di Francesco Mancini

Sono tanti i grandi pittori che nel corso della loro attività artistica hanno dato spazio a questo tema molto macabro.

Uno fra i tanti è Edvard Munch (1863-1944), che della morte, ha fatto il proprio marchio di fabbrica.

La vita dell’artista norvegese è attraversata da diversi lutti familiari, infatti perderà sia la madre che la sorella per colpa della tubercolosi. Il ricordo della morte della sorellina Sophie è presente in molti quadri realizzati dall’artista.

Il primo dipinto che tratta questo argomento è La fanciulla malata del 1885, dove Munch raffigura una ragazza dai capelli rossi su un letto, compresso fra il comodino e una parete coperta da un tendaggio verdastro. Sophie ha le spalle appoggiate ad un cuscino bianco e accanto a lei, vi è una figura femminile dal capo reclinato.

I due personaggi sono muti. La fanciulla guarda con tenerezza la donna, che a sua volta le accarezza la pallida mano sinistra; l’intreccio di queste mani viene delineato con piccoli tocchi di colore.
Il volto pallido della ragazza risalta nell’ambiente cupo e oppressivo della stanza, come se emanasse luce propria.

La morte della sorella ritorna nel dipinto Morte nella stanza della malata (1895).
In questo quadro la vera protagonista non è pero Sophie, raffigurata dal pittore seduta su una sedia con lo schienale alto, ma la sensazione di dolore che provano i parenti davanti alla morte di un familiare.

Le persone non comunicano fra loro, ma seguono il filo dei loro pensieri, come se stessero cercando di evadere dal mondo esterno che li circonda.

Edvard Munch, Morte nella stanza della malata (1895), pastello su tela (125,5 x 169,5 cm). Fonte: www.web.tiscali.it/

In primo piano vediamo le altre due sorelle del pittore, Laura e Ingres: la prima è seduta con le mani in grembo, mentre la seconda è in piedi e osserva lo spettatore.
Nel dipinto è presente anche Munch, che si ritrae intento a scrutare la sorellina, mentre, la figura sulla sinistra che si sta allontanando dalla sala, è il fratello Peter Andreas.

Il dipinto raffigura un ricordo, quindi tutti i dettagli non necessari sono omessi, per questo l’ambiente dove si muovono i personaggi è completamente spoglio.

I protagonisti non hanno l’età che avevano al momento dell’evento, ma quella dell’anno in cui venne concepito il quadro. Lo stesso Munch, che all’epoca della scomparsa della sorella aveva 14 anni, si raffigura infatti come uomo adulto.

L’ultimo dipinto che tratteremo in questo articolo è La madre morta e la bambina (1897-1899).

In questo dipinto non è raffigurata la morte o la malattia della sorellina, ma il dolore di quest’ultima per la morte della madre. Sophie è raffigurata con un bel vestito rosso e il volto pieno di dolore per la perdita della figura materna.

Edvard Munch, La madre morta e la bambina (1897-1899), olio su tela (104,5 x 179,5 cm). Oslo, Munch Museet. Fonte: caffetteriadellemore.forumcommunity.net

La bambina si tiene la testa, forse per timore che vada in frantumi, e dalla bocca emette un urlo straziante, un urlo  che gli altri personaggi ignorano completamente; tutti sono interessati a loro stessi, e non danno retta alla povera fanciulla che non riesce ancora ad accettare la morte della figura materna.

Sophie volte le spalle al cadavere, forse, per cercare di sopravvivere al dolore generato dalla perdita.

Il pavimento sotto di lei sembra sprofondare, ha dei sussulti, delle onde sismiche e singhiozza assieme alla piccola protagonista.

La posa di Sophie e l’urlo silenzioso emesso dalla bambina sono due elementi che ritorneranno nel dipinto più famoso di Munch: L’urlo (1893).

Chi dice che dalla morte e dalla malattia non possono nascere dei veri e propri capolavori?