Michael Elmgreen (Copenhagen, Danimarca, 1961) e Ingar Dragset (Trondheim, Norvegia, 1969) hanno iniziato la loro collaborazione artistica a Copenhagen nel 1995. Il duo si è subito affermato nel panorama artistico contemporaneo e, proprio per il loro profilo internazionale, hanno presto ricevuto incarichi, anche curatoriali, da importanti istituzioni artistiche di tutto il mondo. Elmgreen & Dragset, nella loro ricerca artistica, si concentrano in particolare sulle interrelazioni fra arte, architettura e design, dando vita ad opere contraddistinte da un umorismo sovversivo e dall’analisi di tematiche socioculturali di grande rilievo nella contemporaneità. Per i primi dieci anni di collaborazione, Elmgreen & Dragset sono stati una coppia, per poi decidere di limitare i rapporti a un livello esclusivamente professionale. Nel 1997 si trasferiscono a Berlino, dove, nove anni dopo, grazie alla notorietà presto acquisita, possono permettersi di acquistare una vecchia stazione idraulica per trasformarla nel loro studio.

Elmgreen & Dragset ricevono il dottorato ad honorem alla Norwegian University of Science and Technology, Trondheim (foto: commons.wikimedia.org)

A partire dall’inizio della loro permanenza a Berlino, realizzano una serie di opere intitolate “Powerless structures” (“Strutture impotenti”). Tali sculture e installazioni sono decontestualizzate e perdono quindi il loro significato originario. Il loro potere, dunque, si perde nella trasformazione della struttura originale. Elmgreen & Dragset raccolgono, in questo senso, l’eredità dei “Mirrors” di Roy Lichtenstein, contravvenendo al principio di adeguazione allo scopo, delineato da Tommaso d’Aquino nella sua Summa theologiae. L’adeguazione allo scopo, infatti, per il duo scandinavo non rappresenta un criterio per definire la bellezza di un’opera, né tantomeno per decidere se essa sia da considerarsi arte oppure no. Ma facciamo un esempio: Elmgreen & Dragset esplorano, in alcune di queste opere, il mondo delle gallerie d’arte, ribaltando in particolare le convenzioni del concetto di white cube, ovvero un tipo di spazio espositivo molto diffuso tra le gallerie di arte contemporanea. I due artisti trasformano e rendono impraticabili questo tipo di strutture sospendendole a mezz’aria o facendole sprofondare nel terreno.

Elmgreen & Dragset, Elevated Gallery / Powerless structures (foto: highlike.org)

Un’altra opera interessante di questa serie è “Powerless structures, Fig. 101”, una scultura di bronzo posta al di sopra di un piedistallo in Trafalgar Square, a Londra. L’opera raffigura un bambino su un cavallo a dondolo: la posizione, ripresa dalle statue romane degli imperatori a cavallo, contrasta con il soggetto rappresentato. Elmgreen & Dragset rompono dunque con la tradizione dei monumenti equestri e celebrativi, volendo “creare una scultura pubblica che, anziché affrontare argomenti di vittoria o sconfitta, onori le battaglie quotidiane della crescita”. Anche “Prada Marfa” si inserisce tra le “Powerless structures”: si tratta di un edificio inaccessibile con le sembianze di un negozio Prada. L’opera è situata in pieno deserto texano, a sessanta chilometri dalla città di Marfa. All’interno sono conservate borse, scarpe e accessori della nota casa di moda milanese, ben visibili attraverso le ampie vetrine frontali. Inizialmente era pensata per essere priva di manutenzione, in modo che col tempo si integrasse col paesaggio desertico circostante, idea abbandonata in seguito all’atto vandalico del 2005, a soli tre giorni dall’inaugurazione. Secondo i due artisti “Prada Marfa” sarebbe un “progetto di arte del paesaggio pop-architettonica“. L’installazione permanente incarna perfettamente il concetto di powerless structure, in quanto il suo aspetto di negozio non viene rispettato e non si coniugherà mai con la sua assenza di funzione commerciale: l’impotenza del negozio diventa però l’anima stessa dell’opera, elevando quello che sembra un semplice punto vendita al livello di una vera e propria mecca dell’arte contemporanea.

Uno degli eventi più prestigiosi della loro carriera artistica e curatoriale è senza dubbio la partecipazione alla 53a Biennale di Venezia, nel 2009. Per questa occasione, i due artisti hanno unito i padiglioni danese e scandinavo curando la mostra “The Collectors”, che comprende opere di artisti di grande rilievo internazionale come l’italiano Maurizio Cattelan e il tedesco Wolfgang Tillmans. La mostra si sviluppa come una storia di cui il visitatore può ricostruire i dettagli visitando i due padiglioni, uno arredato come la casa di una famiglia segnata da plurime tragedie, l’altro come quella di un collezionista omosessuale vittima del lusso e dell’arte. L’opera di maggior impatto della mostra, “Death of a collector”, rappresenta proprio la morte del collezionista, rappresentato galleggiante a faccia in giù nella sua piscina, in un’installazione che occupa lo spazio comunicante tra i due padiglioni.

Elmgreen & Dragset, Death of a collector, 2009 (foto: commons.wikimedia.org)

Nel 2003 vincono un concorso indetto dal governo tedesco per la realizzazione di un monumento in memoria delle vittime omosessuali dell’Olocausto. L’opera, situata nel parco Tiergarten di Berlino, consiste in un enorme stele di cemento del peso di 75 tonnellate. Guardando in un’apertura sulla superficie della struttura, lo spettatore può osservare il video di due giovani uomini che si baciano. In questo caso Elmgreen & Dragset utilizzano la video art per riflettere su un tema molto attuale e profondo: la repressione e l’omofobia. Purtroppo, anche quest’opera ha subito atti vandalici, proprio in occasione Giornata della Memoria del 2019. Un tale atto, però, non fa altro che sottolineare la necessità ancora oggi di riflettere su argomenti quali l’amore, l’odio, l’intolleranza e la civiltà; l’arte è solo uno dei tanti mezzi per attuare queste riflessioni e per sensibilizzare più persone possibile a temi di importanza fondamentale come questi.

L’ultima opera che andiamo ad analizzare, si rivela essere un omaggio alla città dove Michael e Ingar si sono conosciuti: Copenhagen. Si tratta di una scultura in metallo lucidato che raffigura il corrispettivo maschile della sirenetta di Copenhagen, simbolo della capitale danese. La statua, intitolata “Han” (che significa “Lui” in danese), è posta davanti ad uno dei luoghi più iconici della Danimarca: il castello di Krongborg ad Helsingør , il luogo in cui è ambientato l’Amleto di William Shakespeare. Il titolo, oltre a rimarcare la contrapposizione tra il sesso della sirenetta tradizionale e quello del soggetto dell’opera, fa riferimento anche ad un partner che Elmgreen aveva avuto durante la sua permanenza a Londra (dal 2008 al 2015), il quale si chiamava proprio Han.

L’arte di Elmgreen & Dragset si muove irrefrenabilmente tra sperimentalismo e concettualismo, riuscendo sempre a stupire e a meravigliare lo spettatore. I due artisti riescono ad esprimere loro stessi e le loro idee attraverso costanti artistiche e continue innovazioni. Elmgreen & Dragset si inseriscono a pieno titolo tra i più influenti artisti del ventunesimo secolo, facendoci entrare nel loro mondo fatto di gallerie sospese e soglie invalicabili.

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