A molti potrà sembrare macabro, ma c’è qualcuno che realizza opere d’arte con il sangue (umano e non). Si tratta di Jordan Eagles, un artista statunitense, il quale non si limita ad analizzare le potenzialità estetiche del sangue, bensì ne riconosce la capacità di veicolare un messaggio ben più profondo, un messaggio di uguaglianza e comunione per quanto riguarda le opere realizzate mediante le donazioni di sangue umano, oppure di corporalità, spiritualità e rigenerazione nelle opere che presentano sangue animale proveniente dai macelli.

“Bar 1-9”, 2009 (Courtesy of the artist)

L’artista

Jordan Eagles vive e lavora a New York. Ha iniziato a utilizzare il sangue nelle sue opere a partire dalla fine degli anni ’90, ispirato da alcuni discorsi intrattenuti con un amico riguardo al corpo come effimero involucro di uno spirito immortale. Le forme d’arte in cui Eagles si cimenta sono svariate: dai dipinti astratti alle installazioni, dalle sculture alle proiezioni. L’elemento base di ogni sua opera è il sangue, che viene spesso accompagnato dalla resina o, raramente, da altri materiali. La tecnica di Eagles, affinata in questi vent’anni di lavoro, gli permette di mantenere i colori e le texture naturali del sangue, restituendone la spiccata vitalità ed energia.

Uno specchio di sangue

Il suo primo progetto realizzato con il sangue umano è Blood Mirror, una scultura realizzata grazie alle donazioni di 59 uomini gay, bisessuali e transgender che si battono per i loro diritti in una società che non li riconosce appieno. Il tema centrale dell’opera, realizzata in due fasi nel 2014 e nel 2016, è la protesta contro il cosiddetto “blood ban”, ovvero la disposizione statunitense che vieta agli uomini che hanno avuto relazioni sessuali con altri uomini nell’ultimo anno di donare il sangue. Delle lastre di resina racchiudono e conservano il sangue donato, in modo che le sue caratteristiche organiche non si modifichino con il tempo. Un’altra particolarità dell’opera è la sua modalità di fruizione: lo spettatore, infatti, può specchiarsi nel sangue che avrebbe potuto essere usato per salvare vite, riflettendo sull’assurdità del divieto americano.

Il sangue di Cristo

Jesus, Christie’s si presenta come un’opera dalla geniale concezione: un catalogo della casa d’arte Christie’s che raffigura il Salvator Mundi, attribuito a Leonardo da Vinci e venduto nel 2017 per la cifra record di 450 milioni di dollari, diventa il contenitore di dodici fiale di sangue ed è racchiuso nella resina insieme a due aghi medici. Gesù è, secondo la tradizione cristiana, il più grande donatore di sangue nella storia, avendo offerto in sacrificio il proprio corpo, e quindi il proprio sangue, per redimere l’umanità intera.

La scelta del Salvator Mundi di Leonardo, però, non risponde solo al bisogno di identificare Cristo come il Salvatore e metterlo quindi in relazione al suo importante sacrificio: la cifra astronomica raggiunta dalla vendita del dipinto leonardesco rappresenta anche l’occasione per riflettere sul modo in cui noi, come società, valutiamo gli oggetti effimeri del nostro esistere quotidiano.

Seneca, ad esempio, così come lo stesso Gesù, avrebbe probabilmente da ridire su una società che dà una tale importanza alle cose terrene e si preoccupa poco della purezza del proprio animo: il discorso si allarga così all’effettiva moralità e coerenza del mercato dell’arte stesso, presenza inevitabilmente invadente di un mondo (quello dell’arte) che, con il suo inesorabile contingentamento, perde la propria natura spirituale.

“Jesus, Christie’s”, 2018 (Courtesy of the artist)

Sangue e propaganda

L’ultima opera di Jordan Eagles è Our blood can save them e mette in relazione le politiche discriminatorie nei confronti della comunità LGBTQ+ con le persone che sacrificano la loro vita per il loro Paese durante la guerra. L’artista ha serigrafato un’immagine di propaganda della Seconda Guerra Mondiale utilizzando il sangue di un soldato statunitense transgender e pansessuale.

Il messaggio è forte e chiaro: mirando ad attaccare quei provvedimenti che sono fonte di discriminazione, l’opera mette in primo piano il sangue delle persone colpite da tali disposizioni, sottolineando dunque la loro umanità. Il blood ban, infatti, si rivela un provvedimento che, invece di preservare la salute pubblica, fa evaporare l’occasione di salvare molte vite: un recente studio dell’UCLA Williams Institute ha scoperto che l’eliminazione completa del divieto potrebbe salvare fino a un milione di persone ogni anno. Significativamente, più il sangue veniva utilizzato, più le serigrafie risultavano sbiadite, come metafora di una persona o di una comunità che viene cancellata dalla discriminazione o dall’indifferenza.

Our blood can save them è stata presentata per la prima volta quest’estate all’interno di un bagno pubblico newyorkese molto particolare: le sue pareti sono ricoperte da un murales di Keith Haring, un altro artista attivamente impegnato nei confronti della comunità LGBTQ+, il quale morì per complicanze legate all’AIDS nel 1990, all’età di trentun anni.

Le opere di Jordan Eagles, oltre a rispondere ad un particolare ed elegante gusto estetico, riescono a far riflettere gli spettatori su tematiche molto importanti come la discriminazione legata all’orientamento sessuale. Il sangue, quindi, si libera della sua componente cruenta e si carica invece di energia vitale e forza creatrice. Esso, inoltre, crea assieme alla resina forme e trame altamente intriganti, che lasciano trasparire un’umanità estatica e viscerale, nonché estremamente totalizzante.

 

 

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