Nato nel 1445 da una famiglia di origini modeste, Sandro Botticelli cresce durante la florida rinascita culturale di una delle città più intellettualmente vivaci della penisola italiana: Firenze. Dopo un breve apprendistato presso la tradizionale bottega di Filippo Lippi, la sua vita viene stravolta dalle effervescenti opinioni dell’Accademia di Atene, il nuovo circolo culturale avviato dal grande filosofo rinascimentale Marsilio Ficino.

Abbracciando entusiasticamente la missione umanista, gli artisti e i letterati del gruppo si ispirano ai modelli classici di armonia e bellezza di Platone e del successivo neoplatonismo. Il giovane Sandro viene così trascinato in un turbinio di conoscenze di cui prima non immaginava nemmeno l’esistenza. Dopo una monotona mediocrità, per la prima volta gli si aprono gli occhi su un mondo ricco di nuove opportunità e speranze.

Grazie al circolo, Botticelli conosce anche la famiglia Medici, di cui diventerà sincero sostenitore e amico fedele. La ricca famiglia decide allora di affidare proprio a lui l’incarico di diffondere in arte lo spirito mediceo, così da estendere a tutta la penisola una nuova concezione del mondo per un futuro migliore.

I doni della conoscenza

Da giovane ingenuo della vita, Botticelli diventa un fine conoscitore della più alta filosofia e cultura del mondo antico. I frutti di questa nuova consapevolezza si riverberano anche nella sua arte, che si arricchisce di un gusto sempre più raffinato. La grazia, da sempre il filo rosso della sua intera produzione, diviene una nuova entità estatica che domina un malinconico universo ideale.

La Primavera“, 1482

Dai temi religiosi convenzionali della gioventù si converte al mondo mitico dei classici greci e latini. La simbologia pagana diventa il veicolo prediletto per diffondere il nuovo credo mediceo. Botticelli, infatti, permea le sue opere di ermetici messaggi filosofici e politici, di una finissima eleganza intellettuale che lo avvicina al virtuosismo ellenistico. Ricordiamo per esempio “Pallade e il centauro”: metafora celebrativa di come la cultura rinata grazie ai Medici domini le pulsioni bestiali dell’uomo.

Seguendo gli insegnamenti dell’Accademia di Atene, l’artista propone le virtù degli antichi come modello etico per l’uomo moderno, per strapparlo da una inetta mediocrità. Nella sua arte e nella sua vita divengono quindi centrali la bellezza e l’amore come uniche forze che possono innalzare l’uomo alla vera conoscenza e alla felicità.

Un nuovo Pigmalione

Frequentando la corte medicea, incontra Simonetta Vespucci, amante di Giuliano de’ Medici. Viene subito rapito da un amore quasi mistico per la donna, la cui mitica bellezza ha conquistato la penisola intera. Botticelli la erge a “musa ispiratrice”, icona sacra di quella perfetta armonia prediletta dagli antichi.

Simonetta tuttavia vede sfumare il dono ricevuto dalla fortuna ad appena ventitré anni, quando rimane vittima della tubercolosi. Questa è la prima crepa nel fragile castello di illusioni in cui Botticelli si è rifugiato dai dispiaceri della vita. Da qui in poi diviene ossessionato dalla figura della sua angelica ispiratrice, ritraendola in diverse sue opere, anche molti anni dopo la sua morte. L’infinita devozione per la sua “Beatrice” lo porta alla creazione dell’opera che ha incarnato la più celebre effige di bellezza di tutti i tempi: la Nascita di Venere, oggi conservata agli Uffizi.

L’immagine di Simonetta viene resa eterna dalla votata mano di Botticelli, che, come un moderno Pigmalione, esperisce l’amore solo attraverso la figura artistica.

“Nascita di Venere”, 1485

Una malinconica disillusione

Con la fine della signoria medicea e l’ascesa al potere di Girolamo Savonarola, l’entusiasmo di Botticelli di fronte alle gioie della vita si infrange contro la dura realtà. Il bigotto integralismo che si diffonde nella società porta a un nuovo Medioevo ideologico e alla distruzione di innumerevoli opere d’arte, negli immensi “roghi delle vanità”. Savonarola attacca violentemente la libertà dei costumi e le antiche saggezze pagane, profetando una punizione universale per i peccatori che ne hanno abusato. La suggestionabile fragilità di Botticelli fa sprofondare l’artista in una profonda crisi interiore, attanagliato dal senso di colpa. I grandi pilastri ideali su cui ha costruito la sua vita sono crollati.

Nell’ultima fase della sua vita Botticelli arriva ad un esasperato misticismo, quasi medievale, volto a rinnegare lo stile apollineo che lo ha contraddistinto per tutta la sua carriera.

Una cupa malinconia invade le sue opere e il suo cuore. L’invincibile speranza rinascimentale di un futuro migliore non gli sembra altro che il fuoco fatuo di una ormai sepolta età classica. La consapevolezza che i suoi contemporanei non raggiungeranno mai più l’antico Parnaso avvilisce la fiducia di Botticelli, che ha visto il suo agognato Olimpo delle arti così vicino eppure inaccessibile.

La fine di un sogno

La vita di Botticelli è una parabola che dopo aver raggiunto il suo apice non può che precipitare inesorabilmente. Le gioie, le vittorie, le speranze della vita si sbriciolano di fronte alle imprevedibili disillusioni del caso. Dall’essere completamente padrone di sé e del suo destino, l’artista giunge alla consapevolezza che la stabile sicurezza cui si è aggrappato è solo una vana illusione. Alla luce dei momenti meno luminosi della sua vita, l’arte di Sandro Botticelli assume un nuovo sapore malinconico di un lontano periodo d’oro ormai finito. Scoprire l’aspetto sensibile e vulnerabile di uno dei più grandi artisti italiani lo riporta sullo stesso piano dei comuni mortali, rivelando che la patina accecante della fama è solo un velo di illusioni.

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