di Anita Di Rienzo

Venezia, è il 30 novembre 1542 quando nei registri della Scuola Grande di San Marco viene annotato che si dà “prenzipio alla pittura della sala (Sala Capitolare) fazendo quella parte in piuj telleri.” Il tema è di comune accordo, le Storie di San Marco e, così anche, il nome di colui che darà vita all’impegnativa opera pittorica: Jacopo Robusti detto il Tintoretto.

IL MIRACOLO DELLO SCHIAVO

Una prima tela viene consegnata già nel 1547, si tratta del Miracolo dello Schiavo, oggi conservato alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Il disegno di Michelangelo ed i colori di Tiziano si fondono nella furia monumentale dei personaggi, nell’irrequietezza delle pose e nella travolgente vivacità del pennello dell’appena ventinovenne Tintoretto. Bisognerà aspettare il 1562 per l’opera più controversa della serie, la Scoperta del corpo di San Marco.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto, Miracolo dello schiavo, 1547. Olio su tela, 415 x 541 cm. Venezia, Gallerie dell’Accademia Credits: @gallerieaccademia.it

SCOPERTA O MIRACOLO? 

La maestosa tela di Tintoretto, collocata nella sala IX della Pinacoteca di Brera ed identificata da un lapidario cartellino quale Scoperta del corpo di San Marco, è la messa in scena di quello che è un fatto alquanto inusuale. L’evento è ambientato in un lungo corridoio dallo scorcio vertiginoso, il quale ricorda la navata di una chiesa. La scena è dominata da un uomo vestito di rosso. Egli con un gesto deciso della mano sinistra, si rivolge ad un gruppo di personaggi in secondo piano, intenti a svuotare dalle salme i sepolcri sospesi sulla parete di destra. Al di sotto di questi, tre figure interagiscono tra loro. Queste sono costrette in pose cariche di tensione fisica ed emotiva, ma i loro sguardi sono rivolti verso l’uomo dal gesto imperante. Ai suoi piedi giace un cadavere affiancato da un personaggio ammantato di una veste dorata. Alle spalle di quest’ultimo una figura scompostamente riversa a terra fa da tramite con lo sfondo, dove degli uomini illuminati dalle loro stesse torce si chinano su una misteriosa apertura, svelata dal sollevamento di una pesante lastra.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto, Scoperta del corpo di San Marco, 1562. Olio su tela, 369 x 400 cm. Milano, Pinacoteca di Brera
Credits: @mmg.inera.it

LE INCONGRUENZE

La più diffusa interpretazione della tela vuole che l’evento raffigurato sia il manifestarsi di San Marco. Egli impone ai Veneziani, intenti nella ricerca delle sue Sacre spoglie all’interno della Basilica, di fermarsi, in quanto queste sono già state rimosse e giacciono ai suoi piedi. Per quanto essenziale ed apparentemente esaustiva, tale spiegazione racchiude in sé due importanti incongruenze storico-artistiche. La prima riguarda il luogo in cui la salma di San Marco venne miracolosamente rinvenuta, mentre la seconda fa riferimento all’ambientazione scenografica ed architettonica del dipinto. Com’è infatti possibile che un artista veneziano di nascita, quale era Tintoretto, non sapesse che l’arca con le sacre spoglie era miracolosamente apparsa ai Veneziani all’infrangersi del rivestimento in marmo di una colonna della Basilica e non da una misteriosa apertura nel pavimento? Ma ancora più improbabile è l’ambientazione di fantasia. La grandiosa Basilica d’oro, innalzata in onore del Santo Patrono, dalle cupole mosaicate e dalle complesse geometrie pavimentali, poco ha in comune con l’austera ambientazione illuminata dell’opera di Tintoretto.

