di Sebastiano Casella
Emilio Isgrò (1937, Barcellona di Sicilia) s’inserisce nel panorama artistico-culturale italiano e internazionale in una posizione liminale, estremamente particolare e complessa. Padre della pratica nota con il nome di cancellatura, Isgrò è infatti ideatore e promotore di una sottile riflessione concettuale che investe due dei principali canali di comunicazione: la parola e l’immagine.
In un contesto artistico testimone di un profondo stravolgimento contenutistico-valoriale – quello che con la Pop Art consacra lo strapotere dell’immagine da réclame, seriale e reiterata – il “Cristo Cancellatore” impone allo spettatore un repentino rallentamento, costringendolo conseguentemente alla riflessione. Ad un primo approccio le sue opere destabilizzano e confondono. Articoli di giornale, libri, l’Enciclopedia Treccani, la Bibbia, finanche la Costituzione Italiana, vengono pazientemente ma inesorabilmente soppressi da tratti bianchi o neri che l’artista stende col pennello per occultare lettere e parole. Sorta di anti-amanuense contemporaneo, Emilio Isgrò dichiara di voler eliminare attraverso la cancellatura quello che egli stesso definisce come “brusio di fondo”, colpevole di limitare se non d’impedire totalmente al fruitore una corretta comprensione dei testi. Se inizialmente questa potrebbe essere interpretata come un’operazione smaccatamente megalomane e nichilista, ad una più attenta analisi appare chiaro come Isgrò si erga invece a strenua difesa della parola, impegnato a farla emergere da un “silenzio visivo” nuovamente pregna di tutta la propria potenza e significato. L’artista elimina dunque ciò che è superfluo, fedele a una filosofia assimilabile al celebre motto “Less is more” coniato da Mies van der Rohe. Il vuoto creato dalla cancellatura permette allo spettatore di ragionare sul valore estetico della parola, sull’importanza di senso e significato di cui è veicolo e infine sulla dannosa quantità di superfluo a cui l’uomo è inconsciamente assuefatto. Dalla parola Emilio Isgrò passa conseguentemente all’immagine, pilastro del mondo occidentale contemporaneo.

Emilio Isgrò, Lolita, 1964. Fonte: Artribune.com

Le immagini, trasmesse nelle forme più svariate, hanno definitivamente invaso la quotidianità, in un climax che dal brusio di fondo registrato dall’artista nella parola è passato in questo caso a vero e proprio caos disturbante. Sul piano dell’immagine Isgrò opera in modo duplice, giungendo ad evolvere concettualmente la cancellatura. Ad un primo livello egli cancella rifacendosi nuovamente al colore, eliminando massicce porzioni di fotografie o di illustrazioni di libri per salvarne soltanto parti esigue. Secondariamente l’artista annulla escogitando un cortocircuito tra parola e immagine, negando una relazione di senso tra la prima e la seconda. Stila infatti diverse didascalie a corredo di immagini inesistenti, come in Jaqueline (1965) o in Gramsci scrive (1973).

Emilio Isgrò, Jacqueline, 1965, tela emulsionata, 81.5×145 cm, Collezione privata incomodato Madre, Museo d’Arte contemporanea Donna Regina, Napoli

 

Emilio Isgrò, Gramsci scrive, 1973, tecnica mista su tela montata su legno, 52×90 cm,Collezione privata

In entrambi i casi alla didascalia non corrisponde alcuna immagine, né intera né parzialmente o totalmente cancellata. Vi si sostituiscono invece campiture monocrome che necessitano un’attribuzione di senso e significato. Terzo e ultimo escamotage a cui Emilio Isgrò si rifà nella sua opera di annullamento dell’immagine è quello di cancellare attraverso macro ingrandimenti di immagini corredate dalle originarie didascalie. Anche in questo caso chi osserva può rifarsi soltanto ad un’indicazione resa volutamente parziale dall’artista e rapportarsi a un’immagine che nulla oramai condivide con l’originale a cui le parole riferiscono.

Allo spettatore è richiesta attiva partecipazione, diventa egli stesso parte integrante dell’operazione artistica di Emilio Isgrò. Questa è la cifra più significativa nella produzione dell’artista. Egli infatti coinvolge destabilizzando, costringe chi osserva ad un ragionamento critico che per ognuno può ovviamente condurre ad esiti diversi. Parola e immagine vengono destrutturati e successivamente rielaborati in una forma nuova. Estratte da un contesto che ne ha gradualmente dimenticato valore e significato, vengono riproposte allo spettatore sotto nuova luce. Isgrò suggerisce l’importanza fondamentale di non considerare come ovvi, scontati e conosciuti questi canali di comunicazione, troppo facilmente opacizzati attraverso un loro utilizzo improprio. Occultare parole e immagini si configura inoltre a livello artistico, non è mai per Isgrò operazione meramente nullificante priva di una rilevanza estetica. Toccando svariati linguaggi espressivi – cancellerà infatti anche spartiti ed opere musicali, cartine geografiche e planisferi – l’artista arriverà ad esprimersi anche attraverso la scultura.

Emilio Isgrò, Enciclopedia Treccani volume XXXII, 1970, china su libro in box di legno e plexiglass / ink on book in wooden and plexiglass box, 50 x 95 cm. Fonte: fondazionemarconi.org

Invitato a celebrare il suo paese d’origine Emilio Isgrò rovescerà il suo metodo di occultamento e conseguente svelamento arrivando in questo caso a dare massima visibilità a ciò che normalmente è piccolo e, anche in questo caso, invisibile e dato per scontato. Una colossale scultura di un seme d’arancia, simbolo per eccellenza della sua terra natale, ingrandito fino a restituirne tutta la bellezza e l’unicità. Nuovamente straniamento che si fa occasione di profonda riflessione per lo spettatore, parte attiva di un arte apparentemente silenziosa ma di grandissima risonanza contenutistica.