Siamo fortunati. Questo è quello che i nostri nonni e i nostri genitori ci ripetono da sempre. Da una parte non possiamo che essere d’accordo con loro: abbiamo la possibilità di esprimere con più libertà la nostra opinione. Ma che libertà è quella che, una volta espressa, non viene neppure ascoltata?

La nostra generazione si è fatta strada in un mondo non pienamente consapevole di se stesso. Ci troviamo di fronte ad eventi sconcertanti, in cui un uomo di colore viene ancora giudicato per il colore della sua pelle; in cui una donna non può esprimere il suo amore verso un’altra donna; in cui “a me non crea problemi, però non è una cosa normale“. La nostra libertà smette di esistere non appena inizia quella degli altri. Questa è la triste realtà.

Tutto ciò dimostra quanto poco conosciamo il nostro passato; quanto poco siamo aperti agli altri; quanto poco, soprattutto nella storia, abbiamo compreso cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. L’arte riesce sempre ad esprimere al meglio concetti lunghi e complessi: arriva sempre in nostro soccorso per ricordarci che il nostro vissuto ha un grande valore etico e ci aiuta a costruire la società dove vogliamo vivere in futuro. Oggi, vi portiamo alla scoperta di alcune opere d’arte che ci ricordano che l’amore non ha genere.

APOLLO E GIACINTO

Nel 1801 l’artista Jean Broc, discepolo del famoso pittore francese Jacques-Louis David, ci regala un’opera ricca di pathos: La morte di Giacinto. La tela è ispirata dalla storia raccontata da Publio Ovidio Nasone nelle sue Metamorfosi. La scena mostra la morte del bellissimo Giacinto tra le braccia del suo amante, il dio greco Apollo. I due innamorati stavano giocando al lancio del disco, in vista degli antichi giochi olimpici. Zefiro, il dio del vento, osserva geloso la scena: anche lui è innamorato del giovane Giacinto e così decide di cambiare la direzione dell’aria. Il pesante disco colpisce così la fronte del ragazzo. Apollo afferra il suo corpo prima che cada a terra. Dal sangue del giovane, caduto sul terreno, spunta un fiore, dalle tonalità azzurre: lo Hyacinthus.

Jean Broc, “La morte di Giacinto”, 1801
Credits: @wikipedia.org

Apollo è la figura più emblematica di questo racconto. Ci troviamo di fronte al figlio di Zeus dotato non solo di un’eterea bellezza, ma anche di grande sapienza. Fu il primo ad insegnare le arti e le scienze ai popoli antichi che navigavano il Mediterraneo. Insegnò ai Greci il valore della civiltà e costruì le possenti mura della città di Troia. Egli vede l’amore in ogni cosa, ama Giacinto quanto Dafne, Clizia o Cirene, le ninfee per cui impazzì di desiderio. La sua figura mostra una propensione naturale per ogni forma di adorazione, affetto e sentimento. Puro amore. Apollo, nel tenere stretto a sé il suo giovane amante, ricorda a tutti quanto non esista genere per provare un’affezione autentica e sincera. Questo dipinto fu esposto al Salon del 1801, ben due secoli fa, e ricevette una menzione d’onore dalla giuria artistica.

GIOVANE EFEBO

Il giovane uomo nudo seduto in riva al mare è un’opera di Hippolyte Flandrin, datata 1835-1836. Il dipinto ci mostra un ragazzo, probabilmente un efebo dell’antica Grecia, rannicchiato su se stesso. Egli poggia delicatamente la sua fronte sulle ginocchia, gli occhi chiusi. Sembra essere assorto in un pensiero profondo, il quale lo porta alla deriva, nei sogni. Non abbiamo alcun riferimento per identificare la figura, che resta enigmatica.