TOMMASO RANGONE

Ben noto doveva invece essere al pittore Tommaso Rangone, Guardian Grande della Scuola di San Marco all’epoca dell’esecuzione del dipinto. Il suo ritratto è ravvisabile nel personaggio inginocchiato al centro dell’opera, ammantato di una sopravveste dorata e con i palmi delle mani rivolte verso la salma ai suoi piedi. Uomo da una cultura vasta quasi quanto la sua smania di essere ricordato post mortem. Conosciuto per aver trovato una presunta cura alla sifilide. La sua particolare gestualità sembra addirittura porsi allo spettatore quale Santo taumaturgo, come suggeriscono gli studi novecenteschi di Erasmus Weddigen ed Augusto Gentili. È, quindi, ipotizzabile che l’uomo riverso sul pavimento alle sue spalle sia affetto da tale malattia.

Particolare di Tommaso Rangone
Credits: @mmg.inera.it

L’INDEMONIATO

Portiamo ora lo sguardo sulla porzione di destra della tela, dagli andamenti vorticosi e dalle energiche pennellate, che seguono il turbinoso evolversi dei corpi nello spazio. Al quanto singolare è il gruppo dei tre personaggi avvinghiati in una lotta disperata. Sempre secondo Augusto Gentili non si tratterebbe altro che delle convulsioni di un indemoniato, contenuto nei suoi spasmi dall’uomo drappeggiato di chiaro. Egli si stringe alla voluttuosa donna alla sua destra, incarnazione di Eva peccatrice, mentre del fumo diabolico gli fuoriesce dalla bocca.

Un sifilitico ed un indemoniato, l’incarnazione di Eva peccatrice ed un funzionario della Venezia Cinquecentesca, cadaveri tolti dai loro sarcofagi secondo un andamento ciclico ed infine un uomo, San Marco, severo ed autoritario che con un deciso gesto del braccio sinistro sembra bloccare la scena, fotografandola. Un quadro che, letto in questi termini, stona con l’abbinamento all’episodio della scoperta del corpo del Santo Patrono di Venezia all’intero della sua Basilica. Ancora una volta Augusto Gentili ci soccorre suggerendo un’interpretazione che riporta armonia tra gli elementi, una diversa prospettiva: la tela di Tintoretto non rappresenta la Scoperta del corpo di San Marco bensì I Miracoli di San Marco a Bucolis.

PER RIORDINARE LE IDEE

San Marco, contrariamente al Miracolo dello schiavo, ha i piedi ben saldi a terra, dimostrazione che sia ancora in vita. Il Santo impone agli abitanti di Bucolis di abbandonare l’attività di riesumazione dei corpi dai sepolcri. Si sottolinea, così, l’eccezionalità del miracolo, rivolto solo all’uomo ai suoi piedi, privo di sensi. La grandezza del Santo va oltre al riuscire a richiamare in vita i defunti, come dimostra il fumo liberatorio dalla bocca dell’indemoniato. All’interno di questa articolata scena trova la sua giusta collocazione, anche la figura di Tommaso Rangone. Quest’ultima sostiene di essere in grado di guarire i malati di sifilide e si pone, presuntuosamente, come alter ego umano del Santo Patrono. Infine, l’apertura della lastra tombale sullo sfondo non è la tomba perduta di San Marco ritrovata dai Veneziani, ma, ancora, un riferimento a Tommaso Rangone, il quale sembra voler assicurarsi di non venir dimenticato dai posteri dopo la sua morte.

Particolare di San Marco nel Miracolo dello schiavo
Credits: @gallerieaccademia.it

Siamo giunti al termine di un intenso e tortuoso viaggio all’interno di una delle opere di Tintoretto tanto famosa quanto sconosciuta. Ad oggi è, forse, il massimo esempio di uno dei più clamorosi casi di errata identificazione del soggetto pittorico. Quale modo migliore di lasciarsi se non con una frase dello studioso di Tintoretto, Jhon Ruskin, che, in una lettera al padre del 24 settembre 1845, scrive:

“Mi ha completamente svuotato, tanto che alla fine ho potuto solo distendermi su una panca e ridere”.

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