Cento anni fa, Amedeo Modigliani, appena trentacinquenne, si spegneva in un letto d’ospedale, con la mente in preda a un folgorante delirio. Fu una meningite tubercolare ad ucciderlo, il risultato di una vita di eccessi e di una salute da sempre cagionevole. Il giorno dopo, straziata dalla perdita del marito, Jeanne Hébuterne si gettò da una finestra del quinto piano. Neppure il bambino che era in procinto di nascere servì a colmare il vuoto dentro di lei, che, disperata, preferì la morte ad una vita senza il suo amore più grande. Questa tragedia non è che l’epilogo della vita di uno dei pittori più amati e influenti del XX secolo.

Autoritratto

I primi passi

Amedeo Clemente Modigliani nacque a Livorno in una famiglia ebraica nel 1884. Al momento della sua nascita, la sua famiglia, che lo chiamava affettuosamente Dedo, attraversava una situazione economica molto grave, dovuta al fallimento dell’azienda del padre. Anche la sua salute, sin dall’adolescenza, si dimostrò tutt’altro che rosea: dopo una febbre tifoide, contratta all’età di quattordici anni, fu spesso colpito da polmoniti che si aggravarono in tubercolosi. Fu proprio durante uno degli attacchi di tisi che riuscì ad ottenere da sua madre la promessa di un tirocinio artistico. Il disegno, infatti, era una passione che coltivava dall’infanzia. La promessa fu mantenuta, e, nel 1898, Dedo iniziò a frequentare lo studio di Guglielmo Micheli, artista molto noto a Livorno che fu allievo di Giovanni Fattori. Durante questo periodo Modigliani imparò le basi della pittura, avvicinandosi allo stesso Fattori e a Silvestro Lega.

Nudo seduto su un divano

Parigi e il bon vivre

Impossibile da incasellare in categoria alcuna, Amedeo Modigliani divenne particolarmente famoso per i suoi ritratti: veloci, originali e ammalianti, i ritratti di Modigliani non hanno precedenti nella storia dell’arte. Alcuni dei soggetti più illustri sono artisti che, come lui, frequentavano gli ambienti culturali parigini di Montparnasse nei primi decenni del Novecento. Troviamo infatti Pablo Picasso e Diego Rivera, ma anche scrittori illustri come Jean Cocteau. La città di Parigi, però, nonostante le grandi opportunità che offriva ad un artista come Modigliani, fu deleteria per il pittore, il quale non ebbe difficoltà a lasciarsi andare agli eccessi e alle tentazioni della metropoli. Modigliani sviluppò una passione per il bere che lo rese, agli occhi della storia, uno degli artisti più vicini all’alcol.

Pablo Picasso ci racconta come fosse la platealità degli eccessi di Modigliani a stupire, più che gli eccessi in sé, che erano molto comuni all’epoca: tale voglia di farsi vedere è probabilmente da ricollegare alla vergogna che Modigliani provava per le sue umili origini. Per questo amava vestirsi elegantemente, spendendo più di quanto gli fosse possibile, con abiti preziosi e sciarpe di seta. Per questa sua particolare abitudine e per le sue origini ebraiche, la sua cerchia di amici lo chiamava “il principe di Gerusalemme“.

“C’è solo un uomo a Parigi che sappia vestirsi, è Modigliani” – Pablo Picasso

Jeanne Hébuterne con cappello e collana

Un amore viscerale

Di gran lunga più famosi dei ritratti maschili, quelli femminili sono i maggiori esempi della sensibilità artistica di Modigliani. Egli ritrae le donne con tratti delicati, donando ai soggetti colli affusolati ed eleganti. Amava ritrarre la sua adorata compagna, Jeanne Hébuterne. Anch’ella pittrice, conobbe Modigliani nel 1916. Divennero presto famosi i litigi pubblici tra loro due, tanto che alcuni locali di Montparnasse non li lasciavano entrare. Nonostante ciò, tra Modigliani e Jeanne bruciava un amore intenso come pochi, raro e totale. Nel dicembre del 1917 ebbe luogo la prima mostra personale di Modigliani, alla Galérie Berthe Weill, chiusa a poche ore dall’apertura a causa dei nudi, all’epoca scandalosi, esposti in vetrina. Proprio uno di questi nudi, tra l’altro, ha segnato nel 2015 il record d’asta di Modigliani: 170 milioni di dollari.

Nu couché, 1917-18

La Provenza e gli eccessi

Con Jeanne si trasferì in Provenza, dove nel 1918 nacque la sua prima figlia, chiamata col nome della madre. Della famiglia Modigliani solo lei, che aveva poco più di un anno, , sopravvisse ai tragici eventi del gennaio 1920. Il periodo provenzale è quello ritenuto più prolifico della produzione di Modigliani: proprio a tale fase appartengono le opere più note e più quotate.

Nonostante l’ampia produzione di quegli anni, Modigliani fatica ad abbandonare le vecchie abitudini parigine: i ricavi delle vendite e i risparmi venivano così sperperati in alcol e droghe che però, a detta dei suoi contemporanei, non lo rendevano una persona degradata, com’è facile supporre. Gino Severini, che aveva conosciuto Modigliani, afferma che “l’assenzio, se lo prendeva talvolta in doppia dose, era malgrado tutto un ‘mezzo’, e non un ‘fine'”. A causa del suo stile di vita, in Francia si guadagnò il soprannome Modì, che non solo è un’abbreviazione del suo cognome, ma si legge come il francese maudit (“maledetto”).

Ritratto di Paul Guillaume

L’anima e gli occhi

Si dice che farsi ritrarre da Modigliani fosse come farsi spogliare l’anima. Spesso, però, Modigliani non riusciva a vedere appieno e a scoprire l’anima di chi stava ritraendo: il risultato di tale mancanza sono gli occhi vuoti, vitrei, così affascinanti e malinconici, che il pittore non poteva rappresentare senza conoscere l’anima del soggetto.

“Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi” – Amedeo Modigliani

Sono passati cent’anni dalla scomparsa di Modì, e possiamo dire che i suoi sogni di gloria sono stati pienamente raggiunti. I suoi quadri, come lui del resto, non tollerano l’indifferenza. Gli sguardi dei suoi ritratti, così apparentemente vuoti, sono invece talmente seducenti che non hanno bisogno delle pupille per far vacillare la nostra percezione della realtà, e noi, ancora dopo cent’anni, siamo felici di lasciarci sedurre.

Illustrazione di copertina di Florenza Palamà

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