Chi non conosce il nome di Alighiero Boetti? Chi non ha mai visto, almeno una volta nella propria vita, una sua opera? Impossibile, soprattutto per un italiano, non conoscere questo versatile e importante artista. Il nome di Boetti è indissolubilmente legato al movimento dell’Arte Povera, tendenza artistica nata dall’intuizione del gallerista Germano Celant intorno al 1960. Questo movimento, che ha visto l’adesione di grandi artisti come Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis e Mario Merz, si caratterizza per la scelta di materiali “poveri” (da cui prende il nome il movimento), ovvero materiali facilmente reperibili e a basso prezzo.

Da questo suo debutto il giovane artista torinese inizierà a conquistare progressivamente il mondo dell’arte contemporanea diventandone un pilastro fondamentale. Abbiamo deciso di onorarlo, nel giorno dell’anniversario della nascita, con alcune delle opere che lo hanno reso famoso durante la sua carriera.

Alighiero Boetti – Fonte www.archivioalighieroboetti.it

IO CHE PRENDO IL SOLE A TORINO IL 19 GENNAIO, 1969

L’installazione venne realizzata in maniera molto particolare. Boetti si sdraiava al suolo dove veniva poi segnato il contorno del suo corpo con un gesso bianco (come nelle famose inchieste sugli omicidi tipici dei film americani). All’interno della sagoma dell’artista venivano ammucchiate 111 palle di cemento. La cifra degli elementi di cemento non è casuale, infatti il numero 111, era il preferito di Boetti. L’installazione veniva completata poi con la presenza di una farfalla vera (di colore giallo e nero).  L’insetto vuole richiamare un personaggio del famoso libro “Cent’anni di solitudine“, che durante i momenti di ispirazione “artistica” veniva avvolto da sciami di farfalle.  Inoltre secondo gli antichi greci la farfalla è l’anima della persona. Quindi l’opera vuole richiamare l’anima e il corpo di Alighiero Boetti.

Alighiero Boetti, Io che prendo il sole a Torino il 19 gennaio 1969
Foto presa dal sito web dell’archivio Alighiero Boetti

MAPPA, 1979

L’opera Mappa rappresenta un planisfero politico, dove ogni nazione viene rappresentata con i simboli e i colori della propria bandiera nazionale. L’arazzo vuole rappresentare la varietà e la ricchezza culturale del nostro pianeta.  Osservando l’opera comprendiamo anche come le nazioni, che noi crediamo immutabili, abbiano subito cambiamenti e riadattamenti nel corso degli anni (come l’ex Unione Sovietica che negli arazzi di Boetti è ancora presente, ma che oggi, non esiste più). Mappa è ormai diventata un vero e proprio simbolo dell’arte di Boetti, caratterizzata da colori vividi e luminosi.

L’opera ad oggi presenta dei piccoli danneggiamenti dovuti all’incuria dei musei, che per fissare l’arazzo alla parete, lo hanno bucato con dei chiodi.

Alighiero Boetti, Mappa, 1979. Ricamo su Tela (cm 130×230).
Foto presa dal sito web dell’archivio di Alighiero Boetti

ARAZZI 

La serie si compone di arazzi di diverso formato in cui sono inserite, all’interno di griglie, alcune frasi (Il progressivo svanire della consuetudineDall’oggi al domaniCreare e ricreareNon parto non resto, ecc). Le lettere, che a prima vista sembrano essere collocate in maniera casuale, hanno in realtà una disposizione ben precisa che dopo averla scoperta, permette di comprendere il messaggio “nascosto”.

Di queste opere risultano moltissimi falsi che difficilmente riescono a essere scoperti. La prima moglie di Alighiero, la signora Anne Marie Sauzeau Boetti, ha denunciato proprio questa situazione quando è stata intervistata da Marina Pugliese :

Alighiero aveva fatto ricamare tanti arazzetti piccoli che chiamava “multipli singoli”, felicissimo di turbare tutte le categorie, dagli storici dell’arte ai semplici collezionisti. Alighiero li ha disegnati tutti uguali  ma li ha affidati alle ricamatrici che sceglievano il colore, quindi alla fine le opere sono tutte diverse.

Queste parole fanno comprendere come oggi sia molto difficile determinare l’autenticità di un’opera di Alighiero. L’artista durante la sua vita (come moltissimi altri artisti contemporanei) non si interesserà molto dei falsi e quindi non concepirà mai qualche segno distintivo che ne permettono il riconoscimento. Un secondo problema di queste opere è anche la conservazione. Purtroppo essendo opere in tessuto oggi risultano parecchio deperibili, e per questo vengono costantemente rinchiuse in teche di vetro.

Alighiero Boetti, Ammazzare il tempo, 1979.
Ricamo su tela contenente 9 elementi ( 30×29 ciascuno).
Foto presa dal sito web dell’archivio di Alighiero Boetti

ROTOLO DI CARTONE ONDULATO, 1966

L’opera è stata presentata per la prima volta alla mostra d’esordio di Boetti alla galleria Christian Stein  di Torino nel 1967. L’opera si compone, come svela già il titolo, di un rotolo di cartone ondulato posizionato a forma conica. “Rotolo di cartone ondulato”, come molte altre opere di Boetti, vogliono solamente testimoniare la loro presenza senza significati nascosti.

Di quest’opera esistono due versioni. La seconda versione, esposta per una mostra in Francia nel 1986, nacque perché il rotolo di cartone torinese venne restaurato in maniera discutibile e di conseguenza l’artista, offeso da questo avvenimento, ha deciso di ricreare l’opera.

Alighiero Boetti, Rotolo di cartone, 1966.
Foto presa dal sito web del museo di arte moderna e contemporanea (GAM) di Torino

Queste quattro opere mostrano la versatilità di Boetti, sempre attento alle novità artistiche a tutti i livelli, italiano, europeo, mondiale. Numerose sono le gallerie private,  e le realtà museali italiane (tra cui il MAMbo – Museo d’arte Moderna di Bologna o il Museo del 900 di Milano, il Madre di Napoli) che espongono le opere di Alighiero Boetti con orgoglio e consapevolezza di quanto questo grande artista ha contribuito alla rivoluzione dell’arte contemporanea.

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