Perché le interviste affascinano? Anche quando non rivelano nessuna verità inaspettata, raccontano sempre il vero e la persona dietro l’intervista, dietro il personaggio più o meno pubblico, più o meno famoso, più o meno talentuoso. Permettono così di avvicinarsi. E questo piace. Quella che seguirà è la storia in quarantena di Federica Stefanello, in arte La Malafede, che è, fondamentalmente, una tatuatrice. Cosa significa per lei, lo raccontiamo in questo articolo.

Come solo le migliori chiacchierate fanno, anche questa ci ha permesso di entrare un po’ in casa, tra lessico e racconti familiari. E sì, non solo attraverso la videochiamata, ma soprattutto nei racconti di questa – ferma – quotidianità. La vita privata di tutti i giorni è così fatta anche di passatempi, yoga e CrossFit, compiti con il figlio, dipinti ad olio in terrazzo, per finire poi a dare consigli sui tatuaggi, tra una domanda e l’altra, forse in astinenza dalla propria passione.

Quando riaprirai?

Non sappiamo nemmeno che norme in più dovremo rispettare e dobbiamo anche ricordare le situazioni delicate del nostro lavoro: ci possono essere epatiti, HIV e così via. Comunque mascherine, guanti, copri manica, cioè tutto ciò che dovremo utilizzare, è già in studio, insieme allo ionizzatore.

Una tatuatrice cosa fa di questi tempi?

(Ride) Si rompe le balle. Tutti si aspettano che abbia tantissima voglia di disegnare, invece non è così. Ti obblighi a fare attività fisica, ti obblighi a non mangiare l’impossibile, ti obblighi a non impazzire dietro a tuo figlio… C’è tutto un parterre di obblighi. Chi se l’aspettava che sarebbe trascorso tutto questo tempo?! Comunque, volevo fare una tela dopo una vita che non lo facevo. Poi, l’olio puzza a bestia – (Ride) –, mi hanno buttato fuori in terrazzo, è tornato il freddo e non ho più finito di dipingere. Così ho fatto due tavole 60×60. Mi ci sono affezionata, anche se disegnare non mi ha mai rilassato più di tanto…

Per te è tensione?

È uno scontro con me stessa. È un processo abbastanza travagliato, come quando dipingo. Ho momenti in cui piango, in cui mi arrabbio e altri in cui mi fa schifo tutto. È una cosa che posso fare, ma non sempre.

E la mano? La stai tenendo in allenamento?

Sono 12 anni che tatuo, perciò è una buona pausa per i polsi.

Quali sono i passaggi che ti hanno portata ad essere chi sei ora?

Si riferiscono tutti alla mia persona. Adesso, per esempio, sto trovando difficoltà a rinchiudere all’interno di quadrati – che è quello che faceva prima – perché la sento una cosa passata. Vorrei mettere all’interno delle mie donne elementi pittorici, qualcosa di più libero. E non parlo della libertà della quarantena a livello psicologico, ma di una libertà a livello emotivo. I quadrati creavano una perfezione composta, da frame fotografico, mentre ora ho bisogno che le cose prendano movimento, inizino a cambiare, esprimano qualcosa di più forte. Per assurdo, le due tavole che ho disegnato sono – (sussurra) – due uomini. Sono uomini, capito?!

Non pensi di perdere la tua riconoscibilità? O questa, è nel tratto e non nella figura?

È nel gusto. E il gusto stilistico delle forme è sempre quello. Si cambia, ma il filo conduttore lo si riconosce nella vena malinconica, incazzata… Non c’è mai un’esagerazione di elementi: scelgo quelle 3-4 cose, quelle giuste – e va a recuperare l’ultima tavola fatta. Come definirei il mio tratto? Parla di me, ma segue molto l’umore. Si vedono subito i momenti in cui voglio esprimere amore, e quelli in cui, invece, sono contro il mondo.

Tu sei un’artista?

No, un’artistoide. “Artista” è una parola grossa e la si attribuisce a chi lo è veramente. Per me è altisonante e troppo pretenziosa. Artistoide è chi comunica qualcosa, disegnando bene. Comunque, siamo ancor prima artigiani. Un tatuatore, a modo suo, deve sapere fare tutto. Io non credo al tatuatore incompleto, e fare solo il tuo, limita. È il tuo lavoro e hai fortuna che sia anche la tua passione. Devi perciò farlo nel modo migliore possibile, ricordandoti che la tela è un corpo, una persona.

