Il 12 dicembre 1863 a Løten, vicino Oslo, nasceva il pittore Edvard Munch da una famiglia non benestante. Secondo di cinque figli da subito la sua vita fu funestata da lutti gravissimi, la madre morì dopo la nascita dell’ultima figlia Inger e pochi anni dopo morì di tubercolosi anche Sophie, la sorella maggiore a cui egli era molto legato. Il padre di Edvard era medico militare e volle indirizzare suo figlio agli studi ingegneristici, ma dopo appena un anno, Edvard abbandona ingegneria per dedicarsi, contro il parere paterno, allo studio della pittura, per entrare a diciassette anni all’accademia di Belle arti di Christiania. In seguito riuscì ad ottenere borse di studio e viaggiò incessantemente per l’Europa per quasi vent’anni tra il 1889 e il 1909, ritornando ogni estate in Norvegia per far visita alla famiglia a cui restò sempre legato.

Munch, autoritratto con sigaretta accesa, 1895, olio su tela, Fonte lasottilelineadombra

Le città che furono determinanti per la sua formazione pittorica furono senz’altro Parigi e Berlino, ma compì numerosi viaggi anche in tutto il nord Europa e in Italia. Dopo un approccio iniziale al naturalismo pittorico e le influenze impressioniste, per cui furono fondamentali gli studi effettuati a Parigi delle opere di Van Gogh, Degas, Cézanne e Gauguin, lo stile di Munch virò successivamente al pre espressionismo con influenze simboliste. Ma raggiunse in realtà uno stile pittorico del tutto personale, poiché fortemente influenzato dalle sue vicende individuali e dal costante stato d’animo malinconico e depressivo, accentuato anche dagli effetti dell’alcol di cui abusava.

Alla sua formazione e alla maturazione del suo personalissimo mondo artistico furono decisivi anche gli studi letterari di autori come Schopenhauer, Nietzsche, Freud, Poe e Ibsen, per cui realizzò le scenografie teatrali di alcuni spettacoli, interessandosi anche di teatro.  Non è  famosissima la produzione artistica non pittorica di Munch, ma egli era curioso e attivo anche verso diverse espressioni artistiche al di fuori della pittura, del disegno e delle litografie, scriveva poesie e poemi, amava la fotografia e il cinema, possedeva infatti diverse macchine fotografiche.

L’artista Edvard Munch si ritrae in una foto artistica. Fonte: MunchMuseet.no

Già a partire dal 1880 Munch aprì la sua arte alle proprie emozioni. In questo modo ruppe con lo stile del naturalismo dominante, che dava la priorità all’oggettivo e non al soggettivo. Fu un precursore delle correnti artistiche del decennio successivo, dove si impose l’aspetto psicologico e soggettivo. Temi esistenziali come l’angoscia, la morte, la gelosia e la malinconia divennero centrali nella sua vasta produzione artistica. Numerosi sono i dipinti che mostrano lo sconvolgimento provocato dal lutto e dalla malattia che il pittore toccò con mano, la cui esperienza segnò tutta la sua vita.

Esprimere emozioni forti e personali richiedeva un altro modo di dipingere, l’artista riporta sulla tela sia le realtà interiori che esteriori che si mescolano racchiuse in grandi superfici da contorni ben definiti. Le figure e le tematiche trattate vengono stilizzate, rese astratte ed emblematiche per ogni sensazione e stato d’animo. Elaborò così nel corso della sua attività artistica una serie di allegorie ricorrenti per rappresentare gli stati d’animo. I colori della tavolozza si fanno sempre più irreali e sottendono alla narrazione simbolica, usa in modo preponderante i rossi e gli arancioni accesi, le cupe tonalità di blu e viola, colori lividi per rappresentare la malinconia, oppure il verde cupo per sottolineare sentimenti come la gelosia e l’invidia.

Anche le figure spesso sono ritratte con posture particolari e gli abiti di colori specifici, in nero, rosso o bianco, in particolare le figure femminili. Controverso fu infatti il suo rapporto con le donne, amò molto Tulla, una ricca ereditiera, ma non si legò ufficialmente e mai la sposò, arrivando a farsi sparare ad una mano durante un litigio.

