di Maddalena Scarabottolo

Una forza che viene definita mitica o archetipica è quella che ci investe osservando una delle plastiche rosse di Burri.

1961
Alberto Burri
142 x 153 cm
©Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Città di Castello/Artist Rights Society, New York/SIAE, Roma
(Massimo Napoli/concessione Modern Art Foundation)

Davanti a Rosso plastica del 1961 conservato alla Fondazione Palazzo Albizzini, Collezione Burri a Città di Castello, ci si trova avvolti e allo stesso tempo inseriti all’interno delle lacerazioni del colore. Il rosso non appare più come solamente un colore ma acquista un peso, si tocca con gli occhi. La materia plastica è stata resa aggettante da Burri tramite l’uso della fiamma ossidrica; grazie a questa infatti la plastica appare ora come un ammasso di pieghe e grinze incorniciate da un senso di equilibrio totalizzante.

Quest’opera, forse meno conosciuta del Grande rosso, testimonia in modo solenne la soluzione formale di un vero e proprio dramma. Siamo di fronte a una sofferenza superata, una sofferenza rielaborata sia a livello psichico che a livello fisico. Questo è testimoniato dal risultato finale di tale produzione artistica.

Burri si spinge fino al limite della sopportazione del mezzo artistico-industriale. L’artista non arriva alla creazione di un cratere, di un’ulcera, di un buco, ma la sua intenzione è quella di raggiungere un equilibrio, una sorta di stasi, di time out dalla battaglia: il punto di arrivo e di non ritorno tra costruzione e distruzione.

Alberto Burri / Fonte: artslife.com

I critici hanno spesso sostenuto che la modalità espressiva di Burri derivi da eventi biografici di forte impatto: ad esempio la sopportazione della prigionia durante la Seconda Guerra Mondiale. Queste opere ci appaiono infatti come un sipario della violenza vista e subita, ma anche come una volontà di riscatto, di rivincita.

Il concetto di rivincita è insito nell’opera in quanto, come detto sopra, l’artista arriva a un limite di tensione invalicabile che consente al mezzo utilizzato di non crepare, di non subire spaccature. C’è la volontà di recuperare qualsiasi grinza con l’intenzione di ricucire eventuali strappi. La plastica, come per la serie i Sacchi, assume la connotazione dell’epidermide umana. Burri interpreta e allevia la sofferenza su mezzi artistici con la stessa attenzione che è implicata anche a livello chirurgico.

Questi lavori ricordano molto una forma di espiazione per tutte quelle vite e ferite che probabilmente in tempo di guerra Burri, in quanto medico, non era riuscito a ricucire, quella sofferenza che non era stato capace di alleviare.

Questo breve focus permette di ricordare come spesso nella storia dell’arte contemporanea si possano trovare opere nate dalla sofferenza, la quale però non è stata un freno alla fantasia o all’espressione del genio artistico ma anzi un modo per esprimere qualità, bellezza, ritmo, gemmazione, misura e speranza.