Frank Uwe Laysiepen, noto con lo pseudonimo di Ulay, è morto stanotte a 76 anni. Non sono state rese note le cause del decesso, ma era malato da alcuni anni di cancro. Straordinario performer, spregiudicato, magnetico, capace ancora oggi di ipnotizzare, scandalizzare e farsi odiare amorevolmente.

La sua parabola artistica sembra segnata dalla sua stessa nascita. Figlio di un gerarca nazista, ripudia presto la sua nazionalità e il suo nome per vivere in Olanda, lì muove i primi passi artistici come fotografo, diventando consulente della Polaroid e fotografando il mondo dei reietti, il mondo dei transessuali, e di coloro che venivano additati dalla società “buonista” contro il fervente clima della sex revolution degli anni Settanta.

Nella città olandese fa l’incontro che cambia la sua vita: il 30 novembre 1976, giorno del suo compleanno, conosce l’artista serba Marina Ambramovic, anch’ella nata proprio il 30 novembre, e i due restano ammaliati a vicenda. Ulay stava eseguendo nuovamente la sua performance “S’he”, che aveva già presentato un anno prima, quando conobbe Marina. L’artista interpretava con e sul proprio corpo, fotografandosi con una Polaroid, il lato maschile e il lato femminile, riuscendo ad essere piacevole e credibile anche con il volto diviso a metà fra barba e makeup. Quello che poteva sembrare un banale colpo di fulmine finisce con il diventare un sodalizio artistico e una potente storia d’amore durata simbioticamente ben dodici anni. I loro corpi diventavano pieno “strumento” della loro arte, non più singolarmente, ma in coppia. Divennero anche viatico per la rappresentazione provocatoria di tutto ciò che vi è di bello in una storia d’amore totalizzante.

Ulay, performing “S’he”, foto Polaroid, 1975. Fonte: www.nederlandsfotomuseum.nl

Celebri sono le performance in cui i loro corpi sono completamente esposti ad esperimenti ai limiti della resistenza mentale e fisica, dove tutto si gioca sul ruolo-scontro di coppia, sulla fiducia, sull’equilibrio, basati su elementi come lo spazio e il tempo. Ad esempio con la performance “Relation Time”, la coppia siede di spalle ed è legata dai capelli con una treccia strettissima. Per sedici ore restarono così da soli, l’ora successiva venne ammesso il pubblico e un fotografo per documentare gli impercettibili movimenti dell’ultima ora della performance. Il pubblico rimase spettatore di qualcosa che è simile ad un gruppo scultoreo, di una simmetria che parla apparentemente di equilibrio, ma che si sviluppa da un fulcro che è punto di crisi, così come un lungo rapporto d’amore.

Analogamente ciò avviene anche in “Breathing in/Breating out”: durante l’action gli amanti respirano l’uno dalla bocca dell’altro, scambiandosi ossigeno ma anche anidride carbonica, fino allo svenimento, altra metafora del rapporto di coppia. In “AAA AAA” invece si urlano in faccia fino allo sfinimento.

Nella performance “Rest Energy” del 1980 Marina Abramović regge un grosso arco e Ulay ne tende la corda. Nella sua autobiografia Marina racconta “Era la rappresentazione più estrema della fiducia. Eravamo entrambi in uno stato di tensione costante, ciascuno tirando dalla sua parte, con il rischio che, se Ulay avesse mollato la presa, avrei potuto trovarmi con il cuore trafitto”. In pratica gli amanti mettono in scena con rappresentazioni artistiche, talvolta anche violente, tutto ciò che rappresenta l’amore, la coppia, i rischi, l’abbandono all’altro, la fiducia e la paura della rottura degli equilibri, nonché la meschinità dei compromessi. Nel frattempo che si è occupati a gestire tutto ciò più o meno inconsapevolmente, il tempo passa, si dilata e le azioni dettate dall’amore, si tendono e si distendono, proprio come un arco, si allungano fino a fare della loro durata il vero oggetto o la chiave che dà loro il senso, fino a scoprirci tanto vulnerabili, quanto forti da accettarne l’estremo rischio di essere trafitti.

