“Bisogna copiare e ricopiare i maestri, e soltanto dopo aver fornito tutte le prove di un buon copista vi si potrà ragionevolmente permettere di dipingere un ravanello dal vero.” – Edgar Degas –

 

In una Parigi di follia e modernità, tra esposizioni universali e Salon, sempre più illuminata dalla vita dei teatri e dei caffè, si aggira un artista dai natali alto borghesi, un mancato magistrato, viaggiatore insaziabile ma dall’animo sempre anelante alla Ville Lumière, ai suoi angoli, ai suoi palazzi. Edgar Degas, artista dalle interessanti sfumature, si immerge nel reale, si confronta con i dettami accademici, divenuti ormai stretti alla nuova generazione di pittori, dal rivoluzionario Eduard Manet in poi, ricerca e apprende lezioni dai grandi maestri del passato, a partire dalle linee pulite ed eleganti di Ingres, fino a Dürer, Mantegna, Rembrandt, Goya, Poussin, Velázquez e David.

 

Fondamentali sono stati i suoi viaggi nell’Italia del Grand Tour, a partire da una Napoli classica, fino alle prospettive giottesche, passando attraverso lo splendore del Rinascimento. Appassionato studioso e frequentatore di musei in giro per il mondo, Degas entra in contatto con gli artisti del Café Guerbois, e tra tazze tintinnanti e il vociare della città che vive e brulica, stringe amicizia con quelli che poi sarebbero stati denominati Impressionisti. Egli è stato tra i più appassionati organizzatori della prima leggendaria mostra nello studio del fotografo Felix Nadar il 15 aprile 1874, uno schiaffo alle grandi tele, tra mitologia e storia, che non riuscivano più a stare al passo con la velocità dei tempi, sterili strascichi di un accademismo stanco e lontano dalla realtà.

E. Degas, L’Assenzio, 1876. Fonte: wikipedia.it, google art project

E Degas di realtà voleva parlare: della sua umana varietà, delle sue abitudini, dei suoi vizi, del suo rapporto con la modernità di una Parigi rumorosa e frizzante. Uno tra i tanti esempi di questa sua necessità è l’opera del 1876, L’Assenzio, in cui l’autore coglie una scena malinconica nel terrace del Cafè de la Nouvelle-Athènes in place Pigalle. C’è tutta la bohème parigina in questo istante raccontato con estrema naturalezza e senza alcuna pietà, lo sguardo vuoto, disilluso, spento di una donna catturata dai fumi dell’alcol, forse una prostituta, provata dall’esistenza, nella sua umanità smunta e logora, tra i tavolini pieni di tazze e il velluto sfinito dei divani. C’è tutta la tristezza e la sensibilità di un passante che si sente perso in mezzo alle strade di una metropoli in crescita, sempre più proiettata verso un meccanico ritmo della vita, una falce tagliente per chi non è al passo.

E. Degas, Ballerina che si aggiusta la scarpetta, 1873, disegno preparatorio. Fonte: wikipedia.it, google art project

E proprio la fedeltà al reale lo esclude dalla cerchia più ortodossa dell’Impressionismo, in cui l’istante, la mancanza di un disegno preparatorio, la pittura en plein air erano cardini basilari del processo creativo. Degas non dimentica il maestro Ingres e propende maggiormente per un’arte concepita in modo più meditativo e meno affidata alla pennellata impulsiva e affamata di luce naturale. Non cede al fascino della mutevolezza della luce, prediligendo soggetti più mondani come le graziose e fuggevoli ballerine e la mutevole anatomia di fantini e cavalli, protagonisti accomunati dal movimento.

E. Degas, Ballerine, 1884, Museo d’Orsay Parigi. Fonte: wikipedia.it, crediti google art project

Le ballerine di Degas sono a buon diritto immortali, catturate in scene dal taglio quasi fotografico, dietro le quinte o alla sbarra, in sala prove tra bastri dai colori pastello, tulle celesti, rosa e gialli, acconciature iconiche e pose quasi bizzarre. Degas ha regalato poesia a una categoria affascinante quanto difficilmente rappresentabile, senza mai soffermarsi sui tratti del volto, ma rendendo protagonista la fisionomia e il corpo, la linea e il colore.

E. Degas, Ballerine sul palco. Fonte: wikipedia.it

“Il suo colore è di un’abilità artificiosa e personale; egli lo renderà visibile nella screziatura turbolenta dei fantini, nei nastri e nelle labbra delle ballerine; adesso lo manifesta per mezzo di effetti nascosti, o come latenti, e il pretesto è fornito dal rosso di una capigliatura, dalle pieghe violacee di un panno bagnato, dalle iridescenze acrobatiche che rotolano sul cerchio di una tinozza. ” – F. Feneon in “Revue indépendante”, febbraio 1888 –

Nel giorno del suo compleanno, si sente dunque l’esigenza di ricordare un artista che non si vuole definire secondo cerchie o stili, che ha accolto l’ondata di rinnovamento, lo ha sostenuto ma adottandolo secondo la sua individuale sensibilità, declinandola nello spazio e nell’intimità del suo studio. La Parigi che Degas ci racconta ha tutti i colori e le contraddizioni della modernità della seconda metà dell’Ottocento, tra entusiasmo e nostalgia, spettacolo e solitudine, restituita con onestà e attraverso gli occhi di un artista che si è voluto confondere tra i passanti, nei caffè, tra le poltrone delle platee teatrali, ricordando quelle ore spese nei musei e rivivendole in completa armonia con il suo tempo.

 

Immagine in copertina: E. Degas, Ballerine sul palco. Fonte: wikipedia.it

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