Hippolyte Flandrin, “Giovane uomo nudo seduto in riva al mare”, 1835-36
Credits: @wikipedia.org

La storica dell’arte Elizabeth Prettejohn, nell’esaminare la corrente estetica nell’arte francese degli anni Trenta dell’Ottocento, ha avanzato una teoria. Secondo la studiosa la bellezza e delicatezza con cui è stato ritratto il giovane sembrerebbe essere ampiamente influenzata dal concetto di “Bello” teorizzato da Johann Joachim Winckelmann. Le opere dello storico tedesco sono note a tutti per il grande contributo al classicismo settecentesco. Considerando l’estetica di Winckelmann, non sorprende che questa raffigurazione sia diventata una delle maggiori icone della cultura omosessuale del XX secolo. Ci troviamo di fronte ad una scena intima, il ragazzo, dalla carne diafana, silenziosamente riposa, o soffre: non ci è permesso saperlo. La sua bellezza si accosta a quella delle statue greche, ritenute da Winckelmann la rappresentazione di una bellezza superiore, in cui prevale l’ammirazione e l’amore per il corpo maschile. Noto a tutti è l’orientamento sessuale dello studioso, che ha in qualche modo influito la teorizzazione della sua estetica. Secondo Tirza True Latimer, l’immagine è però  “egocentrica, passiva e alienata, il che ha contribuito, senza dubbio, anche alla persistenza di certi cliché omofobici. Ahimè presenti ancora oggi nella nostra società.

Wilhelm von Gloeden, “Caino”, 1900
Credits: @wikipedia.org

L’opera è entrata a far parte dell’immaginario collettivo. Ne sono la prova le tantissime riproduzioni fotografiche come Caino di Wilhelm von Gloeden, fotografo tedesco attivo soprattutto in Italia.

RADIANT BABY

Keith Haring è stato un’icona degli anni Ottanta. La sua pittura è ricca di simboli e colori, movimentata, pronta a rapire lo sguardo dello spettatore. Il suo stile è diventato un vero e proprio linguaggio nel XX secolo. L’artista, nelle sue opere, non ha mai smesso di sottolineare temi che rimangono ancora oggi attualissimi come: il capitalismo, il razzismo, l’ingiustizia sociale, la droga, l’amore, la felicità e il sesso.

Keith Haring, “Radiant baby”, 1980s
Credits: @artsy.net

Radiant baby è quella che possiamo definire la sua “firma“. La prima apparizione dell’opera risale agli anni Ottanta, nella metropolitana di New York. Il bambino, circondato da raggi, deve la sua origine all’esperienza religiosa dell’artista. Haring, nonostante fosse cresciuto in una famiglia protestante, si unì volontariamente al “Movimento di Gesù” negli anni Settanta. Il gruppo aveva come obbiettivo quello di diffondere la parola di Cristo, era fortemente contrario al materialismo e di supporto ai più poveri. Nella tarda adolescenza Haring lascia il movimento, ma questo periodo lascia un solco indelebile nel suo immaginario artistico. Radiant Baby, anche detto Radiant Child o Radiant Christ rappresenta l’esperienza più pura e positiva dell’esistenza umana, per l’artista. L’immagine ha una chiara influenza religiosa e spirituale, ma mostra ciò che per Haring rappresenta la speranza per il futuro: l’amore, l’innocenza. L’opera assume un fortissimo connotato simbolico: un bambino senza genere, senza razza e senza religione, riportato ovunque con ogni sorta di colore.

Keith Haring, 1986
Credits: @wikipedia.org

Nel 2003 l’opera è stata la protagonista del musical diretto da George C. Wolfe e interpretato da Daniel Reichard, presso il The Public Theater di New York. Lo spettacolo portava in scena la vita dell’artista, una vita ricca di eventi, gioiosi quanto tragici: sicuramente troppo breve.

L’amore non ha genere

Queste opere ci portano ad esplorare storie antiche, ma anche contemporanee: tutte legate da una comune storia. Ritroviamo un elogio ricco di pathos per un amore finito in tragedia; una rappresentazione quasi eterea di un pensiero che rimase legato ad un secolo, e lo cambiò; un’icona che si radicò nella mente del pubblico, al cui interno si trova tutta la speranza per un mondo senza disuguaglianze. Immagini che dovremmo guardare con occhi diversi: non come fonti da prendere ad esempio, ma come racconti di quello che è la nostra società. Non sono estranee, fanno parte di noi, della nostra cultura e dobbiamo osservarle senza paura, senza sentirle diverse. Soprattutto perché l’arte, da sempre, non ha genere, razza o religione.

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