La curatrice italiana Zara Audiello ha intervistato l’artista Alex Urso (classe 1987) durante la prima tappa a Belgrado del suo nuovo progetto GRAND HOTEL EUROPA, una riflessione sulla pericolosa diffusione dei movimenti nazionalisti e anti-comunitari in Europa, con particolare attenzione alle tematiche legate alla crisi migratoria. I due si sono incontrati, approfondendo insieme le ragioni e gli sviluppi del suo lavoro. 

Hai passato gli ultimi sei anni a Varsavia. Da dove nasce il tuo interesse per l’Europa centro-orientale in chiave di sperimentazione artistica? Quanto questa passione ha influenzato la tua pratica e la tua estetica?

Difficile dirti in che modo il mio soggiorno fuori dall’Italia abbia influenzato il mio percorso creativo. Non so neanche dirti se si tratta davvero di una “passione”, o più che altro del risultato di coincidenze: dal 2012 al 2018 ho vissuto a Varsavia, dove mi sono trasferito come studente prima, e dove ho deciso di attestarmi professionalmente poi. In questi anni ho attraversato gli stimoli di un luogo in crescita, le grandi aspettative per quella che era definita la “nuova Berlino”, e poi la fase di disillusione con l’inasprirsi di un clima politico ostile al nuovo e da cui (come tanti colleghi) ho deciso di allontanarmi – anche in coincidenza col sentimento personale della fine di un ciclo che doveva chiudersi.

Queste ultime settimane passate in Serbia hanno avuto qualcosa in comunque con quanto vissuto sette anni fa in Polonia.

 

E cioè?

Sono entrambi paesi in cui hai la visione di un processo in corso, la sensazione di vivere nel “mentre”; paesi che hanno il piede spinto sul pedale dello sviluppo, ma che portano comunque con sé lacune strutturali che non hanno ancora una soluzione. Una conflittualità sicuramente stimolante, soprattutto in ambito artistico: ciò che è irrisolto è sempre evocativo.

 

Mi parli del progetto che hai sviluppato a Belgrado?

Si tratta di GRAND HOTEL EUROPA, un percorso che è appena iniziato ma che occuperà tutto il 2019. Nello specifico, è un progetto che affronta la diffusione dei nazionalismi con particolare attenzione alla crisi migratoria, attraverso disegni, collage e sculture. Quella di Belgrado è stata la prima tappa, supportata dalla European Cultural Foundation, dalla Compagnia di San Paolo e dall’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado.

Il progetto in questa sua prima fase ha visto la realizzazione di una mostra presso la galleria Magacin. Tra le opere esposte, anche un omaggio al libro di Stefan Zweig “Il mondo di ieri” (1941), inno all’Europa prima dei nazionalismi.

Alex Urso, GRAND HOTEL EUROPA. Collage, 2019

 

Questo progetto nasce a Londra, dunque la necessità di portarlo a Belgrado; potresti spiegare?

Alla fine del 2018 ho partecipato ad una residenza a Londra, dove sono stato chiamato ad indagare il tema “London is open”, motto preso in prestito dalla campagna lanciata dal sindaco Sadiq Khan per ribadire l’apertura della città dopo i risultati del referendum Brexit. In quell’occasione avevo sviluppato due lavori: una performance che prevedeva uno scambio di zerbini con gli abitanti di Londra, e una bandiera che univa graficamente la Greater London flag (ovvero la bandiera che racchiude i 32 quartieri della città) e la Refugee Nation flag (ovvero la bandiera che ha rappresentato per la prima volta nella storia gli atleti apolidi alle Olimpiadi di Rio del 2016).

Sia il tema che una parte formale della residenza londinese sono in qualche modo tornati nel lavoro di Belgrado, dimostrando una continuità e una evoluzione tra i due percorsi, pur trattandosi di progetti distinti.

 

La tua arte è composta anche da lavori politici abbastanza diretti, da dove nasce questa urgenza?

Ho sempre difficoltà ad inquadrare il coinvolgimento propriamente politico di un lavoro, nel senso che mi sfugge cosa sia effettivamente etichettabile sotto questa definizione: secondo me le ragioni e gli effetti politici di un’opera possono essere tanti, non solo quelli “di bandiera”. È un discorso ampio, ma penso che quello dell’artista sia un atto politico sempre.

Ad ogni modo, GRAND HOTEL EUROPA affronta sicuramente tematiche che hanno un riflesso sociale importante e noto: ovvero la diffusione dei nazionalismi in Europa e il rifiuto degli ideali comunitari. Ho sentito il bisogno personale di confrontarmi con questa problematica, e di farlo partendo da due posti ben precisi: Serbia e Polonia.

 

Come hai interpretato il territorio dei Balcani in questo progetto?

La scelta di cominciare questo percorso in Serbia (pur trattandosi di temi legati alla stabilità politica europea) è spiegata dalla posizione ambigua del paese in merito alla crisi migratoria, e dalla complicità dell’Europa a riguardo.

Dal 2015 infatti, ovvero dalla chiusura delle frontiere ungheresi, la Serbia è divenuto un grande “contenitore” di profughi, sostenuto da importanti finanziamenti da parte degli stati europei, decisi a mantenere le migliaia di richiedenti ospitalità lontani dai confini dell’Europa centrale e mediterranea; una specie di paese-serbatoio, in cui i migranti versano in condizioni estremamente precarie, senza la possibilità di proseguire il cammino o spesso addirittura di tornare indietro.

Le ragioni di questa posizione da parte di Belgrado sono tacite ma evidenti: è un’accoglienza di facciata, messa in atto (da un governo peraltro nazionalista e conservatore) per attingere ai contribuiti europei – solo in parte investiti in progetti di accoglienza – e soprattutto per dimostrare collaborazione all’Unione Europea in vista dell’ingresso del paese nella comunità.

Migliaia di migranti sono visti, insomma, come moneta di scambio per interessi altri. Per questo ho voluto far partire il mio percorso da qui.

 

Prossimo step?

GRAND HOTEL EUROPA continuerà a maggio presso la Baltic Gallery of Contemporary Art di Ustka, in Polonia – un altro paese tra i più ostili al sentimento di accoglienza e all’apertura dei confini. La residenza avrà luogo dal 2 al 31 maggio, con evento espositivo finale, e sarà supportata dalla Fondazione Brugnatelli di Milano.

 

Scoprite di più sul sito dell’artista: www.alexurso.com

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