Pensi mai a quanti centimetri quadrati ha un corpo, in quanti, in percentuale, c’è un tatuaggio e, di questi centimetri, un tuo lavoro? È anche una responsabilità.

(Ride) Se dovessi mettere tutti i centimetri di pelle fatti sulle persone, probabilmente arriverei in Sicilia. Di chilometri, ne ho macinati. All’inizio l’irresponsabilità ti permette di sperimentare di più. Poi, iniziano la consapevolezza, le paranoie e tutta una serie di pensieri. Fai i calcoli, e cavolo, sono 12 anni che tatuo. I tatuatori sono divisi in quelli di adesso, dell’età di mezzo e di quelli che c’erano prima. Io sto a metà.

Erano pecore nere?

No. Gente che ha preso il mestiere come andava preso. C’era la volontà di fare un qualcosa di diverso, legati però ad una tradizione. Tramandare il tatuaggio era molto più servile e il praticantato te lo sudavi… Poi col fatto che ero donna, figurati! Finivi per fare segreteria, bozze per qualcun altro, pulire cessi… E poi si ripeteva. Adesso un minimo di gavetta e vanno via. Purtroppo, c’è tanta presunzione e, talvolta, anche associata a del talento. Il problema è che ti passa la voglia di avercelo in studio, quando manca il rispetto di imparare qualcosa che viene da prima. E poi, la parola artista è una delle più usate.

Soprattutto nei social. Il tuo profilo Instagram ha un bel seguito – 50mila follower –, ma confermerai anche tu che i numeri, se non raccontati o spiegati, non dicono nulla sul valore di un tatuatore o sul suo talento.

E non ne ho mai comprato mezzo! Tutti sudati negli anni. Comunque, sì, funzionano più i follower che il talento.

Questa democratizzazione dei social, qui è negativa, perché va ad abbassare il livello generale dei tatuatori.

Sì, ci sono tatuatori ottimi che hanno un seguito minore, mentre quelli che ne hanno di più, possono anche prendere l’idea altrui e impossessarsene. E per tutti, sarà sempre quello più piccolo ad aver copiato da quello più grande. Mai a pensare il contrario, vero? Purtroppo, nei social i numeri funzionano e anche io dovrei imparare ad usarli meglio: pensare che fino allo scorso anno, credevano fossi un uomo! Poi, quando ho pubblicato la mia prima foto, in molti si sono stupiti.

Perché non pensavano fosse possibile.

E perché disegnavo donne su donne.

Ti definisci tatuatore o tatuatrice?

Tatuatrice e femminista. Fiera di essere donna e, soprattutto, di essere una tatuatrice perché quando ho iniziato, era una cosa mal vista. Sono contenta di me stessa, ma non del mio lavoro: di quello non lo sarò mai.

È quell’insoddisfazione che ti fa tenere in moto. Cosa ti auguri al tuo rientro?

Di attuare l’ennesimo cambiamento: ne sento il bisogno. O magari mi metterò a coltivar fiori. (Ride)

Si sta meglio adesso, da tatuatrice, o dieci anni fa?

Dieci anni fa. Sotto certi punti di vista, sì. C’era una ricerca maggiore sul senso del tatuaggio mentre, per assurdo, ci sono oggi persone tatuate in faccia e non sul corpo. Certo, esagero con l’esempio, ma voglio dire che ora, è quasi uno status.

Ci fai venire in mente un’intervista con Tony Gallo, street artist di Padova, sulla passione e la dedizione al lavoro, più vicini all’amore per la professione che a quello per il ruolo e per la (auto)definizione.

Una volta facevano tutti i dj, poi fotografi, ora tatuatori. Probabilmente questa quarantena darà un taglio a questa cosa, ma è anche vero che i costi di uno studio grande sono maggiori di uno più piccolo. (Ride) Sono in quarantena e senza tatuare da troppo, lasciamo stare o poi divento polemica.

È normale, difendi la tua passione. Soddisfatta?

Vediamo prima l’intervista!

E come accade ogniqualvolta che ci si ferma, si ha l’occasione di fare il punto sulla situazione. Ci si chiede come sono andate le cose e, soprattutto, se era meglio prima. Alla fine, abbiamo ottenuto quello che volevamo: questa intervista è stata come andare a fare un tattoo da La Malafede. Puoi anche aver scelto a grandi linee il disegno, ma il mood del giorno farà la differenza. A noi, questa differenza è piaciuta.

Photo credits: @lamalafedetattoo
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