Vorrei vivere in un film di Wes Anderson, inquadrature asimmetriche e poi partono i Kinks. Vorrei l’amore dei film di Wes Anderson, tutto tenerezza e finali agrodolci” cantavano i Cani nel loro “Sorprendente album d’esordio”. E chi non ha mai desiderato di poter abitare la perfezione cromatica di una scena de “I Tenenbaum” o di viaggiare nei toni pastello di “Gran Budapest Hotel”? Regista ma prima di tutto esteta, Wes Anderson ha vissuto la sua vita di creativo alla ricerca della meraviglia. E per sua ammissione l’ha trovata, oltre che nella lente della macchina da presa, tra le stanze ben arredate di un museo.

Wes Anderson e Juman Malouf, US Fondazione Prada

Se non siete tra i fortunati precettati per il suo prossimo film in uscita, dunque, il modo più semplice per “entrarci dentro” è approfittare de “Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori“, fino al 13 gennaio in Fondazione Prada a Milano. Non si tratta di una mostra nel senso più comune del termine, quanto più di un’esperienza a tutto tondo nella magia che l’arte riesce a portare nella vita degli uomini. Sono 538 oggetti – dipinti, animali impagliati, gioielli, vestiti, suppellettili e rarità – che il regista e l’illustratrice Juman Malouf, sua compagna dal 2010, hanno selezionato dalle collezioni dei musei gemelli Kunsthistorisches e Naturhistorische di Vienna, mettendoli insieme con collegamenti inediti.

Affascinati dal concetto di Wunderkammer, i due ne hanno ricreata una provando a suscitare quel senso di sorpresa che era l’obbiettivo dei reali del tempo. Il termine – dal tedesco “wunder” e “kammer” – si traduce come “stanza delle meraviglie“. Era, in senso non solo figurato, una parte dell’abitazione di famiglie reali e nobili dedicata allo show off della collezione di oggetti peculiari che si era riusciti ad accumulare nel tempo, attraverso viaggi e affari. Un altro modo per riaffermare la propria ricchezza e valore sociale semplicemente “imponendone” la vista agli ospiti.

Come le grotte del tesoro di piratesca origine, le Wunderkammer erano una fotografia dello stato di salute di certe famiglie nobiliari e contemporaneamente un costoso sollazzo per stupire i propri visitatori. L’Arciduca Ferdinando II d’Asburgo elevò questo concetto all’ennesima potenza facendo costruire, nel 1570, il Castello di Ambras a Innsbruck. All’interno aveva riunito i cimeli suoi e della moglie Philippine Welser con l’intento di gloriarsi e mostrare il proprio patrimonio artistico. Dopo 449 anni è rimasto attuale e si è qualificato come principale ispirazione per l’allestimento di Anderson e Malouf.

Tra le pareti verde smeraldo della Fondazione Prada, racchiuse in sontuose tele di vetro come le torte pastello del Bar Luce subito accanto, sono raccolte ogni genere di stranezze. Impressionante è la collezione di ritratti della famiglia di Petrus Gonsalvus, noto come “l’uomo irsuto”, i cui componenti erano afflitti da ipertricosi o, più simpaticamente, sindrome del lupo mannaro. Rigorosamente pettinati ad arte, lui e i due figlioletti posano in abiti alla moda e sfidano chiunque a sostenere il contrario.

La sezione dedicata alle miniature poi è un’ode alle gioie dell’infanzia e a tutti quegli oggetti minuscoli che eravamo ansiosi di acquistare per rendere più concreta la vita delle nostre bambole. Impazziranno gli appassionati di magia di fronte alla vasta gamma di amuleti dalle forme tutt’altro che invitanti: una mano mozza, un mostro dallo stomaco aperto, chimere e arpie dall’aspetto furioso. Meno felici gli animalisti che forse storceranno il naso di fronte ad alcune rare specie impagliate ed esposte alla mercé degli avventori. Da ricordare perciò che nel Cinquecento viaggiare per lunghe distanze era un lusso che solo i più ricchi o i reali avrebbero mai potuto permettersi. Anche per questo esporre creature esotiche provenienti da habitat molto diversi dal proprio era un segnale di conoscenza, oltre che di ricchezza. Il sarcofago di Spitzmaus, che dà nome alla mostra, è per l’appunto una scatola di legno egiziana che risale al IV secolo a. C. e contiene la mummia di un toporagno.

Segno particolare dello “zampino” artistico di Wes Anderson è la scelta dello smeraldo come colore dominante. Il regista, come da costume dei creativi over the top, ha una duratura passione per il colore verde e la sua scelta negli oggetti presenti ne è profondamente influenzata. Cappellini e pietre preziose, quadri monocolore e piante ornamentali: tutto richiama quel refrain poetico di Federico Garcia Lorca: verde que te quiero verde.

Pur non nascendo come divisiva, la mostra cela comunque un intento di simpatica polemica. Partendo dal concetto di meraviglioso come fine ultimo dell’arte, Anderson e Malouf lanciano una provocazione alla “tradizionale” fruizione nei musei. Con la riproposizione di quell’esagerata ostentazione che i collezionisti antichi avevano per l’arte, i due sfidano le strutture a recuperare orgoglio e coraggio di pensare diversamente. Mettere insieme cose diverse, giocare creando parallelismi che possano solleticare la mente del visitatore, lasciare che il bello sia anche peculiare e, perché no, divertente.

Il dibattito sulla serietà della storia dell’arte e sul rispetto che si deve al genio divide sempre il pensiero in due correnti: chi considera qualsiasi orpello un insulto al valore delle opere e chi invece crede che pensarne il contorno possa giovare. Sembra che Wes Anderson sia ben deciso a introdursi nella seconda e, in questo caso, ne porta una prova tangibile. Arte è sogno in fondo, sembra dirci “Il sarcofago di Spitzmaus” ed esistono un’infinità di modi per farlo. Come in una delle battute più famose de “Il treno per Darjeeling”, il senso è: “Fuck the itinerary“.

 

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