Dopo una convivenza intensa, un sodalizio artistico a tutto tondo e un enorme successo, il loro rapporto iniziò a incrinarsi. La loro intensa storia d’amore e le originalissime doti d’arte concettuale e performativa così come erano state vissute sotto i riflettori, così si spensero, ma non prima di uno struggente atto d’addio. L’ultima performance fatta insieme nel 1988, The Lovers: the great wall walk, li vide impegnati in un cammino lungo quasi tre mesi attraverso la Muraglia cinese, partendo dai lati opposti per incontrarsi poi a metà cammino e dirsi definitivamente addio, dopo tanti anni d’amore, mostrato poi in un documentario prodotto dalla BBC. Una conclusione epica, estremamente lirica, eppure un’idea semplice: camminarsi incontro, ancora una volta, per l’ultima volta. Un cammino che si traduce poi tragicamente in metafora della metamorfosi della coppia, una meditazione, una virata verso nuove esperienze per poi ritrovarsi irrimediabilmente cambiati, modificati dal tempo, dal cammino, dalla distanza. Durante i mesi della preparazione del viaggio e i tre mesi effettivi di cammino, Ulay si innamorò dell’interprete conosciuta durante i viaggi in Cina e concepisce un figlio. Un finale davvero inaspettato, uno strappo che pare insanabile. «Che cosa devo fare adesso?», lui chiede a Marina. «Non lo so» risponde lei, «ma io me ne vado, perché alla fine si è soli, qualsiasi cosa facciamo». Così finisce il documentario The Lovers, così gli innamorati non si rivedranno per moltissimi anni.

Ulay riprende la sua attività artistica occupandosi soprattutto di fotografia, riprende soprattutto il tema di identità di genere in “Anagrammatic Bodies” e una raccolta di opere con protagonista l’acqua in “Earth Water Catalogue”.

Anche Marina rilancia la sua carriera da sola e in breve raggiunge un successo strepitoso, fino alla leggendaria retrospettiva dell’artista “The Artist is present” al MoMA di New York nel 2010. Marina restava seduta per otto ore senza muoversi mai e a turno il pubblico, per un minuto, si poteva sedere di fronte a fissarla negli occhi, trasmettendole, senza parlare o muoversi, i propri pensieri e i propri sentimenti. Un giorno, senza nessun preavviso, giunse Ulay. In quello che è diventato oggi un famosissimo video vediamo Ulay che avanza incerto con la sua barba bianca, gli occhi chiarissimi, si aggiusta la giacca nera, scuote emozionato le spalle, si sistema il pantalone e si siede. Marina alza lo sguardo e tradisce la sua performance artistica, tale è lo stupore di rivedere Ulay, e si scioglie in un sorriso e in pianto. Ulay deglutisce vistosamente in un doloroso tentativo di ricacciare indietro le lacrime, inclina la testa. Un muto colloquio che urla tutto l’amore del mondo. Pochi istanti. Il pubblico rompe il religioso silenzio in un boato di applausi e grida quando i due si tendono le mani e sorridendo, finalmente, si “perdonano” dopo ventitré anni.

Gli artisti si sono rivisti anche nel 2018 per discutere di un ambizioso progetto, scrivere insieme il docufilm della loro parabola artistica e amorosa. Ulay era già ammalato. Alla sua malattia aveva dedicato il documentario “Project Cancer, che possiamo considerare come una sorta di testamento artistico. Il trailer del documentario si conclude con la bellissima immagine di Ulay che, osservando l’orizzonte, commenta con gli occhi pieni di speranza: «It’s beautiful, you’re beautiful», non perdendo la visione entusiastica della vita, una vita, la sua, vissuta appieno e senza rimpianti.

 

Immagine di copertina Ulay, performing “Performance 2” in Amsterdam 1976. Fonte: www.arengario.it
Secondary image Ulay e Marina Abramovic performing “AAA AAA” 1978. Fonte: www.Liarumma.it
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