Munch, Gelosia, 1907. Fonte: MunchMuseet.no

Nel 1892 realizzò la sua prima mostra a Berlino, che fu subito stroncata tanto da creare un vero e proprio ‘caso Munch’ suscitando la reazione del pittore che si diceva basito dal turbamento causato da pochi dipinti. Tuttavia a questa mostre ne seguirono molte altre, sempre a Berlino, a Parigi, a Oslo e a Copenaghen. Nel 1889 muore suo padre, un uomo timorato di Dio, che non approvava i dipinti del figlio, specialmente i nudi. Dopo l’ennesimo lutto nella pittura dell’artista si accentuano i simbolismi, i temi angosciosi e i turbamenti. Ciò spinse il pittore a creare nel corso degli anni la sua opera magna, un ciclo pittorico definito il “Fregio della vita”, in cui confluirono ventiquattro dipinti. La cui visione d’insieme è una vera e propria rappresentazione per il pittore dell’ansia esistenziale e della disperazione dell’uomo moderno. I dipinti si concentrano su argomenti come l’amore, il dolore, l’ansia, la gelosia e la morte.

La prima parte del Fregio della vita inerente la tematica del Seme dell’amore, da sinistra a destra i dipinti: Notte stellata, Rosso e bianco, Occhi negli occhi, Danza sulla spiaggia, Il bacio, Madonna

Seconda parte del fregio della vita inerente la tematica dello Sviluppo e dissoluzione dell’amore con i dipinti da sinistra a destra: Ceneri, Vampiro, La danza della vita, Gelosia, La donna, Malinconia

Terza parte del fregio della vita che sviluppa il tema Angoscia con i dipinti da sinistra a destra: Angoscia, Sera sul viale Karl Johan, Edera rossa, Golgota, L’urlo

Quarta parte del fregio della vita che sviluppa il tema della Morte con i dipinti da sinistra a destra: Morte Il letto di morte, Morte nella stanza della malata, Odore di morte, Metabolismo. La vita e la morte, La madre morta e la bambina

Fa parte del fregio anche il famosissimo dipinto “l’Urlo” creato in ben quattro versioni (due disegnate a pastello e due dipinte). Tre appartengono ai musei norvegesi, la quarta, fa parte di una collezione privata e nel 2012 è stata  battuta all’asta da Sotheby’s a New York per la vertiginosa cifra di 120 milioni di dollari.

Munch, L’urlo, 1893, Galleria nazionale di Oslo. Fonte: Wikipedia

La versione più conosciuta è sicuramente quella esposta al Munch Museum di Oslo ed è il manifesto pittorico dell’artista. Egli stesso descrisse come nacque il dipinto e il suo stato d’animo in preda all’angoscia. Passeggiavo lungo la strada con due amici, il sole stava tramontando e d’improvviso il cielo si tinse di rosso sangue mi fermai, stanco morto, e mi appoggiai al parapetto c’erano sangue e lingue di fuoco sul fiordo nero-azzurro e sulla città.  I miei amici continuarono a camminare, e io rimasi lì tremando di angoscia e sentii un urlo infinito attraversare la natura […] Non mi riconoscete, ma quell’uomo sono io. […] L’intera scena sembra irreale, ma vorrei farvi capire come ho vissuto quei momenti. […] Attraverso l’arte cerco di vedere chiaro nella mia relazione con il mondo, e se possibile aiutare anche chi osserva le mie opere a capirle, a guardarsi dentro”.

Munch dopo essere stato bollato come pittore degenere nel 1937 dal nazismo si ritira ad Oslo nella sua casa, nella proprietà Ekely, che aveva acquistato dieci anni prima, dove custodì tutte le sue opere nascondendole ai tedeschi e che devolse interamente alla città alla sua morte avvenuta nel gennaio del 1944.  Nel 1963 per il centenario della sua nascita fu inaugurato ad Oslo il Munch Museum, che espone la complessa eredità dell’artista da lui generosamente donata al mondo.

Immagine di copertina Munch, L’urlo, 1893, Galleria nazionale di Oslo. Fonte: Wikipedia
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