Tim Walker, classe 1970, è un fotografo di moda che inizia la sua carriera collaborando con Vogue.

La sua prima grande mostra avviene nel 2008 presso il Design Museum di Londra, coincidendo con la pubblicazione del suo libro “Pictures” edito da TeNeues.

Tim Walker lo si può considerare come un moderno Peter Pan, ovvero come un sognatore che gioca con la fantasia e con i colori tenui per descrivere le sue storie. Storie che assumono quindi le sembianze di favole.

Photo credit: barbarapicci.com

Le sue fotografie sono state sostenute soprattutto da “Vogue Italia” proprio per la loro potenza incantevole e delicata.

La forza dei suoi scatti risiede nella capacità di far uscire l’osservatore dai rigidi schemi mentali del mondo adulto e di trasportarlo indietro nel tempo. In quel tempo comune a tutti noi in cui così facilmente immaginazione e realtà si confondevano tra loro.

Quel tempo in cui tutto poteva succedere.

Quel tempo della vita in cui la dimensione del sogno non è poi tanto diversa da quella della realtà. Walker sa quindi trasportare le nostre menti in una dimensione magica in cui può apparire possibile perfino volare.

È famosa la citazione del grande fotografo Irving Penn che il fotografo londinese fa sua:

“Fashion Photography is about selling dreams and not clothes”.

Ed è proprio ciò che fa Tim Walker.

Photo credit: alchetron.com

Egli riesce a trasportare il proprio mondo fantastico dentro le immagini, con un risultato che appare particolarmente assurdo perché credibile. La fotografia diventa uguale al reale, o quasi.

Un incantesimo che Walker riproduce senza mai rinunciarvi, semplicemente non usando nessuna manipolazione digitale.

Tutto quello che si vede nei suoi scatti si è trovato effettivamente di fronte alla sua macchina fotografica con la stessa composizione, quantità e dimensione. Altra grande caratteristica del fotografo è proprio questa: i suoi set sono tutti a grandezza naturale.

L’analogia tra le fotografie di Walker ed il mondo delle favole è pertanto decisiva: le sue immagini infatti non si possono collocare in una dimensione storica precisa, diventando così espressione personale di quel qualcosa che c’era una volta.

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Attraverso l’utilizzo di simboli che ricordano processi psicologici inconsci, oppure tramite la struttura archetipica dell’inconscio collettivo, lo spettatore non può che ritrovarsi catapultato in mondo lontano e colorato, un mondo incantevole e delicato che seppur nascosto dalla crescita e dalle troppe esperienze, esiste ancora.

Un invito quindi a riscoprire il proprio lato più fanciullesco e a lasciarsi trasportare dalla bellezza dei sogni infantili.

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