L’artista genovese Vanni Cuoghi realizza dei dipinti che richiamano, attraverso i colori e i soggetti,  i libri delle fiabe che tutti noi abbiamo sfogliato almeno una volta nella vita. Questi disegni “fanciulleschi” nascondono però significati profondi e molto complessi. Scopriamoli insieme.

Vanni Cuoghi, Cinque volte in sogno, 2013. Acrilico e olio su tela (45×45 cm)
Courtesy: Galleria Area/B

Gentile signor Cuoghi, vorrei iniziare questa intervista con una domanda dedicata ai suoi studi. Ha frequentato scuole d’arte?

Mi sono diplomato in Decorazione Pittorica presso l’Istituto Statale d’Arte di Chiavari e in Scenografia, con una tesi in Storia dell’Arte, all’Accademia di Brera a Milano.

Da cosa prende ispirazione?

Mi basta prestare attenzione a ciò che mi scorre davanti agli occhi tutti i giorni. Tutte le “ispirazioni” sono già lì, perché la Vita ha molta più immaginazione di noi.

Passando ai suoi dipinti, cosa può raccontarmi della serie intitolata “Monolocali”? E soprattutto, come è nata l’idea di realizzare questi quadri molto particolari?

L’interesse per una tipologia di abitazione con precise caratteristiche appartiene alla mia biografia. Ho vissuto per diversi anni in case molto piccole, in particolare, da studente, abitavo in un monolocale situato in Viale Monza a Milano. L’ottimizzazione e lo studio di ogni singolo spazio, il bisogno obbligato di ordine, ma anche i rapporti con i vicini e il cibo, suggeriscono come in uno spazio piccolo tutto possa paradossalmente amplificarsi  assumendo maggiore consistenza.

In spazi ristretti, anche il rapporto con i vicini è oggetto di riflessioni e interrogativi: ci si domanda che tipo di persone siano, come passino il tempo, e li si può anche immaginare a compiere gli atti più assurdi, come per esempio far rotolare continuamente biglie di vetro sul tavolo che immancabilmente cadono a terra.  Da queste riflessioni nascono dei piccoli teatri, veri e propri diorami su cui si stagliano alcune figure, protagoniste fluttuanti, in una realtà metafisica e surreale. Donne e uomini che compiono gesti all’apparenza comuni, come prendere la ciotola del gatto o spostare un vaso di fiori, ma che allo stesso tempo convivono con un’invasione visiva, qualcosa di non definito che sconvolge la scena, e che non sempre appartiene al mondo reale.

Riguardo la serie “@Rimedio” cosa può dirmi? 

Questo mio continuo cercare il gioco e il teatro dovunque, mi porta a immaginare come poter utilizzare tutto quello che mi capita a tiro come materiale su cui e con cui lavorare. Negli anni Settanta si sarebbe parlato di significato e significante, io credo che sia più facile parlare di narrazione e dell’immagine che la scatena. Le confezioni dei medicinali o degli psicofarmaci sono dei “teatri” che hanno visto lo svolgersi di battaglie tra gli uomini e i propri demoni.  Pur essendo di piccole dimensioni gli scontri erano e sono crudeli e violentissimi.  Io ho soltanto indorato la pillola dando alla confezione l’immagine fantastica di un cavaliere che combatte contro un drago. Sono figure fatte con la confezione stessa del farmaco ritagliata. Questa serie richiama la pagina pop-up di un libro di favole.

Passando invece alle opere che compongono la serie intitolata “La Messa in scena della pittura” cosa può raccontarmi? Sbaglio dicendo che sembrano delle versioni in pittura dei collage dadaisti oppure no?

No, non sbagli! È iniziato tutto diversi anni fa, quando, durante le passeggiate serali nel mio quartiere, mi capitava di rimanere incantato davanti a queste “scenografie” inconsapevoli: cataste di mobili smontati che attendevano il ritiro da parte dell’ AMSA (nel migliore dei casi). Erano piccoli Merzbau (installazioni realizzate dall’artista tedesco Kurt Schwitters ) che mi raccontavano molte storie.

“ Vogliamo che la strada entri nella casa…” si augurava Umberto Boccioni, beh qui accadeva il contrario: poltrone, divani, interi armadi smontati, letti e  lavatrici scendevano sul ciglio del marciapiede diventando delle scene teatrali per i passanti. Io ero l’unico spettatore per cui si compiva il grande spettacolo.  Quando studiavo scenografia realizzavo il bozzetto che sarebbe poi divenuto scena. Lo spazio, nell’essere agito, diventava anche vissuto. Adesso faccio il contrario: realizzo (sulla scrivania) la scena, la compongo con quinte di cartone ritagliate e poi la rappresento pittoricamente su tela.

Mi piace l’idea romantica che la Pittura faccia ancora i conti con la rappresentazione della realtà. Si tratta di capire che “tipo” di realtà e in che modo. Credo che “la mossa del cavallo” sia la strada percorribile e la scena di un teatro l’unica a cui far riferimento. Questi paesaggi dipinti sono (stati) reali come dei piccoli presepi. L’invenzione è nella messa in scena, non nella rappresentazione pittorica. Mi piace ricreare un paesaggio effimero che dura il click di uno scatto fotografico e prolungare, nel tempo e con la Pittura, il ricordo di ciò che è stato. Così è nato il Mito. Non è ciò che è avvenuto, ma le modalità con cui è ricordato che lo rendono eterno.

Vorrei concludere questa breve intervista con una domanda sulle opere che presentano riferimenti al periodo buio che stiamo vivendo. Come sono nate?

Quando l’otto di marzo il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte parlò delle misure restrittive a cui saremmo stati sottoposti per contrastare il Coronavirus, capii che eravamo sulla soglia di un cambiamento epocale. Decisi quindi che occorreva produrre un documento che testimoniasse la gravità di questo momento.

La prima cosa a cui pensai fu quella di tenere un diario per immagini in cui le notizie di cronaca si mischiassero alle mie riflessioni e ai miei turbamenti in una miscellanea caotica e non programmatica. Quotidianamente dipingo  un acquerello del formato di una cartolina. Durante i primi giorni cominciò anche una collaborazione molto bella con il mio amico e gallerista Giuseppe Pero e con sua figlia Lucrezia: alle mie immagini Giuseppe abbina una frase tratta da un quotidiano o un libro e Lucrezia si occupa della traduzione e della divulgazione sui social. E’ nato così il progetto OUR STRANGE DAYS che ha visto la luce su Instagram, ma presto sarà anche un libro.

 

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