Bernini = Barocco è un’equazione quasi istintiva.

Nato a Napoli da padre fiorentino e madre napoletana, Gian Lorenzo Bernini è considerato, di fatti, il massimo protagonista della cultura figurativa barocca, le cui ricerche artistiche ebbero clamoroso successo e hanno dominato per oltre un secolo lo scenario europeo, influenzando l’opera di contemporanei e posteri. Oggi la comunità internazionale celebra all’unanimità la grandezza del maestro italiano con numerose mostre ed esposizioni (l’ultima ancora in corso al Kunsthistorisches Museum di Vienna) riconoscendo l’incisività che il suo scalpello ha saputo imporre alla resa figurativa dell’animo umano, con i suoi tormenti, le sue angosce e i suoi tumulti. Tuttavia fino al secolo scorso Bernini era stato (ingiustamente) considerato troppo aderente ed organico alla propaganda papale e gesuita per avere un ruolo nella genealogia dell’arte moderna che, si sa, è fatta inevitabilmente di “rivoluzioni”. Le contemporanee ricerche storiografiche e artistiche ci restituiscono, invece, la figura di un uomo e di un artista che seppe ritagliarsi la propria libertà, uscendo dalle regole, in maniera spesso anche sofferta, e sacrificando il successo personale in nome della sovranità dell’arte (segnaliamo, a riguardo, un recente ed approfondito studio del professore e storico dell’arte Tomaso Montanari, “La libertà di Bernini“).

Lontano quindi dalla figura di un artista totalmente asservito al potere, Bernini visse costantemente un dissidio interiore tra la tentazione di far sparire ogni traccia di conflitto e l’istinto di lasciar emergere malessere e insoddisfazione, raccogliendo così, anche spiritualmente, il testimone dell’illustre predecessore  Michelangelo, di cui spesso è stato considerato (in maniera forse riduttiva) grande erede artistico. Durante la sua prolifica carriera, l’artista realizzò numerosi capolavori, alcuni celebri in tutto il mondo, altri probabilmente meno noti. In occasione dell’anniversario della nascita vogliamo riproporne proprio alcuni tra i meno conosciuti ma che rappresentano ugualmente tappe fondamentali del percorso artistico di Bernini.

Autoritratto malinconico – Bernini. Fonte Wikipedia

Giove e fauno allattati dalla capra Amaltea

Una delle primissime opere di gioventù di Bernini è il gruppo scultoreo di Giove e fauno allattati dalla capra Amaltea (1615). La scultura rappresenta l’episodio mitologico dell’infanzia di Giove quando, salvato dalla minaccia del padre Saturno, fu allevato dalle ninfe presso il monte Ida col miele e col latte della capra Amaltea. Bernini studiò con passione la tradizione rinascimentale del disegno e della rappresentazione della figura, gli antichi marmi delle raccolte vaticane e i più celebri maestri moderni, soprattutto Annibale Carracci a Palazzo Farnese. In questa fase lo attrasse particolarmente l’arte ellenistica (dal Laooconte, al Torso e all’Antinoo del Belvedere) di cui accolse qui l’impostazione tecnico-formale e i contenuti “sentimentali” al punto che questa sua prima opera fu a lungo ritenuta risalente all’antichità. Bernini tratta il marmo in maniera diversa riuscendo così nel triplice intento di: ottenere vari effetti tattili nelle varie superfici dei corpi, come il pelo della capra o la pelle morbida dei bambini, una diversa luminosità e addirittura una diversa resa cromatica (come il latte bianco che sta bevendo il piccolo satiro).

Giove e fauno allattati dalla capra Amaltea – Fonte Galleria Borghese

Busto di sir Thomas Baker

Sir Thomas Baker fu un esponente di spicco della corte di Carlo I, e per motivi diplomatici intraprese numerosi e lunghi viaggi in tutta Europa. Quando nel 1636 si trovò in Italia tra Venezia e Roma, riuscì a convincere Bernini a compiere un inaudito atto di insubordinazione: realizzare un ritratto senza l’esplicito consenso papale. Nessuna fotografia potrebbe rendere giustizia ai “capelli” di sir Thomas: bisognerebbe avvicinarsi al busto, girargli intorno e solo così convincersi che quel movimento vaporoso e leggero è davvero realizzato nel marmo. La particolare attenzione ai dettagli è data, oltre che nella realizzazione di ogni riccio, anche dalla raffinatezza dell’orlo superiore dell’abito: un pregiatissimo pizzo miracolosamente scolpito da cui fuoriesce, in senso contrario alla rotazione della testa leonina, una mano guantata. Nella resa del guanto Berini dà prova di prodigiosa abilità: se ne avvertono la consistenza e la lucidità del tessuto, si percepiscono le cuciture e a tratti pare quasi di sentire l’odore del cuoio.

Sir Thomas Baker – Ph. Jean Pol GRANDMONT

Estasi della beata Ludovica Albertoni

Pur non essendo nota come quella della precedente Santa Teresa d’Avila, con l’ Estasi della beata Ludovica Albertoni, del 1674, Bernini affronta, con forme più semplici e sobrie il tema dell’estasi cristiana. La beata è stesa sul letto marmoreo decorato ancora una volta da un ricamo raffinato che poggia su un blocco di diaspro lavorato a drappeggio. Il contrasto tra i diversi materiali contribuisce ad esaltare il chiarore e a creare un effetto di maggiore intensità e misticità. Punto focale dell’opera è l’espressione della donna: tutta la tensione del corpo arriva al culmine proprio nei tratti estasiati del volto stesso. Vi è qui l’esperienza oltre che del Bernini scultore, anche di quello architetto e scenografo: nonostante lo spazio della cappella ridotto, infatti, l’artista riesce sapientemente a spostare la parete sul fondo, coprendo leggermente le due piccole finestre alle spalle della scultura, così da ottenere l’illuminazione perfetta per la statua. L’eccezionale resa dei panneggi e il derivante chiaroscuro delle vesti della beata Ludovica Albertoni testimoniano che, nonostante l’avanzata età del Bernini, egli fosse ancora uno dei più efficienti ed abili scultori di tutta Roma.

Estasi della beata Ludovica Albertoni – Ph. Sailko

In copertina dettaglio dell’Estasi della Beata Ludovica Albertoni, ph. Giorgio Eusebio Petetti
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