Francesco Mazzola nasce nel 1503 a Parma. Figlio d’arte, la sua città d’origine e la sua esile corporatura lo consegnarono alla storia con il soprannome di Parmigianino. Rimasto orfano in tenera età viene poi affidato agli zii, anch’essi pittori, che si curano di istruirlo all’arte di famiglia. Dalla penna del Vasari apprendiamo la strabiliante maestria del giovane ragazzo, che sembra fin da piccolo sostituire i suoi maestri nelle varie commissioni. La sua bravura diventa proverbiale, tanto da meritargli l’appellativo di “magister” ancor prima di aver raggiunto la maggior età. Il futuro dell’enfant prodige si prospetta brillante già da quando, ad appena 19 anni, affianca il Correggio, sua più grande fonte d’ispirazione, negli affreschi di San Giovanni Evangelista. Questo incredibile successo gli apre le porte per la grande Mecca dell’arte: Roma.

Parmigianino battesimo

“Il battesimo di Cristo”

Il conflitto fra corona e papato

Una volta giunto nella capitale pontificia viene accolto come un nuovo Raffaello, per la gentilezza dell’aspetto e per la rinomata maestria. Riceve immediatamente diverse commissioni dalla corte papale, non arrivando mai però a lavorare direttamente per il Pontefice. Sembra infatti che Clemente VII non amasse l’impertinenza dei civettuoli personaggi parmigianini.

Questo rifiuto velato da parte della Chiesa, insieme alle recenti controversie religiose scatenate da Lutero, inducono il suggestionabile ragazzo ad allontanarsi progressivamente dalla fede e dalle istituzioni cattoliche. Così, le sue successive opere a tema religioso si avvicinano sempre di più a un’eleganza decorativa particolarmente sensuale, quasi pagana.

Le sante vergini diventano eleganti matrone fasciate da vaporose vesti trasparenti. Decide poi di allontanarsi nettamente dall’ambiente ecclesiastico mettendosi al servizio di illustri borghesi e stimati aristocratici, fino ad arrivare anche all’imperatore Carlo V. I ritratti gli permettono di approfondire l’aspetto introspettivo dei soggetti. Tuttavia, nonostante gli altissimi traguardi raggiunti dalla sua tecnica pittorica e l’elaborato simbolismo, sembra che la sua arte non venga compresa appieno.

Il crollo psicologico

Questa fila di insuccessi affligge profondamente il giovane ragazzo che fin da bambino si prefigurava un futuro raggiante. Il colpo di grazia viene inferto però dall’entrata dei Lanzichenecchi a Roma, che devastano gran parte della città, accanendosi soprattutto sulle opere d’arte. Francesco è costretto a rifugiarsi a Bologna, dove tuttavia non riceve importanti commissioni. A causa della sua fragile autostima, crivellata dall’incomprensione dei suoi contemporanei, e della difficoltà economica, si avvicina sempre di più all’alchimia. La sua speranza è quella di trovare la tanto famigerata formula che permette di trasformare qualsiasi metallo in oro, come soluzione a tutti i suoi problemi. Come ci racconta sempre il Vasari però, questa triste chimera lo spinge definitivamente nel baratro su cui si affacciava da anni. Gli unici due autoritratti che abbiamo sembrano avvalorare la tesi dell’illustre biografo: “di molto gratioso che egli era, divenne bizzarissimo e quasi stolto” con un “viso d’uomo selvatico”

Un fuoco fatuo che si spegne

Per comprendere appieno la situazione psicologica di Parmigianino bisogna prima approfondire la considerazione che i suoi contemporanei avevano dell’alchimia. Ci troviamo in un momento storico in cui il confine tra scienza e magia è molto labile: all’università, per esempio, l’astrologia viene ancora insegnata al pari del latino e della matematica. Sappiamo anche che l’elenco degli “artisti alchimisti” annovera i nomi più disparati: Jan Van Eyck, Albrecht Dürer, Giorgione, Georges de La Tour, Leonardo da Vinci, Rosso Fiorentino, per citarne solo alcuni. Eppure troviamo opinioni discordanti su questa arcana scientia che viene dall’oriente. Se da un lato viene largamente accettata, dall’altro molti ne condannano le conseguenze devastanti. Infatti la ricerca della pietra filosofale si nutre come un parassita dell’anima di chi la persegue. Per molti diviene un’ossessione, che con la promessa della ricchezza eterna trascina nella miseria più assoluta. Il Parmigianino, infatti, tralascia la propria arte per dedicarsi alla sua nuova musa, che sembra costringerlo per giorni al digiuno in questa spasmodica ricerca.

Parmigianino San Gerolamo

“La visione di San Gerolamo”

 

La fine del genio

In questo periodo si interrompono completamente anche i rapporti con la famiglia, che lo aveva sempre amato e sostenuto in ogni avversità. Sembra che il motivo di questi diverbi sia proprio la nuova passione del Parmigianino, considerata dai parenti un affronto al proprio onore. Lasciato a se stesso, viene sempre più risucchiato da questa occulta ricerca. Le sue stesse opere sembrano riempirsi di simbologie alchemiche, più dirette ed esplicite. La sua maniera si allontana sempre di più da quel naturalismo rinascimentale, ormai considerato alla stregua di una mera tautologia. L’artista decide infatti di rappresentare la propria visione idealizzata del mondo, in cui le figure si allungano come ombre al tramonto.

Parmigianino - Madonna

“Madonna dal collo lungo”

Proprio questa malinconia che caratterizza profondamente ogni sua opera, connoterà ogni attimo della sua vita, fino al momento della sua morte ad appena 37 anni. Il Parmigianino viene oggi superficialmente ricordato come uno dei più originali esponenti di un genere considerato una vuota e pedissequa continuazione del grandioso Rinascimento. Eppure possiamo affermare come la sua personalissima interpretazione del mondo, al tempo non unanimemente apprezzata, fosse così moderna da riuscire ad ispirare uno dei più importanti pittori del XX secolo: Amedeo Modigliani.

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