento, quando pian piano poi riaffiorarono i primi reperti. I siti seppelliti nel corso dei secoli, a più riprese, ritornarono alla luce. Ad oggi il lavoro di scavo è ancora entusiasmante e riserva moltissime sorprese. I calchi delle vittime, gli oggetti, le architetture, parlano e palpitano di vita. L’immane sacrificio di migliaia di vittime si è tradotto in un incalcolabile tesoro culturale per tutti noi, che possiamo vedere e studiare la vita degli antichi romani. I reperti delle città vesuviane colpite dal vulcano riempiono musei di tutto il mondo, sono al centro di mostre itineranti che attraggono milioni di turisti. Non ultima, ad esempio, l’interessante mostra multimediale al Grand Palais di Parigi . I siti vesuviani e i loro reperti sono patrimonio dell’umanità, sono una strabiliante testimonianza di istantanee di vita di duemila anni fa che hanno ancora tanto da mostrare e tutto da insegnare.

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