“Venezia, Venezia / Che ignori i poeti / E celebri i mercanti.
/ Sotto i rostri rapaci / Oscena risplende / la bianca carcassa / La piramide delle parole / Si dissolve / Nell’expo permanente / Di chiese e palazzi / Oh! Venezia Venezia / Città della diaspora  / Palcoscenico della memoria / Sepolcro di alieni”
(Pier Luigi Olivi)

Sono passati pochi giorni da quando il celebre street artist di fama mondiale, Banksy, ha allestito una sua personale mostra nella città di Venezia. Per l’occasione nei pressi di piazza San Marco ha preso vita una delle sorprendenti performances a cui l’artista dalla misteriosa identità ci ha da lungo tempo abituato. Con l’ausilio di un complesso di cavalletti, ha accostato nove diverse tele nello stile dei dipinti-souvenirs che affollano le stradine della Serenissima, che componevano nell’insieme una delle gigantesche e mostruose grandi navi che transitano con regolarità nel Bacino della Giudecca. Il titolo dell’opera è “Venice in oil“. Ci ha pensato la polizia municipale veneziana ad allontanare prontamente il collaboratore dell’artista, seduto accanto all’istallazione, facendogli smontare tutta l’opera perché sprovvisto di licenza da venditore ambulante. Che ne sia stato autore lo stesso Banksy, ne abbiamo conferma dal video da lui stesso postato sul suo account ufficiale Instagram in cui ha rivendicato la performance, sottolineando ironicamente la perplessità nel non essere mai stato invitato al celeberrimo evento della Biennale di Venezia.

Banksy a Venezia. Ph. Courtesy: Banksy – www.banksy.co.uk

Nel giro di poche ore in città inoltre è apparso, sul muro di un palazzo, uno dei suoi tipici stencil che ritrae una bambina immigrata nella posa di una mini-Statua della Libertà, solo che al posto della fiaccola, la piccola regge un fumogeno acceso: una richiesta di soccorso come quella che agli inizi del Novecento giungeva oltreoceano ai piedi della Statua della Libertà da parte dei migranti italiani. È un richiamo immediato al contrasto di quell’autorità che decreta e promuove porti aperti per le grandi navi dei ricchi ma che, allo stesso tempo, non si fa scrupoli a propagandare una chiusura coatta per quei porti che soccorrono le fatiscenti barche stracolme di chi parte senza null’altro che la speranza di un futuro dignitoso.

Banksy Venice. Courtesy photo: Lapo Simeoni

La provocazione di Banksy è naturalmente anche una riflessione ambientale e paesaggistica. Perché la Venezia che muore, nemmeno più così lentamente ormai, “sotto i rostri rapaci” di quei bisonti del mare, la Venezia che “ignora i poeti” e “celebra i mercanti” è il risultato dell’inconsistenza, se non dell’inesistenza di coerenti e unitarie politiche istituzionali rivolte a una vera tutela del patrimonio culturale. Una città che si sta svuotando dei cittadini per modellarsi secondi i gusti e la domanda di un turismo di massa ormai insostenibile in un sistema che rischia di implodere.

Per questo fanno male le immagini di pochi giorni fa, quelle della mastodontica MSC che a causa di un motore in avaria, urta un’ imbarcazione con a bordo per lo più turisti, ferendone almeno quattro e minacciando la fragile e delicata banchina veneziana. Fanno male perché sono le immagini di un’ingiustizia che si perpetra troppo spesso e da troppo tempo davanti ai nostri occhi nelle città storico-artistiche d’Italia, assecondando l’infelice idea di sfruttare e quindi consumare il nostro personale “petrolio“, la bellezza del patrimonio artistico e paesaggistico italiano, nello spasmodico tentativo di trarne profitto senza ricerca, innovazione né merito. Fa male restare impotenti davanti alla prepotenza di un mostro plutocrate che inghiotte l’identità di un popolo. La nostra identità.

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